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Dopo i politici tocca alle toghe: la decapitazione dei capi

DiRed Viper News Manager

Mag 10, 2021

C’è un apologo di Italo Calvino intitolato La decapitazione dei capi (è raccolto in Calvino, Prima che tu dica pronto, Mondadori, 2011, 129 ss.). In una società immaginaria, collocabile nella Russia della Rivoluzione d’Ottobre, una sorta di Repubblica dei Soviet, esiste un movimento i cui militanti devono «seguire senza discussioni le decisioni del direttivo». Obiettivo è realizzare una società egualitaria, in cui il potere sia regolato dall’uccisione periodica dei capi elettivi. Infatti, ogni funzione di comando è ammissibile solo se esercitata da chi abbia già rinunciato a godere dei privilegi del potere, e virtualmente non sia più da considerarsi nel numero dei vivi. Il movimento deve decidere per i propri politici un destino di eliminazione. Ci si arriva gradualmente.

Le mutilazioni ed esecuzioni periodiche hanno un effetto benefico e si celebra una festa popolare per vederli salire sul palco per l’esecuzione. Si tiene così la festa dei capi, che è la decapitazione dei capi. Il capo sa che per definizione è destinato alla decapitazione. Lo accetta. Tutto il suo potere ha questo prezzo. Si tratta di una decapitazione fisica o al limite di una mutilazione della lingua o delle falangi, che ricorda al capo il limite del suo potere, la violenza che il suo esercizio reca con sé, rivolgendosi contro chi l’ha esercitato. È questo un modello di ricambio punitivo del potere che passa dunque attraverso atti di violenza, ma il suo esercizio lo si può immaginare come punizione giurisdizionale, come criminalizzazione: e allora cambiando soggetti e tempi ci si presenta un’immagine assai più vicina alla nostra società politica e alla sua Repubblica giudiziaria.

C’è una logica sanguinaria in questo ricambio dei capi attraverso atti di imputazione penale. Sembra un copione che tutti, politici, pubblici amministratori, sindaci, accettano, quando usano, cavalcano o comunque tollerano l’incolpazione insorta contro gli avversari senza neppure dubitare che domani toccherà a loro stessi. Questo destino collettivo è anzi atteso. La giustizia (“ho fiducia nella giustizia”: sic) è uno strumento di lotta politica, ma anche di catarsi collettiva. Solo i magistrati ne sono esenti, ma non appena si avventurano a perseguire il potere e le sue logiche, sono destinati anch’essi a subire la medesima sorte. Devono essere decapitati. Tutti accettano ormai questo rito. La società lo trova naturale. Che qualcuno sia colpevole è una convenzione. Molti lo saranno, ma non è questo che importa, in fondo. È decisivo che il ricambio sia se non una prigionia, almeno un esilio, un allontanamento, una macchia, comunque una perdita di ruolo, di immagine, di onore pubblico, oltre che di potere e di riconoscimento.

La gestione impunita del potere è insopportabile e la società ha bisogno continuamente di riti di espiazione contro i potenti. Solo in via sempre più eccezionale accetta che la loro uscita di scena sia naturale o senza verifiche almeno infamanti anche a posteriori. Per quanto riguarda i magistrati, l’unico capo veramente decapitato finora è stato Luca Palamara e può accadere che si faccia di tutto per non estendere a macchia d’olio i giudizi di corresponsabilità, di connivenza, o di omesso impedimento, a vari livelli, attorno a questa e altre più recenti vicende che hanno palesato, nel cuore del funzionamento di alcune Procure della Repubblica, o di vertici istituzionali, opacità e collusioni, spartizione di ruoli e cariche, omertà, volontà di potenza e pura gestione di affari e scambi, anziché servizio alle istituzioni.

Una politica che ha sostituito le manette e il diritto penale all’etica pubblica, e che attende solo di essere libera almeno provvisoriamente da rischi di incriminazioni per perpetuare la sua amoralità, si è alla fine confusa con i suoi presunti controllori, li ha contaminati e delegittimati. I chirurghi che volevano salvare la società dall’esterno a suon di processi penali, potrebbero finire sotto inchiesta. Ormai la società lo desidera. Anche loro stessi, forse, per eguaglianza nel destino e nel riconoscimento del vero potere esercitato. Ne prenderanno il posto altri chirurghi salvatori, la cui ritrovata separatezza dalle logiche della società civile, unita alla temporaneità abbreviata di ogni ruolo direttivo, potrà assicurar loro la liberazione dal sospetto di essere veramente meritevoli di un’ennesima decapitazione giudiziaria.

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