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Zingaretti punta al Campidoglio, ma i 5S giocano al rialzo: “Vogliamo la Regione e Napoli”

«Alla fine mollerà, non può non farlo, glielo stanno chiedendo tutti ormai. E poi i sondaggi sono inequivoci: Zingaretti sindaco è dato in partenza al 25%, parecchio sopra Gualtieri e la Raggi». La fonte parlamentare del Pd è di quelle che segue i dossier che contano con il pregio di non essere il tifoso di una parte. In questo momento il dossier che conta ha un titolo preciso: “Sindaco Roma” e un sottotitolo: “Amministrative autunno 2021”. Letta ci mette testa e cuore da almeno un mese. Ha nominato aiutante di campo Francesco Boccia che a sua volta ha un tavolo aperto con Giuseppe Conte (tra i due la sintonia è molto forte). Un tavolo a due che talvolta diventa a tre (con Zingaretti) o a quattro (con Conte).

Ogni giorno si inseguono voci contrastanti. A seconda con chi parli, nel Pd, nei 5 Stelle, senza dimenticare Calenda. Anzi, tenendo d’occhio Carlo Calenda che a colpi di tweet, incontri sul territorio e presenze tv avrebbe, ad oggi, un tesoretto che supera il 10%. Senza dimenticare Virginia Raggi, forte del consenso soprattutto delle periferie diventata un po’ la cartina di tornasole per il futuro del Movimento 5 Stelle. Conte, Grillo, magari Di Maio, oppure Casaleggio con Di Battista e la piattaforma Rousseau. Chi sarà il vero leader del Movimento? E quanti saranno i Movimenti? Uno solo o due? Domande la cui risposta passa anche dalle prossime amministrative e soprattutto da due città, Roma e Napoli La lettura dei giornali ieri mattina dava per fatta la candidatura di Zingaretti. Nel primo pomeriggio si è diffusa la voce di un incontro Letta-Zingaretti che avrebbe finalmente sciolto tutti i nodi. Peccato che ieri il Presidente della Regione, oltre al monitoraggio continuo della campagna vaccinale che vede la regione Lazio tra le più performanti, sia stato ad Acquapendente, provincia di Viterbo, per inaugurare il nuovo ostello della Gioventù.

Ogni giorno i media impostano una processo indiziario circa la candidatura di Zingaretti. Quando si occupa di Roma, delle buche, delle gettate d’asfalto lungo il Tevere, della mobilità e dei rifiuti; oppure quando inaugura un giardino pubblico, una palestra, soprattutto hub vaccinali. Basta una parola o un tweet per far salire l’asticella del totosindaco. E lui, o il suo staff, ogni volta smentiscono. «Io già mi occupo ogni giorno della mia città, sono il Presidente della regione» è l’ultima pacata smentita di Zingaretti. Ieri ci si sono messi due pezzi da 90 come Stefano Bonaccini e Goffredo Bettini ad immaginare Zingaretti in Campidoglio. Ma il problema non è convincere Zingaretti. Il problema è tutto politico: lasciare la Regione, correre per il Campidoglio e rischiare di perdere entrambe. Non per la potenza di fuoco del centrodestra che in quanto a candidature sta peggio del centrosinistra (sarà Bertolaso il candidato?). Ma perché nessuno, meno che mai, Giuseppe Conte, è in grado in questo momento di dare garanzie sulla tenuta dei 5 Stelle. Ecco il vero rovello. Altro che “prima poi lo convinciamo”.

L’unica vera condizione che Zingaretti ha messo sul tavolo con Letta e Boccia è stata quella di avere garanzie sulla Regione Lazio. La strada indicata è un patto di acciaio con la componente grillina in giunta con Zingaretti di portare avanti l’accordo politico, di non romperlo in alcun modo – neppure se Raggi dovesse essere sconfitta, tanto per dire la cosa più evidente – e di tornare ad elezioni tra la fine dell’anno e i primi mesi del 2022. Il problema è che nessuno tra i 5 Stelle in questo momento è in grado di garantirlo. La giunta Zingaretti è il primo vero laboratorio politico dell’accordo Pd-M5s. In giunta Lazio siedono Roberta Lombardi e Valentina Corrado, la prima legata a Di Maio e se proprio necessario a Conte; la seconda è una fedelissima della Raggi. Con l’ingresso dei 5 Stelle la maggioranza tiene. Ma che succede che il Presidente lascia per lanciare la sfida al Campidoglio? Con l’appoggio dei 5 Stelle la maggioranza è solida. Ma senza è ridotta a uno, due voti.

«Trovate il modo – ha spiegato Zingaretti – di convincere la Raggi ad un passo indietro senza scatenare Grillo o Di Battista, stringete un patto di ferro con il Movimento per non far cadere la giunta quando io mi dimetto e farla andare avanti finché abbiamo chiuso le vaccinazioni e presentarci a testa alta nella campagna elettorale». Senza questo patto il rischio di perdere Regione e Campidoglio è alto. Francamente un lusso che il Pd non si può permettere. A chi gli dice, guarda che ti puoi dimettere da Presidente una volta eletto sindaco, Zingaretti fa presente l’impopolarità di una scelta del genere, «fare campagna elettorale per il Campidoglio mentre ancora governo il Lazio… mai e poi mai».
Dunque eccolo qua il macigno che impedisce di chiarire il dossier candidature. «La soluzione per Roma si porta dietro la soluzione per Napoli» dicevano ieri fonti grilline. Ma la soluzione è lontana. Al tavolo con Boccia i grillini stanno giocando al rialzo: «Non solo Fico a Napoli ma anche l’appoggio per il candidato 5 Stelle nella regione Lazio». Una posta sempre più alta richiesta da un partito al momento allo sbando e disperato che porterebbe a casa, senza troppa fatica, il governo della regione forse più importante e il sindaco di una città come Napoli.

Proposta dunque “irricevibile”. Magari non per Boccia ma per Letta che deve tenere a bada anche quella fetta grossa di Pd che non ama i 5 Stelle. D’altra parte Raggi sarebbe molto irritata dalle manovre “ridimensionanti” che Conte, Crimi e Di Maio starebbero portando avanti col Pd ai suoi danni. Si lascia girare la voce di un dossier “anti- Zingaretti” pronto da usare in campagna elettorale se decidesse di correre per il Campidoglio. Carlo Calenda fotografa così il quadro con un tweet: «La situazione candidature a Roma è sempre più paradossale. Guido Bertolaso e Zingaretti hanno categoricamente smentito la loro disponibilità ma i giornali li danno come candidati sicuri. I media non tengono in gran conto la loro parola. Intanto Roberto Gualtieri è sparito». Gualtieri non è sparito ma certo questo stallo non gli può fare bene.

Le prossime 24 ore saranno quelle decisive. Stasera il centrosinistra si riunirà al tavolo per discutere le regole per le primarie del 20 giugno. La riunione è stata ritardata di 48 ore per dare ancora spazio alla trattativa con i 5 Stelle per dare il via libera a Zingaretti. Il rilancio di ieri sera non è stata una buona notizia. I 5 Stelle tra l’altro dicono che “tradire Virginia” vorrebbe dire perdere per sempre l’ala ortodossa del Movimento, quella rimasta con Casaleggio.
Forse è meglio che ognuno vada per conto proprio. E poi magari darsi una mano al secondo turno. Ma non può essere questa la partita di Zingaretti. Se saranno primarie Pd, se la vedranno Gualtieri, Monica Cirinnà, Giovanni Caudo, Paolo Ciani e Tobia Zevi. E Calenda si frega le mani.

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