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Resti della figlia scomparsi dal loculo, polemiche dopo sentenza choc: “Risparmiateci lezioncine sui sentimenti”

La vicenda sulla quale ha richiamato l’attenzione il Riformista nel suo numero di ieri si riepiloga in poche parole, dolorosamente semplici. A Pozzuoli, all’esito di una gravidanza all’evidenza problematica, nasce prematuramente una bambina. Viva, si badi, ancorché destinata a una rapidissima fine che purtroppo sopravviene. I genitori si attivano per una dignitosa sepoltura, o almeno credono di farlo, giacché – essendosi dopo qualche tempo proceduto all’esumazione del corpicino – constatano che, nel loculo in cui avrebbero dovuto trovare custodia e riposo, le spoglie non ci sono più e ce ne sono altre o forse nessuna. Ne nasce un giudizio civile contro il Comune e gli operatori dei servizi cimiteriali, che – dopo un primo grado – giunge alla cognizione della Corte d’Appello di Napoli, la quale con propria sentenza non solo disconosce la pretesa di una famiglia, ovvia in ogni Paese che voglia dirsi civile, ad avere un luogo certo in cui piangere il proprio caro, visto che alla custodia degli addetti i suoi resti erano stati pietosamente affidati, ma condanna financo alle spese i “temerari” appellanti.

Sui profili giuridico-formali di questa decisione si è già dottamente intrattenuto, commentandola con la sua solita elegante penna, il collega Marco Plutino. Non su questo punto mi interessa oggi infatti ritornare, ma su un altro aspetto. Premetto che non sono solito commentare decisioni giudiziarie che non abbia letto e studiato e non intendo contraddirmi nemmeno adesso. Mi limito a qualche osservazione sul tenore dei passi della decisione che riporto di seguito: «I genitori potrebbero pur sempre continuare a praticare i riti tipici del culto dei defunti, contraddistinto da una spiritualità che si esprime in larga parte in preghiere, ricordi, pensieri, commozioni. Detti sentimenti non di necessità debbono mutare sol perché non vi è l’assoluta certezza che nella fossa contrassegnata dal numero o in area cimiteriale vicina a quella fossa vi siano i resti del feto comunque destinati a rapidissima distruzione per consunzione.

La legge 30 marzo 2001, numero 134, ad esempio (…)  consente, in presenza di determinati presupposti, la dispersione delle ceneri dei cadaveri anche in mare, nei laghi e nei fiumi (…) In dottrina è stato osservato come in tali casi i congiunti eserciteranno pur sempre il culto dei loro cari defunti, le cui ceneri sono state disperse, invece che davanti a una tomba, con altre modalità ma certamente i loro sentimenti non cambieranno, rimarranno pur sempre i ricordi, i pensieri, le commozioni».

Va ribadito innanzitutto che non si era di fronte al seppellimento di un feto in area cimiteriale, notorio cavallo di battaglia e bandiera di quanti hanno una sensibilità contraria all’aborto volontariamente praticato, ossia che si era inteso seppellire il cadaverino di un corpo nato vivo. Dobbiamo inoltre osservare che, essendo il giudizio che si richiama in appello, la storia si è verificata in epoca pre-pandemica. È stata infatti (come abbiamo tristemente constatato) l’epidemia che ci ha colpiti a imporre di congedarci dai nostri cari ammalati in primo luogo senza poter loro stringere la mano mentre si spegnevano, quindi privandoli e privandoci perfino di un ultimo abbraccio e di un sorriso, non potendoli nemmeno accompagnare al sepolcro e dovendosi cremare i cadaveri anche di chi non avesse disposto in tale senso dopo avere oltrepassato la soglia della vita terrena. In questo caso, tuttavia, il virus non si era ancora manifestato per nulla.

Riteniamo che una sentenza del genere, se verrà impugnata, possa ragionevolmente defungere – è con amarezza il caso di dire – in Cassazione, perché non ricorre nella specie quell’eccezionalità  di cui siamo stati nell’anno passato testimoni né ci si trova in presenza di eventuali casi analoghi in cui si imponga la dispersione delle ceneri in mare o dall’alto di un monte, che qui non era stata richiesta da alcuno, ma a un caso di triste incuria, se (come pare) il dolo dei becchini andava escluso. Le frasi riportate – con la finale aggiunta, che suona beffarda, della condanna alle spese, quando in genere le si compensa per molto meno – segnalano, come si può facilmente comprendere leggendo sopra, qualcosa di più grave di un errore di motivazione: l’insopportabile lezioncina (nelle intenzioni dell’autore o dell’autrice dei passi richiamati perfino, forse, consolatoria nelle intenzioni, in fatto peraltro irridente) su come ciascuno possa e perfino debba piangere i propri affetti perduti. È singolare il fatto che a ricordarlo debba essere qualcuno che si professa agnostico, quanto a fede religiosa, come accade a chi sottoscrive queste righe.

Una certa parte della magistratura italiana ha, in questo momento, molte rogne di cui grattarsi e la responsabilità di evitare le “supplenze” e invadenze ingombranti di cui si è negli anni nutrita. Potrebbe dunque almeno farsi e farci grazia dell’etica e della sensibilità religiosa di Stato, ma del resto non è che si possa poi pretendere l’impossibile: compassione umana, discrezione etica e raffinatezza culturale non sono “materie” il cui superamento sia richiesto in sede di concorso per uditore giudiziario.

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