• Ven. Ago 6th, 2021

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Caso Luana, così il lavoro è diventato mortale

È possibile che il lavoro si associ spesso alla morte? Può sembrare questa una domanda paradossale, ma nella realtà è purtroppo così. Lasciamo parlare l’Inail che ha il compito di prevenire gli infortuni e le morti sul lavoro: «Il primo trimestre del 2021 parla chiaro: le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate all’istituto entro il mese di marzo sono state 185, 19 in più rispetto alle 166 registrate nel primo trimestre del 2020 (+11,4%), effetto – sottolinea l’Inail – degli incrementi osservati in tutti i mesi del 2021 rispetto a quelli del 2020».

Nella realtà significa che due persone ogni giorno muoiono mentre adempiono al loro lavoro. A livello nazionale i dati rilevati dall’Inail al 31 marzo evidenziano per il primo trimestre un decremento che riguarda solo quelli che si infortunano mentre si recano al posto di lavoro, passati da 52 a 31, mentre quelli avvenuti durante il turno lavorativo sono stati 40 in più (da 114 a 154). L’aumento ha riguardato tutte e tre le gestioni assicurative: dell’Industria e servizi (da 146 a 158 denunce), dell’Agricoltura (da 11 a 16) e del Conto Stato (da 9 a 11). Dall’analisi territoriale emerge un aumento di due casi mortali nel Nord-Ovest (da 45 a 47), di quattro nel Nord-Est (da 34 a 38) e di 11 casi sia al Centro (da 23 a 34) che al Sud (da 47 a 58). Nelle Isole, invece, si registra un calo di nove decessi (da 17 a 8).

Il dramma di Luana D’Orazio, morta a 22 anni perché risucchiata in una pressa mentre lavorava in un’azienda tessile di Montemurlo, in provincia di Prato, ci ha reso consapevoli che oggi guadagnarsi la vita e proiettarsi verso il futuro per molti significa la morte o essere feriti o mutilatati, questo perché molte volte mancano le misure di sicurezza. Luana ha aperto una finestra su una realtà drammatica ma prima di lei, il 29 aprile scorso, in poche ore si era verificata una strage:
– Nel deposito Amazon di Alessandria, una trave aveva ceduto investendo sei persone e causando un morto e cinque feriti.
– Nel porto di Taranto nelle stesse ore aveva perso la vita un gruista di 49 anni, precipitato sulla banchina.
– A Montebelluna (Treviso) un operaio di 23 anni era stato investito da un’impalcatura, morendo sul colpo;
– Il 4 maggio in una fabbrica di Busto Arsizio un uomo di 49 anni è rimasto schiacciato da un tornio meccanico.

In meno di una decina di giorni quattro persone hanno perso la vita sul lavoro. E questo è avvenuto per caso o, come sostengono i soliti benpensanti, per imperizia? O dietro a queste morti c’è qualche cosa che le alimenta e le giustifica?
Mi rendo conto che quando si cercano le ragioni profonde dei drammi sociali si rischia di essere accusati di fare una operazione ideologica. Resto comunque convinto che un poco di ideologia sarebbe oggi necessaria per interpretare e conoscere la realtà che ci circonda e che condiziona la nostra vita. Mai come in queste giornate siamo moralmente obbligati a farlo innanzi a una situazione in cui la politica si diletta a discutere se i ristoranti si devono chiudere un’ora prima o un’ora dopo, senza domandarsi quante sono le persone che oggi possono permettersi il lusso di andare al ristorante, visto che con la pandemia e la disoccupazione sono diminuiti i redditi dei ceti popolari ed è cresciuta la povertà.

Forse è arrivato il tempo di rimettere le questioni sociali con i piedi per terra, visto che le prospettive della nostra economia non sono tanto rosee. Migliori condizioni di lavoro, strumenti di partecipazione al potere aziendale dei lavoratori e livelli salariali dignitosi promuovono la produttività, riducono l’assenteismo e quindi abbassano i costi e contribuiscono ad affrontare con maggior slancio i problemi che incombono. Inoltre, quando c’è un salario minimo definito contrattualmente s’incoraggiano le aziende a migliorare la loro capacità produttiva e innovativa, a rendere più sicuro il lavoro, a eliminare i “lavori cattivi” e rischiosi.

Tocca ora alla politica cogliere e tradurre in atti normativi chiari la dichiarazione della mamma della ventiduenne Luana: «Lavorava per costruirsi un futuro». Si tratta di rendere sempre di più il lavoro strumento e possibilità di costruire il futuro personale e collettivo. C’è dunque un dovere civile e morale di evitare che le morti sul lavoro diventino parte del “panorama patologico” dei nostri tempi e del futuro. In questi ultimi anni si è puntato in modo ossessivo sulle competenze personali, senza avere strumenti formativi adeguati, e la meritocrazia ha generato forme di autosfruttamento per potersi garantire un’occupazione, una carriera, per guadagnare qualche euro in più.

I carichi di lavoro sono comunque cresciuti ovunque generando situazioni di stress che molte volte sono causa di incidenti sul lavoro. Nel lavoro di oggi non c’è solo la fatica fisica ma cresce, anche per l’uso delle nuove tecnologie, quella psicologica. Inoltre dobbiamo tenere presente che l’estendersi della disoccupazione, il timore dei licenziamenti, la Cassa integrazione generano disagio e sofferenza, e che per reggere la tensione richiesta per il raggiungimento delle performance aziendali, sociali e individuali, sorgono malattie psicologiche e stati depressivi. La depressione, anche a seguito dello stress generato dalla pandemia, dalle chiusure, dal distanziamento è diventata la malattia del lavoro. Vi è dunque la necessità che si apra un confronto sociale e politico sull’attuale e futura organizzazione del lavoro, senza negare l’apporto delle nuove tecnologie digitali e senza assegnare ad esse più di quanto realmente gli competa. È di questo che dovrebbe occuparsi con maggior rigore il sindacato.

La più importante operazione da mettere attualmente in campo è quella politico-culturale nei confronti dell’ideologia neoliberista che ha pervaso la società e che condiziona i comportamenti delle persone. All’interno dell’ordine neoliberista, i lavoratori sono considerati solo come forza lavoro o come consumatori, per cui la stessa scuola è vista di fatto come preparazione di addetti al mercato del lavoro, mentre avremmo bisogno di una scuola che educhi all’umano, allo spirito critico e di ricerca. Quello che vale per la scuola dovrebbe valere per l’intero welfare che deve essere orientato verso la dimensione della cura e della relazione solidale. Ecco, dunque la necessità che le politiche neoliberiste e la cultura economicistica che le regge siano sottoposte ad un’analisi decostruttiva. Più ci si attarderà a intraprendere questo percorso, più il valore umano e la dignità del lavoro saranno costantemente minimizzati. Ma così non si frenerà la mortalità sul lavoro, perché il fine non sarà il bene delle persone ma la massimizzazione del profitto privato.

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