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Dopo 2 anni di gogna tutti assolti, ma Pino si è ucciso in carcere: la ‘ndrina non esisteva

Nel gennaio del 2020 Giuseppe Gregoraci, detto Pino, si è ucciso nella sua cella del carcere lombardo di Voghera, a soli 51 anni, trovato impiccato dalle guardie del penitenziario. Pino era stato arrestato nel luglio dell’anno precedente nell’ambito dell’inchiesta “Canadian ‘ndrangheta connection”, della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, volta a sgominare la presunta ‘ndrina Muià, federata alla cosca Commisso di Siderno, comune di 17mila abitanti in provincia di Reggio.

Pino non ha potuto quindi assistere di persona alle assoluzioni decise del Tribunale di Locri sei dei suoi otto co-imputati, scagionati dalle accuse “per non aver commesso il fatto”. Nessuna condanna infatti per Antonio Galea, Giuseppe Macrì, Armando Muià, Giuseppe Muià, Vincenzo Muià (classe 1972) e Vincenzo Muià (classe 1978), mentre per Antonio Mamone e Marilena Gravina, accusati rispettivamente di trasferimento fraudolento di valori e favoreggiamento personale, sono arrivate condanne a 3 anni e sei mesi e un anno e sei mesi ma senza l’aggravante dell’associazione mafiosa.

Insomma, la fantomatica ‘ndrina non esisteva, come ha scritto con rabbia Rosamaria, moglie di Giuseppe Gregoraci. “Non esiste una ‘ndrina, non esiste una associazione mafiosa, quindi mi chiedo se questi eclatanti arresti, con tanto di titoloni come “boss mafiosi”, “la nuova ndrina di Siderno” ecc. ecc. era proprio il caso di farli? Questo arresto è stato fatto per uccidere un uomo”.

Fosse ancora vivo, e soprattutto se avesse potuto usufruire degli arresti domiciliari, probabilmente Gregoraci sarebbe stato scagionato. La storia di Pino è infatti segnata dal grave incidente stradale che lo vede protagonista a 18 anni: Gregoraci dal quel momento ha dovuto indossare una protesi alla gamba, che non ha fermato i magistrati dallo sbattere Pino in galera a Reggio Calabria, dove entra “con una patologia depressiva derivante dalla sua condizione”, spiega a Il Dubbio Giuseppe Calderazzo, il suo avvocato.

Penitenziario che si rivela immediatamente non adatto alla sua condizione sanitaria, col trasferimento quindi a oltre mille chilometri di distanza, a Voghera. Anche qui la situazione non va meglio: Gregoraci, senza attrezzature adeguate per fare fronte al suo handicap, cade in bagno durante la doccia. Pino infatti “non poteva utilizzare la protesi – continua Calderazzo -, perché senza fisioterapia ordinaria e manutenzione della protesi il risultato è il restringimento del moncone. E ciò avrebbe reso necessario un intervento fisioterapico più incisivo”.

Alla luce di quanto accaduto il suo legale chiede la concessione dei domiciliari il 18 dicembre 2019, istanza rigettata però il 10 gennaio. Dieci giorni dopo Pino si uccide nella sua cella. Ora sul caso ci sono due inchieste aperte: a Salerno dove sono indagati i due giudici che hanno seguito il caso, e a Pavia, contro ignoti. I pm hanno però chiesto l’archiviazione.

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