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“Napoli abbandonata, ecco perché mi candido a sindaco”, intervista a Sergio D’Angelo

«La politica tradizionale è poca roba. Basta osservare quanto sia asfittico il dibattito all’interno del centrosinistra: si parla di strategie e propaganda, ma non si dialoga con la città e non si discute dei problemi reali»: Sergio D’Angelo è attualmente il terzo ad annunciare la propria candidatura a sindaco di Napoli. La discesa in campo dell’ex assessore e commissario di Abc, azienda speciale che gestisce le risorse idriche nel capoluogo campano, frammenta ulteriormente quella sinistra già segnata dai tentennamenti del Partito democratico, finora incapace di individuare un aspirante sindaco e un programma condivisi col Movimento Cinque Stelle e con il governatore Vincenzo De Luca, oltre che dalle annunciate candidature di Alessandra Clemente e Antonio Bassolino.

«Negli ultimi anni la distanza tra politica e i napoletani è aumentata – spiega D’Angelo – Al tavolo del centrosinistra siedono 20 e più rappresentanti, ma manca il confronto con la città sui esperienze amministrative e modelli di sviluppo. E invece bisognava fare proprio questo: stimolare il dialogo tra i partiti, reti civiche, le associazioni di volontariato, forze ambientaliste e altre formazioni che dovrebbero avere un ruolo chiave nel rilancio della città». Insomma, se per il polo riformista di Giulio Di Donato il Pd sbaglia ad appiattirsi sulle posizioni populiste e giustizialiste del M5S, per D’Angelo l’errore del segretario dem Marco Sarracino è quello di concentrarsi sui tatticismi «a discapito anche di quella funzione pedagogico-formativa che un po’ tutti i partiti hanno smarrito».

Di qui la discesa in campo del presidente del gruppo di imprese sociali Gesco che, tuttavia, auspica che il fronte democratico e progressista possa ricompattarsi: «Non ho l’ossessione della candidatura a sindaco, ragion per cui, se emergesse un progetto convincente e a incarnarlo fosse una personalità di spicco, non avrei problemi a fare un passo di lato e a discuterne. Ma quest’onere spetta al Pd e ai partiti che oggi hanno responsabilità di governo». E se fosse Roberto Fico, presidente della Camera storicamente vicino alla giunta de Magistris di cui D’Angelo ha fatto parte, il candidato di Pd e M5S per Napoli? «La vicinanza all’amministrazione in carica non è di per sé una garanzia e, comunque, non è sufficiente: alla città serve un progetto politico-amministrativo all’altezza», spiega l’ex numero uno di Abc. Il suo giudizio nei confronti del sindaco uscente Luigi de Magistris non è tenero: «Il suo non è stato un decennio esaltante. L’errore più grave è stato di carattere politico ed è consistito nel non aver ricercato a ogni costo il massimo livello di sinergia con la Regione e il Governo nazionale. Ma è mancata anche la capacità di investire sugli asset strategici di Napoli, primo fra tutti quel turismo che, se non supportato da servizi adeguati, stressa la comunità e non crea vero sviluppo. Peccato, perché scelte come la liberazione del lungomare e la trasformazione dell’Arin nell’azienda speciale Abc sono da salvare».

Ecco perché D’Angelo si pone come obiettivo quello di migliorare la qualità della vita dei napoletani «innanzitutto rafforzando il welfare, tutelando il verde, migliorando il trasporto pubblico e realizzando piccoli impianti di compostaggio dei rifiuti distribuiti in modo uniforme sul territorio». Obiettivi magari anche condivisibili che, tuttavia, dovranno superare l’ostacolo rappresentato dal disavanzo di due miliardi e 613 milioni di euro che la giunta de Magistris lascerà in eredità ai napoletani. La soluzione? Magari la legge speciale che il Pd ha già ipotizzato, ma che D’Angelo non ritiene plausibile: «È difficile che i partiti di maggioranza, che non sono riusciti ad assicurare al Sud il 70% delle risorse del Recovery Fund, approvino una legge speciale solo per Napoli. Altro discorso è una legge che consenta a tutti i Comuni in difficoltà, da una parte, di ristrutturare il debito nel lungo periodo e, dall’altra, di trasferirlo in capo allo Stato». Per D’Angelo, dunque, al dissesto delle casse napoletane si può rimediare in un solo modo: «Negli ultimi dieci anni, i trasferimenti statali a Napoli sono passati da 620 a 312 milioni l’anno. Quindi non c’è altra soluzione: i partiti e il Governo, che hanno evidentemente abbandonato Napoli, devono tendere una mano a quella che è e resta la capitale del Mezzogiorno».

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