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Napoleone Bonaparte, il grande condottiero e statista francese moriva 200 anni fa

…. La procellosa e trepida/ Gioia d’un gran disegno, / L’ansia d’un cor che indocile/ Serve pensando al regno;/ E il giunge, e tiene un premio/ Ch’era follia sperar;/ Tutto ei provò: la gloria/ Maggior dopo il periglio, La fuga e la vittoria, / La reggia e il tristo esiglio;/ Due volte nella polvere/ Due volte sull’altar…
Quando si parla di Napoleone e del 5 maggio 1821, giorno della sua morte a Sant’Elena, esattamente 200 anni fa, a molti vengono in mente le parole della poesia di Alessandro Manzoni. E non solo quel lapidario “Ei fu”, bensì i versi successivi, capaci di tratteggiare mirabilmente “il gran disegno”, l’ascesa folgorante, la caduta, il colpo d’ala e il crollo definitivo. Nonché l’annuncio della morte, che lascia la terra “attonita”.

La sua avventura umana, militare, politica non conosce eguali. Si possono fare, certo, i nomi di grandi condottieri come Annibale e Cesare (prediletti dal Corso); di un conquistatore come Alessandro Magno, ma nessuno è riuscito a esprimere i propri talenti in così tanti campi. Ancora oggi, rileggendo le tappe della sua vicenda, si prova un senso di incredulità. Luis Borges ha commentato: «Il destino degli eroi di Victor Hugo abusa dell’inverosimile, ma il destino del luogotenente d’artiglieria Bonaparte è altrettanto inverosimile». Di Napoleone è stato detto e scritto tutto e di tutto. Lo storico Jean Tulard ha affermato che sono più i libri usciti su di lui che i giorni trascorsi dalla sua dipartita. Moltissimi sono i collezionisti che nel mondo si disputano a cifre stellari i suoi cimeli: un esemplare del celebre bicorno (non l’unico da lui utilizzato) è stato venduto all’asta a Fontainebleau per un milione e mezzo di euro.

Nessuno ha avuto prima di lui una simile capacità di usare la propaganda, di fare di sé stesso un oggetto di culto, interprete perfetto (insieme alla famiglia Bonaparte, ai marescialli e ai soldati) dell’epopea. Il merchandising, il marketing dell’età moderna sono nati con l’imperatore. Figlio, continuatore e censore della Rivoluzione; espressione dell’Armata aperta al merito; interprete dell’idea alta che la Francia ha sempre avuto di sé e del proprio ruolo in Europa, Napoleone ha affascinato generazioni intere. Friedrich Hegel lo ha chiamato «lo spirito del mondo a cavallo»; René de Chateaubriand (che pure non lo amava) lo ha definito «il più potente soffio di vita che abbia mai animato l’argilla umana». Lo stesso uomo, tuttavia, può suscitare odi e antipatie. C’è chi lo considera un tiranno, un guerrafondaio e chi lo paragona ai peggiori dittatori. Negli ultimi mesi, in nome di quel memory cancel, quel “tribunale del presente” allineato al “politicamente corretto” che va tanto di moda e sembra incapace di collocare i grandi personaggi nel loro contesto storico, è stato bollato come misogino e schiavista. Nulla è più pericoloso, tuttavia, che arrogarsi la facoltà di giudicare in nome di parametri attuali e teorici.

La vicenda di colui che veniva chiamato dai suoi soldati le petit caporal deve essere studiata innanzitutto alla luce dell’epoca in cui è vissuto. Anche se poi egli saprà innalzarsi ben al di sopra di essa. Nato in Corsica il 15 agosto 1769 – quella Corsica che sino all’anno prima apparteneva a Genova – da una famiglia modesta di piccola nobiltà; legatissimo al proprio clan, alla madre, ai fratelli e alle sorelle (il padre morì presto); molto vicino all’Italia per vincoli familiari, culturali e linguistici, Napoleone era stato mandato ancora bambino a studiare in Francia, all’accademia militare. Aveva quindi assistito alla Rivoluzione e, pur condannando gli eccessi giacobini, aveva aderito agli ideali di Libertà, Uguaglianza e Fratellanza.

Solo la fine dell’Ancien Régime, dell’antico ordine di origine feudale, poteva del resto aprire la strada al merito, spazzando via privilegi obsoleti. Si era quindi messo in luce alla fine del 1793 con la riconquista di Tolone, divenendo generale di brigata. Da lì, era stato un crescendo. Sposatosi con la fascinosa Giuseppina de Beauharnais, aveva comandato l’esercito nella Campagna d’Italia iniziata nel marzo 1796, dove aveva conosciuto trionfi sino allora inimmaginabili e gettato nella penisola i semi di una parte dei futuri ideali risorgimentali. Lo stesso Ludwig Beethoven, folgorato, gli dedicò L’Eroica, anche se straccerà la dedica quando Bonaparte si farà nominare imperatore. Impadronitosi del potere con il colpo di Stato del 18 Brumaio, ovvero il 9 novembre 1799, Napoleone diviene quindi Primo console e padrone della Francia. Ė “un uomo nuovo”, erede ideale del Principe di Machiavelli. Gli anni del Consolato sono i più straordinari, quelli in cui il genio di Bonaparte si esprime in modo più proficuo. Gli anni delle battaglie vinte, certo, ma anche quelli della pacificazione.

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