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Esame di avvocato, è caos: a pochi giorni dalle prove l’organizzazione è già un pasticcio

È prossima l’avvio della prima prova degli esami di avvocato. Stiamo purtroppo assistendo a un nuovo caos, che poteva essere sicuramente evitato con un po’ di buon senso, di pianificazione e di organizzazione accompagnati da investimenti di risorse ministeriali sempre più necessarie per il tanto martoriato mondo della Giustizia.
Dopo la nomina di 1.500 membri delle sottocommissioni esaminatrici tra avvocati, docenti universitari e magistrati e a pochi giorni dalla data fissata per l’inizio delle prove dalla guardasigilli Marta Cartabia (20 maggio), emergono le prime clamorose e gravissime problematiche scaturite dalla lacunosa normativa dettata dal decreto 31 del 2021 «recante misure urgenti in materia di svolgimento dell’esame di Stato per l’abilitazione all’esercizio della professione di avvocato durante l’emergenza epidemiologica da Covid».

Tale decreto, del resto, ha previsto modalità di svolgimento della prima prova e funzioni degli esaminatori del tutto diverse da quelle disposte dal decreto ministeriale del 14 settembre 2020, conosciute e vagliate dagli stessi commissari di esame nel momento in cui avevano dichiarato la propria disponibilità a ricoprire tale difficile incarico. Ritengo che il meccanismo di svolgimento della prima prova ipotizzabile dalla vigente normativa non realizzi il primario interesse dei candidati a essere giudicati secondo un criterio oggettivo e omogeneo, considerato che le criticità sono molteplici. Innanzitutto, la mancata predeterminazione dei criteri di valutazione di massima: non sono previsti criteri di valutazione e ci si richiama, per quanto non previsto, alla legge 247 del 2012 e alla disciplina previgente, non certo adeguata alle nuove modalità di svolgimento dell’esame.

Altro problema riguarda la verbalizzazione delle prove che, per la prima prova, sono stilate da un segretario presente nella sede in cui viene esaminato il candidato, diversa da quella in cui risiede la commissione, il che potrebbe causare problemi organizzativi e di verbalizzazione. Inoltre, alle Commissioni esaminatrici sono demandate mansioni di cancelleria, allestimento e gestione di postazioni informatiche che non rientrano tra quelle da sempre svolte in tale ruolo né, soprattutto, tra quelle di cui i commissari hanno esperienza professionale come avvocati, magistrati e professori universitari. Nel distretto di Corte d’appello di Napoli, ad oggi, non esiste ancora un’organizzazione per il piano logistico delle aule, per l’assistenza tecnica, per l’assistenza amministrativa e per i database da mettere a disposizione dei commissari.

Ma vi sembra possibile che i commissari debbano predisporre i tre quesiti della materia prescelta dal candidato, li debbano inserire in tre buste distinte e numerate e debbano sottoporre allo stesso il quesito prescelto? Tutto ciò i commissari dovrebbero farlo da soli? Al proprio studio? Con collegamenti instabili? Con quali buste? Quelle intestate del proprio studio legale? E dovrebbero assumersi tutte queste enormi responsabilità? Appare chiaro, a questo punto, che i commissari del distretto di Napoli sono stati abbandonati a se stessi.

Confido che il buon senso prevalga in tutte le sedi istituzionali per indurre la Commissione centrale e gli organi ministeriali a evitare imminenti valanghe di ricorsi amministrativi, sul vuoto normativo creatosi e sulla mancanza di un regolamento attuativo, emanando nuove disposizioni ispirate alla ragionevolezza, imparzialità, pubblicità e trasparenza della pubblica amministrazione declinati dalla legge 241 del 1990, nel pieno rispetto del dettato dell’articolo 97 della Costituzione. Si attendono urgenti risposte.

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