• Mar. Lug 27th, 2021

Red Viper News

L'aggregatore di notizie di Red VIper

Nomadland, recensione del pluripremiato film di Chloé Zhao

La strada è un elemento costitutivo dell’immaginario, della cultura e anche della conflittualità sociale d’America, mentre è quasi assente in Europa, se non per l’estensione all’intero occidente e oltre della cultura e della mitologia americana nel Novecento. È un mito che assume caratteri diversi, ma sempre connessi con un messaggio di speranza o ribellione e spesso entrambe: frontiera, fuga, ricerca, rifiuto, sottrazione ma anche conflittualità aperta, nel caso degli hoboes e degli IWW, la più importante esperienza originale americana di organizzazione operaia, e in quello degli hippies degli anni ‘60, il tentativo più compiuto e ambizioso di edificare un sistema complessivo di valori e di pratiche di vita alternativo nell’intera storia d’America. Nomadland, il film della cinese Chloé Zhao sommerso da premi dal Leone veneziano al Bacfa fino al filotto degli Oscar, smantella, destruttura e rovescia quel mito.

Non era mai successo prima, neppure nel raggelante e postapocalittico capolavoro di Cormac McCarthy La strada. Persino in quel romanzo la strada devastata e resa sempre minacciosa da una mai spiegata distruzione totale della civiltà conservava la sua valenza di speranza, di possibilità aperta. Non in questo pluripremiato film. Qui la strada è solo desolazione, deserto popolato da anziani malati e senza più casa che si spostano con i loro Van, trasformati in abitazione semovente, da una parte all’altra dell’America inseguendo lavori stagionali. La sola residua speranza è la sopravvivenza, e anche quella viene spesso disattesa.

Nomadland si basa sul libro-inchiesta omonimo della giornalista Jessica Bruder. Per scrivere le storie degli americani di solito anziani cacciati dal mercato del lavoro dalla Grande Recessione del 2007-09, e di conseguenza rimasti anche senza un tetto, ha passato mesi vivendo come loro su un camper, seguendo le loro rotte da un lavoro occasionale all’altro. La vita sulla strada nella terra dei nomadi per quella gente non è stata una scelta ma un obbligo. Lo stesso poteva dirsi però per i contadini di Furore, costretti a caricare su camion scassati tutto quel che potevano salvare delle loro vite e a spostarsi verso Ovest dalla Grande Depressione degli anni ‘30. Ma Tom Joad e la sua famiglia, come i tanti altri come loro, avevano una mèta, una terra promessa. Sulla strada riuscivano a costruire comunità solidali. Erano consapevoli di chi li avesse cacciati dalle loro case, conoscevano i loro nemici e da quella consapevolezza ricavavano un’identità comune. Nel capolavoro epico tratto dal romanzo, John Ford riesce a restituire precisamente quel senso di comunità flagellata ma non vinta, disperata ma reattiva.

Nel film della regista asiatica, peraltro girato con gran maestria, non c’è più nulla di tutto questo. I personaggi sono consapevoli di essere “animali da soma”, nuovi schiavi da strizzare e poi buttare quando inutili, ma non vanno mai oltre la rassegnazione. Imparano dal blogger e lui stesso “Vandweller” Bob Wells, che nel film interpreta se stesso, a vivere col minimo indispensabile. Un po’ si aiutano, scambiano oggetti nei mercatini fatiscenti ed effimeri che sorgono nei campeggi pieni di case-camper, qualche amicizia nasce. Però senza mai costituire una comunità, senza mai andare oltre rapporti personali a due appena un po’ più stretti che con gli altri.

Gli stessi spazi sconfinati che costituiscono uno dei punti di forza del film non restituiscono mai una sensazione d’apertura. Chloè Zhao, che a modo suo è una virtuosa, riesce a rendere anche quegli orizzonti aperti claustrofobici, come è giusto che sia perché nel suo film lo spazio aperto è solo una immensa riserva indiana, senza speranza e senza futuro. Del resto The Rider, il film precedente di Chloè Zhao che la aveva messa in luce a Cannes nel 2017, era appunto girato nella ex riserva Sioux-Lakota di Pine Ridge. A Fern, la protagonista interpretata da una straordinaria Frances McNormand, viene offerto un tetto in diverse occasioni. Lo rifiuta sempre, senza spiegazioni. Ma nulla indica che lo faccia perché preferisce il senso di libertà o lo sradicamento e la conseguente apertura a ogni eventualità che la strada offre. Vedova, senza lavoro, proveniente da una città uccisa dalla chiusura della fabbrica che la sostentava, senza più casa, sembra piuttosto che Fern non voglia più cercare niente, non intenda neppure immaginare un’altra vita oltre il ricordo di un passato perduto.

Da Jack London a Jack Kerouac, da Woody Guthrie a Bob Dylan e a Thomas Pynchon, la mitologia americana della strada deriva e si intreccia con quella della frontiera. Chi si mette o si ritrova sulla strada ha sempre una frontiera da raggiungere o superare, poco importa se reale o interiore. In Nomadland, per la prima volta, non c’è più frontiera. Quando la sorella della protagonista dice che in fondo i nuovi nomadi «Sono come i pionieri: tengono viva una tradizione americana» le sue parole suonano al contrario come elegia funebre.

Nomadland vince un paio di scommesse quasi miracolose. Grazie al contrappunto tra una narrazione lenta e un montaggio frenetico Chloé Zhao riesce a non rendere mai noioso un film senza trama e quasi senza dialoghi. Frances McNormand, che al terzo oscar insidia il record di Katharine Hepburn, l’unica a essersi portata a casa quattro statuette, regge per quasi due ore un film in cui c’è quasi solo lei e tutti gli altri sono più comparse che comprimari. Ma forse non è un segnale così buono che nell’anno del Covid trionfi ovunque uno dei film più malinconici mai girati, reso ancor più mesto dalla bella colonna sonora di Ludovico Einaudi. Un’opera che trasforma la strada e gli spazi sconfinati da luogo delle possibilità inesauribili in cimitero degli elefanti dove si può solo aspettare la fine.

L’articolo Nomadland, recensione del pluripremiato film di Chloé Zhao proviene da Il Riformista.