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Corvi e dossieraggio, cosa non torna sulla loggia Ungheria: l’Amara verità è l’opacità

Una altissima cortina fumogena si sta alzando in queste ore a protezione di tutti i soggetti coinvolti, a vario titolo, nella loggia “Ungheria”, l’associazione super segreta composta da magistrati, alti ufficiali delle Forze di polizia, imprenditori e professionisti, finalizzata a pilotare le nomine in magistratura e ad aggiustare i processi. A fare il nome di questa loggia coperta, non riconosciuta da Stefano Bisi, il gran maestro del Grande oriente d’Italia, era stato alla fine del 2019 Piero Amara, l’avvocato siciliano ideatore del Sistema Siracusa, in ben quattro interrogatori davanti all’aggiunto di Milano Laura Pedio e al sostituto Paolo Storari, che lo avevano sentito a proposito dei depistaggi nel processo Eni-Nigeria. Ma ecco tutto quello che non torna in questa torbida vicenda.

I media prendono conoscenza della loggia segreta mercoledì scorso grazie al togato Nino Di Matteo. Il pm antimafia, intervenendo in apertura di Plenum al Consiglio superiore della magistratura per un “fatto personale”, comunica di aver ricevuto «con un plico anonimo la copia informatica e priva di sottoscrizione dell’interrogatorio di un indagato risalente al dicembre 2019 dinanzi a un’Autorità giudiziaria». Nella lettera di accompagnamento, aggiunge Di Matteo, «quel verbale veniva ripetutamente indicato come segreto». Senza entrare nello specifico, il pm del processo Trattativa, afferma che «nel contesto dell’interrogatorio l’indagato menzionava in forma evidentemente diffamatoria, se non calunniosa, circostanze relative a un consigliere di questo organo». Di Matteo, poi, aveva spiegato di aver contattato la Procura competente, cioè quella di Perugia, per riferire i fatti. Il suo timore, infatti, è che «tali dichiarazioni e il dossieraggio anonimo» possano «collegarsi a un tentativo di condizionamento» dell’attività di Palazzo dei Marescialli.

Tali affermazioni, che avrebbe dovuto far saltare sulla sedia tutti i consiglieri presenti, cadono nel silenzio dell’Aula Vittorio Bachelet e il vice presidente David Ermini decide di procedere spedito con l’ordine del giorno.
In serata si diffonde la voce che il togato in questione potrebbe essere Sebastiano Ardita, pm di Autonomia&indipendenza, la corrente fondata da Piercamillo Davigo. Il giorno dopo Repubblica e Fatto danno la notizia di aver ricevuto nelle settimane passate questi verbali ma di non averli pubblicati. E forniscono particolari su chi possa essere stata la “postina”: una funzionaria del Csm. Le Procure di Milano e Perugia, in tarda mattinata, comunicano di aver individuato con certezza chi ha passato i verbali ai giornali. Si tratta di Marcella Contrafatto, la segretaria di Davigo.

E, a questo punto, entra in gioco lui, l’ex pm di Mani pulite, ora fra gli editorialisti del Fatto Quotidiano, il giornale che aveva ricevuto e non aveva pubblicato i verbali. Davigo dichiara senza tanti giri di parole di aver ricevuto le copie degli atti con le dichiarazioni di Amara dalle mani di Storari. L’ex consigliere, ricevuti i verbali nei primi mesi del 2020, afferma poi di averne riferito il contenuto, genericamente e confidenzialmente, a due componenti del Consiglio di Presidenza del Csm: il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi e il vice presidente Ermini. Un sistema alquanto “irrituale”, dal momento che per il regolamento del Csm Davigo avvrebbe dovuto trasmettere formalmente gli atti medesimi al Consiglio di Presidenza e questo, a sua volta, alla prima Commissione, competente per tutto ciò che attiene i comportamenti dei magistrati.

Davigo, in una intervista, ha ricordato che «c’è stato un ritardo non conforme alle disposizioni normative nell’iscrizione della notizia di reato, e un ritardo conseguente nell’avvio delle indagini: non è questione di lotte interne, è questione che c’è un soggetto che fa delle dichiarazioni di estrema gravità, che siano vere o false, o che siano in parte vere e in parte false, è necessario fare le indagini per saperlo». In tal modo giustificando il suo operato.
Ma se quello di Davigo, detto il dottor Sottile per la sua precisione, è un modo di agire che lascia perplessi, anche la reazione di Ermini e Salvi non è da meno. Sentendosi riferire tali notizie da Davigo, come mai non hanno preteso da costui che fossero formalizzate con una relazione scritta?

Ma torniamo a Milano e a Storari. Per quale motivo il pm di Milano che ha raccolto quelle dichiarazioni ha ritenuto di doverne dare copia a un consigliere del Csm bypassando il suo capo, il procuratore Francesco Greco? Se avesse avuto il sospetto che Greco era intenzionato a insabbiare tutto perché non ha informato la scala gerarchica, ad iniziare dal procuratore generale presso la Corte d’Appello che per legge ha il potere di avocazione dei fascicoli? L’agire di Storari legittima ogni singolo magistrato che ha un problema con il proprio dirigente a rivolgersi direttamente al consigliere del Csm amico.

Greco ha detto che non c’è mai stato alcun contrasto. Ma come mai, allora, non ha proceduto con le iscrizioni per verificare se quanto riportato da Amara fosse vero o meno, evitando che Storari pensasse a un insabbiamento?
Amara, che adesso tutti puntano a descrivere come inattendibile, è fra i testimoni chiave dell’indagine di Perugia nei confronti dell’ex zar delle nomine. Il particolare, spesso, sfugge. Secondo l’accusa, Palamara sarebbe stato per anni a disposizione di Amara tramite il faccendiere Fabrizio Centofanti. In cambio di viaggi, cene e alberghi pagati, gli avrebbe dato informazioni su procedimenti penali aperti a suo carico, gli avrebbe promesso la nomina del pm Giancarlo Longo a procuratore di Gela, e avrebbe interferito nel procedimento disciplinare contro Marco Bisogni, pm di Siracusa, in quel momento di ostacolo per le attività criminali dello stesso Amara in Sicilia.

In conclusione un accenno al Fatto e a Repubblica, sempre in prima linea nel pubblicare stralci di verbali senza attendere se gli stessi fossero regolarmente depositati. I due quotidiani, appigliandosi alla deontologia professionale del giornalista, per spirito di verità e giustizia, hanno deciso di non scrivere un rigo di questa storia. Perché? Nell’elenco di Amara ci sono persone che non si possono assolutamente citare? In tutto questo caos, spicca il silenzio tombale del ministro della Giustizia Marta Cartabia e, soprattutto, del capo dello Stato. Quando esplose il Palamaragate nell’estate del 2019, Sergio Mattarella parlò di “modestia etica” a proposito dei magistrati coinvolti, invocando un rinnovamento. Adesso, davanti ad una nuova P2, non ha proprio nulla da aggiungere?

L’articolo Corvi e dossieraggio, cosa non torna sulla loggia Ungheria: l’Amara verità è l’opacità proviene da Il Riformista.