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Loggia Ungheria: chi c’è dietro lo scandalo che scuote la magistratura

Che bella sorpresa, chi si rivede: i corvi. Non le bestie vere, ma la figura retorica, il bestiario datato. Che vuol dire corvo? La memoria riporta ad antiche tragedie siciliane ai tempi di Falcone e dell’Addaura, se non ci sbagliamo. I Corvi sono brutte bestie: si nutrono di verità e cagano menzogne e zizzania che investono i piani alti, il cielo della Terra italica, – qua rovino tutti, adesso io parlo e vedrete che fine farete – sant’Iddio ma chi ci sta dentro? Chi è coinvolto? Chi sta fuori? Il dio giornalismo all’italiana, così accomodante, ci perdoni, ma qui si tratta dell’intero sistema giustizia, il seguito, e si intravede la lievitazione, il nuovo soufflé del Sistema Palamara, come dire il Palamara-Due, la vendetta, certamente non il dessert.

Ma perché ci troviamo il dottor Davigo? Ma non era in pensione? Che ci fa? Glielo chiedono quelli del Tiggì che lo vanno a trovare: “Scusi, consigliere, anzi ex, ma come mai un giudice anziché rivolgersi ai suoi superiori e dargli le carte, ha viceversa preso il grosso dossier e se lo è portato a Roma e per recapitarlo nelle sue mani al palazzo dei Marescialli, sede del Csm, dove si trovava lei? Ma le pare normale?” Lui sta seduto un po’ sul pizzo del divano e risponde che la cosa si spiega: il procuratore (che sarebbe il p.m. Storari che nel 2020 è venuto a Roma per consegnargli il dossier) non era tanto sicuro che la pratica facesse il suo corso”. E allora, lei? “Io ho trasmesso tutto a chi di dovere”. Vuol dire al dottor Greco, capo della Procura? “Ho detto chi di dovere e tanto basta”. Peccato che abbiano dimenticato di chiedergli quando avrebbe avvertito “chi di dovere”, perché sembra che da quando ha ricevuto l’incartamento a quando ha avvertito chi di dovere sia passato un sacco di tempo.

È una cosa strana: chi di dovere, osserva la giornalista di Repubblica Liana Milella che è uno dei due giornalisti che hanno ricevuto il plico, dovrebbe essere il dottor Greco, capo della Procura della Repubblica di Milano. Ma non era proprio a lui che il dottor Storari non ha voluto dare l’incartamento perché temeva che restasse incagliati nelle nebbie? E il dottor Davigo lo avrebbe lui messo al corrente, chiamandolo “chi di dovere”. Ma che è? un rebus? Un paradosso logico tipo Zenone come la freccia scoccata che non vola e Achille che non raggiunge la tartaruga? Che cosa ci stiamo perdendo nella logica? Qui ci vorrebbe il dottor Davigo a spiegarcelo perché non ci arriviamo.

Intanto due giornali e due giornalisti ricevono posta. Una è la cronista giudiziaria di Repubblica Liana Milella e l’altro un suo collega del Fatto Quotidiano. “Drin-drin”, c’è posta anonima per lei. Non elettronica. Di carta. Apri il plico e che ci trovi? Oh, madonna santissima, cristoggesùemmaria? Ma qui c’è tutto l’iperuranio della politica e giustizia italiana. Ma quanta roba è? Una tonnellata? Davvero sono tutte le deposizioni nascoste sotto il tappeto, rilasciate dall’avvocato Amara che era quello che aveva tirato in ballo proprio Palamara? E sant’Iddio, tutta sta roba? Un malloppo da far tremare le vene e i polsi, si dice così? Ma perché proprio a me l’hanno mandato? E chi l’ha mandato? Fanno un po’ di indagini interne al Csm e dicono di essere arrivati dritti alla moglie di un magistrato che fino a poco fa era anche la segretaria del dottor Davigo, quando lui era ancora al Palazzo dei Marescialli. Dunque, l’ignara e intrepida signora del Palazzo dei Marescialli sarebbe andata alla posta per conto di… Di chi? È lei la Postina della Valgardena? Ma non giocavano a Corvo Nero non avrai il mio scalpo? Basta: stiamo girando in tondo come polli decapitati: questa è una storia che entra a lama di coltello nell’intera giustizia italiana e l’unico che potrebbe salvarci e darci a noi e al Paese la dritta giusta è il dottor Davigo che è un giovane pensionato, ma sempre in gamba? Davvero ci sono logge di piazza Ungheria? Venga a prendere un caffè da noi? No, quello era l’Ucciardone.

Chi le ha detto di mandare i plichi? Povera donna, che ne sa? Ma santo cielo, qualcuno sarà pur stato! Dottor Davigo, ci aiuti lei che è come la divina provvidenza: ne sa niente lei? Davigo – l’ha detto, è stato chiaro, perché tormentarlo, pover’uomo – ha inviato solo a chi di dovere. E poi sta loggia. Un’altra? Ma che è, massonica? E che cos’altro? Una loggia che si chiama “Ungheria” come la piazza dei Parioli? Altro che matassa dai bandoli: sono matrioske in Kamasutra reciproco che contengono quel che è uscito dall’interrogatorio fiume dell’ex avvocato siciliano Piero Amara, che avrebbe nesso in mezzo un sacco di gente fra cui l’avvocato Giuseppi Conte quando non era presidente del Consiglio ma interessato e una faccenda da quattrocentomila euro, tutta roba super-professionale, s’intende. Pulita. Intanto, però, era sotto il tappeto. Ore di deposizione. Anche la sperimentata e tosta cronista di Repubblica, scrive una lunga nota per il minimo sindacale di scetticismo d’ordinanza, ed è giustamente sorpresa, anzi scandalizzata perché chi fa queste brutte cose non aiuta davvero la giustizia. Ma aggiunge, avendo un naso sperimentato, che le cose contenute nel dossier anonimo possono essere divise in tre categorie: vere, verosimili e vattelappesca.

E chi siamo noi per decidere? Noi siamo cronisti. Ma chi l’avrà mandata, la busta? Indovinala grillo. Non quello. Il modo di dire. Però, attenzione, le carte non hanno firma – come giustamente annota la giornalista di Repubblica – e dunque non dimostrano niente, anzi si sparge altra puzza di bruciato. Ma c’è una lettera di accompagnamento che, a caratteri cubitali, avverte che sono coinvolti i massimi livelli e cita come password il modo di dire caro a Palamara: “cane non mangia cane”, è come una firma digitale. Se trovi “cane non mangia cane”, allora fochetto-fochetto, siamo nella zona del Sistema. Ma il dottor Davigo, ecco il nostro tormento, come la mette? Come la spiega? Siamo di fronte al panorama fantastico come dipinto da Salvador Dalì, orologi molli e specchi di cartone. E poi la loggia in piazza Ungheria? Siamo confusi, vorremmo che la Repubblica ne uscisse. C’è per caso un drago o bestia del genere in grado di incenerire? O almeno, qualcuno può chiamare la Zucchet, con i suoi pesticidi?

 

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