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La fuga di de Magistris, sindaco a distanza del governo in esilio

Lo spazio-tempo è relativo, come insegnava Einstein rivoluzionando il nostro modo di guardare l’universo, e ciascuno carica l’orologio dei suoi ricordi secondo amore o necessità. Il 1 maggio 1991 sembra ieri: all’epoca il secolo breve era appena finito, con la caduta del muro e l’annuncio della fine della storia, e a Napoli il potere pentapartitico, sull’orlo di tangentopoli e del fallimento amministrativo, assisteva sgomento al riaccendersi del conflitto sociale, alla pantera studentesca e alla posse liberatoria e feroce di Officina 99. Il Napoli, invece, dopo un lustro leggendario, era sprofondato di nuovo nella mediocrità, con l’addio amaro di Maradona e l’avvio di un declino durato poi 15 anni. Tralascio molto altro, ma per la mia generazione partenopea tanto basta a riflettere sui trent’anni trascorsi e il momento attuale. Del resto, se Joaquin Sabina nelle sue canzoni descrive fidanzamenti di 500 notti e appena 19 giorni, l’essenziale può essere asimmetrico.

Contrariamente alle previsioni, la storia non ha mai smesso di correre, riammettendo rapidamente la nuova Russia e l’antica Cina al suo eterno gioco delle perle di vetro e rivelando che Francis Fukuyama non ha mai letto Hermann Hesse. Il Napoli è risorto dalle sue ceneri e sembra ancora godere di buona salute, nonostante il ciclone Covid che si è abbattuto anche sul calcio. Contro il Torino Osimhen, scattista felino da 34,8 km/h, e Demme, tosto mediano da 13 km a partita, hanno riportato la squadra in zona Champions. Il tedesco, con la sua tenacia da metalmeccanico, mi ricorda Babe Levy, il timido “maratoneta” di Dustin Hoffman, eroe involontario dello scontro mortale con Dr. Szell. L’imprendibile nigeriano, invece, non avrebbe sfigurato nemmeno ai giochi isolimpici dell’antica Neapolis, contro il campionissimo Melancoma. Uno scontro che avrebbe affascinato persino la nostra amata Partenope, il cui sepolcro giace nascosto nei pressi del Gymnasium riemerso tra gli scavi di piazza Nicola Amore.

Trent’anni dopo, la città è più povera di prima, capitale nazionale di reddito di cittadinanza e disoccupazione giovanile, mentre la rivoluzione arancione, partita con sguaiati proclami, è tramontata tra debiti colossali, inefficienze di ogni tipo e la fuga clamorosa di Luigi de Magistris. “Sindaco a Distanza” è diventato ormai il logo di tanti editoriali dedicati al tramonto calabrese del governo napoletano in esilio, e io ci rido su, fingendo di sentirmi come Giovan Battista Viotti a cui De Lisle rubò La Marsigliese. San Gennaro, invece, non ha voglia di scherzare e ha fatto causa per 800mila euro al Comune che non ha paga la sua Fondazione dal 2011. Un ennesimo mistero (in)glorioso che non ha sorpreso affatto i napoletani, ormai rassegnati da tempo al disfacimento in corso e indifferenti agli spasmi elettorali della Giunta, dal consueto ultimo valzer delle partecipate ai rinforzi arrivati da Montalto Uffugo, insospettabile culla silana del diritto amministrativo. In fondo, la nostra Povera Patria è abituata a quelli che «si credono potenti e gli va bene quello che fanno, e tutto gli appartiene». Finché dura.

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