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Altro che festa, se non ci diamo una mossa celebreremo la morte del lavoro

I precari, le donne, gli autonomi. Se per queste “categorie” il mondo del lavoro era già pieno di ostacoli, dopo questa tremenda pandemia si sta passando direttamente dalla mancanza di opportunità al dramma. In Campania, questo primo maggio non sembra la festa dei lavoratori, ma piuttosto la “mattanza” del lavoro. E sono appunto i “fragili del lavoro” (donne, precari, autonomi) i più colpiti dagli effetti economici del virus. Perché erano già vittime della totale assenza di politiche finalizzate a incrociare domanda e offerta utili a creare occupazione non solo nuova, ma anche stabile e dignitosa. Già il primo maggio dell’anno scorso – dopo il primo lockdown e le cassintegrazioni non pagate per tempo dal Governo giallorosso – la situazione era esplosiva, ma oggi la parola d’ordine dovrebbe essere ripartenza. Perché il nulla prodotto da Conte ha annichilito le tante piccole e medie imprese locali, rimaste prive di ristori e senza anno fiscale ‘bianco’.

Dalle nostre parti, al danno si aggiunge la beffa, l’incapacità di spendere le risorse. Mi riferisco ai fondi europei 2014/2020, di quelli 2021/2027 e pure delle risorse del Fondo di azione e coesione. Una massa imponente di miliardi che, nella regione più giovane d’Italia e in attesa del Recovery Fund, dovrebbe stare già in giro a produrre sviluppo e lavoro. E invece la Campania non ha prodotto uno straccio di piano lavoro per far dialogare la scuola con le imprese, per migliorare la formazione professionale, per favorire l’occupazione di qualità a partire dai nostri settori d’eccellenza. Qui si parla della carne viva delle persone, del loro presente e del loro futuro. Senza misure utili a promuovere politiche attive del lavoro, non si riduce la disoccupazione. Se la Regione non interpreta quella funzione che la legge le affida come ente di programmazione, l’economia campana non potrà risalire per opera e virtù dello Spirito Santo.

Vogliamo poi affrontare il nodo del reddito di cittadinanza e dei navigator che non hanno trovato il lavoro a nessuno? Nei centri per l’impiego campani sono rimasti 400 addetti senza mezzi e senza competenze specifiche. Certo, il reddito di cittadinanza – che a Napoli copre le richieste dell’intero Nord – ha senz’altro sostenuto una parte del bisogno, ma resta acqua che non leva sete e soprattutto non produce lavoro. Anzi, le regole formalistiche volute dai 5 Stelle hanno finito per  “premiare” pure parecchi delinquenti, poveri per finta. Le responsabilità politiche, insomma, sono ben chiare. Ora la Lega, battendosi per le riaperture e per gli sgravi fiscali, sta indicando l’unica direzione possibile: dare slancio alle imprese e al commercio per investire sul lavoro. Ridiamo speranza a chi ha avuto il coraggio e la forza di non abbassare la saracinesca oppure sta lottando per evitare il fallimento della propria azienda. Del resto, Napoli e la Campania hanno sempre dimostrato la capacità di rialzarsi.

A poche settimane dall’avvio della stagione turistica, dunque, bisogna andare incontro alle esigenze degli operatori avviliti da un anno di stop. Basta procedure complicate: ripartiamo attraverso la semplificazione della vita delle aziende e delle persone. Il mondo del lavoro è cambiato moltissimo e bisogna essere capaci di adeguarsi adattandosi alle singole realtà. Qui da noi si deve ripartire dalle sapienti mani degli artigiani, dal talento dei giovani, dalla valorizzazione delle bellezze naturali e culturali.  Soltanto così  il prossimo  primo maggio potrà essere migliore di questo. Il dovere di tutti è crederci e darsi da fare.

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