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“A Napoli la politica ha fallito, i privati possono salvare la città”, intervista a don Luigi Merola

L’altro giorno si è svolta in Prefettura una riunione per discutere del riutilizzo dei beni confiscati alla criminalità organizzata e alla fine della riunione, a cui hanno partecipato esponenti della Regione, sindaci dei Comuni dell’Area Metropolitana e rappresentanti delle maggiori organizzazioni di categoria, si è giunti alla conclusione che serve «un modello di partnership tra pubblico e privato nel presupposto dell’interesse comune alla lotta contro il crimine organizzato e al miglioramento delle condizioni generali di qualità della vita sul territorio». Una sorta di protocollo per cofinanziare e portare avanti progetti per offrire ai cittadini servizi e quindi migliorare la città. Perché – e ce lo ha ricordato anche la cronaca delle ultime settimane – senza servizi la città finisce allo sbando e nelle città allo sbando prevalgono degrado e camorra.

«Basta con i politici che pensano solo a essere eletti e al proprio tornaconto, incapaci di mettersi realmente al servizio della città. Altrimenti Napoli continuerà ad essere la città delle occasioni perdute, la città delle emergenze continue. Mi auguro che scendano in campo gli intellettuali di Napoli e gli imprenditori che hanno il coraggio di investire in questa città» dice Don Luigi Merola. È uno dei preti di frontiera, di quelli che vengono definiti parroci anticamorra perché da anni dedica il suo impegno pastorale a bambini e ragazzi dei quartieri più degradati per sottrarli alla camorra, consentendo loro di studiare e inserirsi onestamente nel mondo del lavoro. Don Merola è anche il fondatore della Fondazione ’A voce d’e creature che ha sede all’Arenaccia, in una villa che in passato era appartenuta a un vecchio boss della camorra. Racconta di trovarsi proprio in questi giorni alle prese con una questione che sembra figlia di quel vuoto amministrativo denunciato da tanti e di quelle criticità legate alla gestione della città.

«Da mesi sto cercando di sapere dal Comune di Napoli se davvero non si è considerata nel bilancio la riduzione della Tari al 15% che spetterebbe ai beni confiscati. Se così fosse oggi mi ritroverei a dover pagare l’intera somma più una mora. Un’assurdità – denuncia don Merola – se si pensa che la fondazione offre un servizio al Comune di Napoli occupandosi di centinaia di bambini e ragazzi per sottrarli alla strada». La Voce d’e creature ospita ogni giorno circa 200 ragazzi e li impegna in attività di studio, di gioco, di formazione in modo da renderli capaci di imparare un mestiere e non dover cedere alle lusinghe della criminalità organizzata. «Non ho mai chiesto soldi al Comune, la fondazione si sostiene con le donazioni e con la promozione di un libro che faccio ogni anno». Intorno a questo impegno, spesso don Merola trova il vuoto delle istituzioni. «In questa città le istituzioni non hanno un programma per il futuro – dice don Merola – Qui si delega tutto alle forze di polizia e alla magistratura, come se debbano essere solo i magistrati e le forze dell’ordine a dover salvare la città, senza considerare il valore della prevenzione e l’importanza di avere una progettualità, senza creare una rete tra le attività del terzo settore, le associazioni come la nostra, le parrocchie, la scuola e tutte le istituzioni».

«Qui siamo in mano alla Provvidenza, ogni giorno abbiamo bisogno di un santo che ci aiuti. E io mi sono stancato di invocare i santi. Dobbiamo mettere la speranza nelle mani dell’uomo» afferma il parroco che nel 2004, a Forcella, guidò il tentativo di riscatto del quartiere dopo la tragica morte di Annalisa Durante, uccisa per errore a soli 14 anni in un conflitto a fuoco tra criminali. Da allora ad oggi cosa è cambiato? «Purtroppo niente – risponde – Raccolsi 100mila euro per realizzare in parrocchia un teatro che doveva servire a dare un’alternativa ai ragazzi di Forcella, un anno dopo fu chiuso ed è ancora chiuso».

L’articolo “A Napoli la politica ha fallito, i privati possono salvare la città”, intervista a don Luigi Merola proviene da Il Riformista.