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“In 100 giorni Biden ha ridato leadership agli Usa”, intervista a Massimo Teodori

DiRed Viper News Manager

Apr 30, 2021

I primi cento giorni di Joe Biden alla Casa Bianca. Cento giorni all’insegna di un cambiamento radicale. Il Riformista ne discute con Massimo Teodori, professore di Storia e Istituzioni degli Stati Uniti. Tra i suoi libri sull’America, ricordiamo: Ossessioni americane. Storia del lato oscuro degli Stati Uniti (Marsilio, 2017); Obama il grande (Marsilio, 2016); Storia degli Stati Uniti e il sistema politico americano (Mondadori, 2004) e, dal 20 maggio in libreria, Il genio americano. Sconfiggere Trump e la pandemia globale (Rubettino, 2020)

Il presidente Biden al Congresso: “Tasse per i super ricchi e stretta sulle armi”. Professor Teodori, c’è un rivoluzionario alla Casa Bianca?
Rivoluzionario è una parola che si può prestare a letture sbagliate e fuorvianti. Direi piuttosto che Biden ha un comportamento, un profilo, da democratico radicale, cioè di un riformatore che cerca nei primi 100 giorni di dare un orientamento molto netto a quella che sarà la sua presidenza, affrontando i nodi più difficili e più dimenticati della società americana.

Nel suo ambizioso programma di riforme, il terzo in tre mesi, il capo della Casa Bianca prevede più istruzione gratuita per tutti, università inclusa, più assistenza alle famiglie con figli, e asili nido. L’American Families Plan è la vera novità di un intervento che sottolinea i successi già raggiunti con le 200 milioni di vaccinazioni in cento giorni, la ripresa economica e i sussidi ai cittadini. I fondi saranno destinati a famiglie, asili, università e congedi parentali. Siamo al “New Deal” del Terzo Millennio?
Io credo che si possa parlare di “New Deal” sul modello di quello che Franklin Delano Roosevelt fece nei primi 100 giorni della sua presidenza nel 1933. Ma quello che mi piace sottolineare è il fatto che Biden si dedica a delle questioni, a dei temi, a dei problemi che sono i grandi dimenticati della recente storia americana. Con questo voglio dire che i presidenti degli Stati Uniti, sia nelle presidenze Democratiche che in quelle Repubblicane, hanno avuto sempre una attenzione marginale per quello che si può chiamare il welfare state. Al contrario, mi pare che Biden stia affrontando, in occasione della grande crisi della pandemia, proprio i grandi temi del welfare, vale a dire istruzione, sanità, redistribuzione dei redditi dai più ricchi ai poveri, infrastrutture con la mano pubblica. Tutte cose molto marginali nella vicenda americana.

Altro tema scottante, è quello della l riforma della polizia. Tornando sul caso Floyd, Biden ha chiesto che la riforma della polizia, che porta proprio il nome dell’afroamericano ucciso da un agente a Minneapolis, sia varata il prossimo mese in occasione della ricorrenza dell’omicidio. «Abbiamo visto il ginocchio dell’ingiustizia sul collo dell’America afroamericana. Ora bisogna voltare pagina, è il Paese che lo vuole». Ma lo vogliono anche gli oltre 70milioni di americani che hanno votato Donald Trump?
Certamente la questione di mettere dei freni alla polizia è un tema molto controverso. Non solo per quelli che hanno votato per Trump. In alcune regioni degli Stati Uniti, in particolare nel Sud e nell’Ovest, e anche nelle grandi metropoli, i distretti di polizia sono governati da quelli che, diciamo così, hanno una tendenza al suprematismo bianco, cioè a trattare le minoranze, in particolare quella nera, con una mano ben diversa dal modo in cui si comportano con i bianchi. Sono le statistiche che lo dicono. Biden mi pare abbia la volontà di affrontare questo tema, che è difficile per la ragione che i distretti di polizia non dipendono dal governo federale ma essi dipendono dai governi statali e da quelli municipali. Quindi una riforma della polizia federale, che è quella che Biden vuole fare, incontra anche dei problemi di relazioni fra governo federale e governi locali, questione che negli Stati Uniti è molto sentita.

Come è molto sentita, direi esplosiva, la questione della vendita di armi.
Sicuramente questa è una sfida ancora più difficile di quella della riforma della polizia….

Perché più difficile, professor Teodori?
Perché nella Costituzione americana, c’è un emendamento nel Bill of Rights il quale prevede che tutti gli americani possano detenere e portare con sé le armi. Tutti i tentativi di riformare il controllo e la limitazione delle armi, è andata a sbattere contro la barriera di questo emendamento costituzionale, invocato anche dalla Corte Suprema una decina di anni fa per tagliare delle riforme di controllo che erano state fatte in precedenza. Il problema questa volta sarà quello della Corte Suprema: nel senso che qualsiasi ricorso contro una restrizione delle armi, arriverà subito lì. E sappiamo che oggi la Corte Suprema ha una larga maggioranza conservatrice per via dei giudici che sono stati nominati da Trump. Mettere un freno alla diffusione delle armi, comunque alla loro vendita, è un nodo ancora più divisivo e controverso di quello della polizia, soprattutto negli Stati dell’Ovest e del Sud dove è dominante la “cultura della frontiera”, e cioè ognuno si fa giustizia da sé e può portare l’arma dove e come vuole.

C’è una immagine di Biden che parla al Congresso che ha molto colpito i media. Una immagine per molti versi storica. Per la prima volta due donne, seconda e terza carica dello Stato, erano sedute nell’aula della Camera alle spalle di Biden. “Signora Vice presidente”, è stato l’omaggio di Biden a Kamala Harris. È stata solo una “galanteria” oppure in previsione del futuro, visto che Biden ha già detto che non si ripresenterà per un secondo mandato, è il lancio della Harris come suo successore dem?
Non so se in previsione del secondo mandato, adesso occupiamoci del primo. E occupandoci del primo, non c’è dubbio che Biden raccoglie quelle che sono le istanze della civilizzazione liberale nel mondo occidentale, vale a dire il ruolo e la posizione delle donne. E in questo senso lui la valorizza molto più di quanto abbiano fatto in precedenza i presidenti, anche quelli Democratici. Questo è il significato, piuttosto che quello di prevedere che la Vice presidente di oggi possa diventare la presidente di domani.

Nel suo discorso dei cento giorni al Congresso, Biden ha lanciato anche un messaggio a Vladimir Putin e Xi Jinping. «Non vogliamo conflitti o escalation», ha assicurato, sottolineando però come «la democrazia è l’essenza degli Stati Uniti e gli autocrati non vinceranno». Sono solo parole?
No, è la ripresa di una funzione di leadership sul terreno internazionale che Trump aveva completamente abbandonato sposando una linea isolazionista. In questo momento invece Biden cerca di rilanciarsi sul piano internazionale, soprattutto battendo la strada del multilateralismo. Questo lo ha fatto con il Trattato sul clima, su quello del nucleare iraniano, e anche l’iniziativa di coinvolgere tutti gli altri grandi Paesi nella tassa generale rispetto alle multinazionali, è essa stessa un tentativo di esercitare, sul piano internazionale, una leadership su uno dei temi diventati cruciali, visto che i grandi poteri digitali delle Corporation sono diventati più importanti e più pesanti delle stesse nazioni. Quindi gli Stati Uniti, in cui queste Corporation risiedono, cercano di porre un rimedio lanciando una iniziativa di questo genere. Io non sottovaluterei affatto la dimensione internazionale di questa proposta di tassazione che deve essere accettata dagli altri grandi Paesi dell’Europa e non solo.

Tasse ai super ricchi e alle grandi Corporation del potere digitale, intervento dello Stato nell’economia. Se qualcuno di importante, magari un presidente del Consiglio, dicesse queste cose in Italia, verrebbe tacciato di essere un “comunista”.
Mi pare di poter dire che mentre da noi si fanno molte chiacchiere, una democrazia riformatrice come quella di Biden sta facendo dei fatti. E questo sì che per l’Italia sembra qualcosa di “rivoluzionario”.

L’articolo “In 100 giorni Biden ha ridato leadership agli Usa”, intervista a Massimo Teodori proviene da Il Riformista.