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Fiammetta Borsellino e Antonio Di Pietro smontano la trasmissione di La7 sulla mafia

DiRed Viper News Manager

Apr 30, 2021

Sono molte le questioni da discutere in seguito alla trasmissione svoltasi nella sera di mercoledì a La7 con Mentana, Purgatori e Fiammetta Borsellino su un’intervista fatta da Michele Santoro al pentito Avola che ha narrato come insieme ad altri realizzò sul piano tecnico-operativo l’attentato contro Paolo Borsellino in via D’Amelio facendo saltare un’auto imbottita di tritolo e piazzata lì da tempo.

Ovviamente quella ricostruzione si è intrecciata con una discussione sul quadro politico, giudiziario e criminale nel quale si svolsero i due grandi attentati di mafia, quello contro Falcone e quello poco tempo dopo contro Borsellino. Siccome, specialmente da Purgatori, sono state fatte affermazioni politiche e giudiziarie molto discutibili allora vale la pena fare alcune osservazioni a margine. È difficilmente discutibile che il governo Andreotti con Martelli alla Giustizia e Scotti all’Interno fu così impegnato contro la mafia che Martelli diede un rifugio a Falcone presso il ministero della Giustizia in un ruolo fondamentale, quello di direttore generale degli Affari Penali. Infatti, Falcone era rimasto isolato nell’ambito della magistratura e anche, come vedremo, nel quadro politico. L’azione di Martelli e Falcone dal ministero della Giustizia, di Scotti dal ministero dell’Interno, non sarebbe stata possibile se anche Andreotti non fosse stato della partita. Fu il governo in quanto tale a prendere un provvedimento al limite della costituzionalità quale fu il decreto che consentì di rimettere in carcere i boss malgrado la decorrenza dei termini, decreto contestato frontalmente dai comunisti.

Un’altra operazione fu fatta in quella fase da parte di Martelli e dello stesso Falcone e fu quella di far sì che la Cassazione nella sua collegialità con un procedimento di rotazione fu investita per gli aspetti giuridici del maxiprocesso evitando che esso cadesse sotto la mannaia della prima sezione guidata da Carnevale. Ovviamente ciò spiega perché la mafia mise nel mirino Falcone, e per una fase pensò anche ad un attentato a Martelli, e prima ancora uccise Salvo Lima, e poi gestì la stessa tempistica dell’attentato a Falcone, in modo da togliere ad Andreotti la possibilità di diventare presidente della Repubblica. Evidentemente a questo punto c’è un “questione Andreotti”. A nostro avviso, sul terreno dei rapporti con la mafia la posizione di Andreotti è stata caratterizzata da due fasi che hanno trovato un riflesso anche nella sentenza che lo ha assolto dal concorso in associazione mafiosa dal 1980 e per prescrizione per quello che riguarda gli anni precedenti. Andreotti ebbe un rapporto “contrattuale” attraverso Lima (che non era mafioso, ma teneva i rapporti con la mafia come anche altri esponenti delle varie correnti della Dc) con la mafia “normale”, quella negli ultimi anni rappresentata da Bontade, poi ucciso dai corleonesi, cioè con la mafia che aveva rapporti con tutti, anche gli imprenditori del Nord, ma che non sparava ai magistrati e agli alti gradi della Polizia e dei Carabinieri.

Invece Andreotti fu frontalmente contro la mafia quando ne assunsero la guida i corleonesi, che volevano sfidare lo Stato e i partiti. Di conseguenza, egli diede mano libera e anzi sostenne Scotti e Martelli che a sua volta sostenne in tutti i modi l’azione di Falcone dal ministero. Falcone poté continuare la lotta alla mafia dalla direzione degli Affari Penali della Giustizia essendo stato isolato nell’ambito della magistratura e anche a livello politico. Da chi fu isolato Falcone nell’ambito della magistratura? Certamente dall’area ambigua e grigia composta da Giammanco e simili, ma dall’altro lato in modo assai netto da Magistratura Democratica e da una parte del Pci per non parlare degli infami attacchi rivoltigli da Leoluca Orlando. Se i sostenitori della trattativa Stato-mafia applicassero con coerenza logica fino in fondo i loro teoremi, allora dovrebbero affermare che i comunisti e Md isolando Falcone fecero il gioco della mafia. Ciò è obiettivamente vero, anche se le ragioni di questo attacco di Md e del Pci a Falcone erano tutte politiche.

Ma se va smontata questa forzatura, vanno smontate anche tutte le altre. Sono nella memoria di tutti l’articolo sull’Unità del prof. Pizzorusso, allora esponente del Csm, che affermava che mai Falcone avrebbe potuto guidare la procura Antimafia perché oramai subalterno al potere politico (cioè al governo e a Martelli). Così come il discorso di Elena Paciotti di Md al Csm a favore di Meli e contro Falcone. A tagliare la testa al toro è stata ricordata anche nella trasmissione de La7 l’autentica requisitoria che Ilda Boccassini fece contro Magistratura Democratica, prendendo di petto personalmente Gherardo Colombo, a un’assemblea svoltasi a Milano per commemorare Falcone. Per ciò che riguarda sia Falcone che Borsellino è stata ricordata la grande importanza del rapporto mafia-appalti costruito a suo tempo anche dal Ros (Mori e De Donno) sottratto dal procuratore Giammanco per lungo tempa alla richiesta di indagine da parte di Borsellino fino all’inopinata assegnazione avvenuta proprio alla vigilia del suo assassinio. Subito dopo il procedimento su mafia-appalti fu archiviato in gran fretta dalla procura di Palermo.

Orbene, anche su questo snodo sono emerse alcune vicende del tutto contradditorie con la demonizzazione di Mori e di De Donno. È singolare che Purgatori e Santoro siano così duri contro Mori e De Donno e così morbidi nei confronti del procuratore Giammanco contro il quale Fiammetta Borsellino ha detto cose molto significative. Per di più è emerso che a parte la vicenda riguardante l’assegnazione del procedimento mafia-appalti Borsellino era addirittura infuriato con il procuratore Giammanco che non lo aveva messo al corrente del fatto che se non abbiamo capito male il generale Subranni aveva portato un’informativa su un carico di tritolo T4 arrivato alla mafia. Se abbiamo capito bene la titolarità dell’informazione, allora il generale Subranni era un ben strano “punciutu” dalla mafia se aveva comunicato un’informazione così delicata. In ogni caso quale che sia stata la fonte dell’informazione a Giammanco questi si era guardato bene dall’informare Borsellino.

In secondo luogo, Di Pietro ha raccontato che da un lato era stato contattato da Borsellino perché, proprio dal rapporto mafia-appalti, sviluppasse le indagini su alcuni imprenditori del Nord, dall’altro lato era stato contattato dall’allora capitano De Donno il quale lo pregò di occuparsi appunto della questione mafia-appalti perché a Palermo il Ros non trovava ascolto da parte della procura. Quindi anche su questo nodo essenziale, quello del rapporto mafia-appalti, Mori e De Donno erano in prima linea, così come nell’arresto di Riina. In questo quadro poi c’è l’ulteriore incredibile scandalo costituito dal depistaggio verificatosi nella gestione del processo Borsellino, depistaggio costruito da un alto funzionario della Polizia, quale fu La Barbera. Ora, La Barbera non era un poliziotto qualunque, basti pensare che fu mandato dall’allora capo della Polizia De Gennaro come suo rappresentante al G8 di Genova.

È stato detto nella trasmissione che il depistaggio fondato sulla costruzione di un falso pentito come Scarantino fu un’operazione del tutto grossolana, peccato però che malgrado questa grossolanità, ad essa credettero fior di Pm come Di Matteo e la magistratura giudicante che mandò all’ergastolo un bel numero di innocenti. Anche su questo va ricordato che chi nutrì dei dubbi sulla vicenda fu la Pm Boccassini, che però poi fu trasferita a Milano. Nella trasmissione ci sono state a nostro avviso due testimonianze assai significative anche dal punto di vista umano. In primo luogo, quella di Fiammetta Borsellino, che è portatrice di un’esigenza di verità e che lo fa in piena autonomia di pensiero non concedendo nulla ai fabbricanti di teoremi e anzi come si è visto anche nella trasmissione di ieri entrando in sostanziale contrasto con essi che infatti cercavano di darle sulla voce.

In secondo luogo, la testimonianza di Avola, agghiacciante nella sua lucidità. Egli ha ripercorso con grande precisione tutti i suoi interventi tecnici volti a collegare il detonatore al tritolo, ma al di là di questo Avola ha detto anche altre cose interessanti: ha escluso in modo netto la presenza di altre forze come i servizi segreti nella vicenda sottolineando invece con una sorta di passione ideologica che si trattava di una sfida della mafia allo Stato senza la presenza di soggetti esterni e sulle basi di questa mafia egli evidentemente ha agito sentendosi un soldato.

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