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Da Stalin a Draghi la sinistra chiusa in una teca, si rivolge ad una società che non esiste più

DiRed Viper News Manager

Apr 30, 2021

Ogni volta che riprende lo scoppiettante dibattito da capodanno cinese con drago e mortaretti su che cosa sia e serva a che cosa, la sinistra – ma certo che serve, ma fatta di chi e come? – mi viene voglia dall’ultimo banco di sbracciarmi e gridare: io! Guardi, se non le spiace, da questa parte. Magari ti soppesano e dicono: e tu chi saresti, piccolo sgorbio? Non sei mai stato comunista ma scavalcavi a sinistra e poi sei diventato berlusconiano, poi non lo sei più stato ma invece sì, e adesso che cosa avresti da dire?

Ecco. Grazie, prima di tutto. Avrei da dire due cose. La prima: un secolo fa era il 1921, la Germania di Weimar faceva il primo patto segreto con la Russia di Lenin per impiantare officine militari e scuole d’addestramento proibite dal trattato di Versailles, dopo l’abbraccio e i molti baci fra tedeschi e russi nell’Hotel Imperiale di Rapallo mentre la lotta di classe si era rimodellata fra vincitori e vinti. Anzi, fu l’anno dopo, ma non importa. Accadde e nessuno fece una piega, neanche un plissé. Il Partito socialista nel giro di pochi anni aveva figliato un Partito Comunista d’Italia e un Partito Nazionale Fascista che si spacciava per soreliano socialista e sindacalista. Si guardavano ma non si vedevano. Stavano ma non erano. Le due entità si ignoravano senza avere la più pallida idea delle puntate successive. Lascio stare l’alleanza rosso-nera che scatenò la guerra e non dirò niente sui comunisti francesi messi al bando perché collaborazionisti del tedesco invasore.

Tutta roba passata per il tubo digerente dell’oblio forzato su cui sto scrivendo un libretto per raccontare quel che accadde sul piano delle fusioni e confusioni. Poi scontri titanici, collassi titanici, morte e mummificazione delle ideologie (sono morte? stanno meglio? c’è un mausoleo?) e rieccoci qua un secolo dopo seduti intorno allo stesso divano ma con i giocattoli aggiornati: il populismo che già era stato brevettato da Giannini negli anni Quaranta, ma che riciccia a sorpresa con diversi cappelli e cotillon. Ma il riformismo, signora mia, oggigiorno che cosa sarà? E a vantaggio di chi e perché? Poi, ecco che qualcuno interrompe la musica e viene eliminato quello senza sedia, ma sempre rievocando. Idea: vogliamo comprare alla Città del Sole, giochi pregiati in legno per bimbi affluenti, la versione più aggiornata del gioco? Giusto per non restare sempre indietro, vestiti alla marinara?

Sorpresa del tutto nota: mancano i pezzi principali: oltre al Grande Stalin-Saladino, manca la Borghesia, manca il Proletariato – giuro che l’avevo visto– e quanto ai reietti del Quarto Stato di Pelizza da Volpedo non vediamo le figure cui eravamo affezionati ma le vittime. Il giocattolo ideologico del secolo è fatto di vittime e minoranze, nuove povertà e ovviamente multinazionali sempre pessime e carogne – ci mancherebbe – ma piene di roba strana come i fondi pensione dei pensionati che vagano per il pianeta. Ecco, dunque, che s’avanza uno strano soldato, ma non vien dall’oriente (anche se un po’ di Cina c’è) e non monta destrier.

Chi sarà? È uno strano creaturo che si va diffondendo e sfugge all’allevamento in batteria per polli divisi in categorie. È un individuo individualista che cerca remunerazione, dice di creare valore e spesso ti tira in faccia manciate di monete inesistenti ma esistenti che si chiamano bitcoin. Con lui sono tutti coloro che possono vantare qualche titolo per dichiararsi minoranza e dunque vittima in attesa di risarcimento. Da noi è ancora uno spettacolo raro, ma negli Stati Uniti – dove cresce la sinistra più radicale, manesca e intransigente del mondo di cui in Italia pochissimi hanno una pallida idea – si assiste a un frazionamento della società e delle categorie per etnie, genere, quota di vittimismo acquisita. Il giovane filosofo conservatore Douglas Murray – conservatore gay britannico estremamente liberal – ha calcolato che le nuove possibilità di genere superano i cento e che sono in conflitto implacabile come e peggio che in una lotta di classe perché è anche una lotta di classe. L’ondata ha già colpito Regno Unito e tutti i Paesi di lingua inglese, poi Nord Europa e naturalmente Francia che è densissima di divisioni verticali.

Da noi si avvertono avvisaglie, ma ci siamo e a quel punto – fra poco – salteranno tutti i parametri, le viti, i cerotti, gli album di famiglia. Che cosa è di sinistra, chi è di sinistra, che cosa vuole fare una sinistra, e per chi: ecco il non-problema. è un non-problema perché i problemi sono problemi soltanto se ammettono soluzioni. Perché non ammette soluzione ma un rovente e non riducibile conflitto. La visione conflittuale di una società divisa in classi e decrepita. Sono sparti i contadini figli dei figli della gleba e al loro posto ci sono laureati farmers, ci avete fatto caso? e gli operai hanno due lauree, qualcuno va per il master. L’immigrato integrato segue con entusiasmo. Allora – ecco il secondo punto che voglio consegnare per il mio compito in classe – sembra che a sinistra sia cresciuta la fame di rispetto individuale. Non tolleranza che parola paternalistica e concessiva, ma rispetto per le personali “boundaries”, i propri confini che assicurano l’individualità unica e irripetibile, e per questo diventata sacra prendendo il posto della sacralità di classe, delle masse, del mondo che è stramorto con tutte le tute blu, anche se ancora restano residui in fase di mutazione.

Tutto ciò e molto di più a mio parere incenerisce o musealizza il dibattito su passato e presente perché ignora un futuro molto faticoso, quando Draghi ci avrà cablato in banda larghissima e noi non sapremo che farcene. Ultima idea, irrazionale. La sinistra è un sentimento. Un comune sentire, cantare Bella Ciao a voce stonata quando nessuno ricorda come andò questa faccenda di “è arrivato l’invasor”. La sinistra è prigioniera in una teca per creature emotive, molta rabbia per non avere uno straccio di montagna su cui darsi alla macchia, nella perdita tridimensionale della storia. Un sentimento, un brivido su per la schiena.

Eravamo tutti compagni, questo almeno ve lo ricordate? E adesso, che cazzo facciamo? Segue ampio e approfondito dibattito, ma soltanto se avrete la pazienza di sorbirvi sei ore sei di documentario che neanche la corazzata Potemkin, con la famosa scena della carrozzina che precipita col pupo dentro e quel pupo siamo noi.

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