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Che fine ha fatto il dossier Mori, i dubbi sulla Procura di Palermo

DiRed Viper News Manager

Apr 30, 2021

Durante lo speciale di Enrico Mentana su La Sette, nonostante i presenti in studio abbiano cercato di deviare il discorso, Fiammetta Borsellino ha mantenuto il punto concentrandosi sulle cause della strage di Via D’Amelio, ma soprattutto sulle anomalie che sarebbero avvenute all’interno dell’allora procura di Palermo retta da Pietro Giammanco. L’unica a sostenerla è stato l’ex magistrato Antonio Di Pietro, testimone di alcuni fatti ben circostanziati riguardanti il dossier mafia-appalti redatto dai Ros e nato su spinta di Giovanni Falcone. Dossier archiviato subito dopo la morte di Borsellino. Ed è stata Fiammetta che ha esordito: «Nella sentenza trattativa si dice una menzogna, una bugia. Si dice che mio padre fosse addirittura disinteressato al dossier ‘Mafia e appalti’ o che non lo conoscesse: ma non è vero, perché lo conosceva benissimo».

Una denuncia forte, tanto da far rabbrividire i presenti in studio abituati al racconto a senso unico sulla presunta trattativa. Di fatto, è stato violato un dogma di una certa Antimafia che, per dirla come Sciascia, è diventata uno strumento di potere. Il passaggio della sentenza trattativa, com’è detto, riguarda il fatto che Borsellino non avrebbe fatto in tempo nemmeno a leggere il contenuto del dossier. Ma Fiammetta è stata categorica: è una menzogna. E per corroborare la sua affermazione ricorda una circostanza documentata. Ricorda che suo padre chiese copia del dossier quando era ancora alla procura di Marsala. Ed è vero.

In un verbale di assunzione di informazione, il capitano Raffaele Del Sole ha raccontato che, su richiesta di Borsellino, ha accompagnato presso la procura di Marsala l’allora collega Giuseppe De Donno in un periodo poco successivo al deposito del dossier mafia- appalti alla procura di Palermo. «Ricordo che nel corso dell’incontro – ha spiegato Del Sole – il procuratore Borsellino chiarì al De Donno i motivi per cui chiedeva copia del rapporto riconducendoli sostanzialmente alla pendenza di indagini che la procura di Marsala stava effettuando su alcuni appalti a Pantelleria. Fatti che erano stati ritenuti connessi alle indagini espletate dai Ros». Sempre il capitano Del Sole ha aggiunto che nel corso di tale incontro c’era anche il maresciallo Carmelo Canale, il quale avvalorò quanto riferito da Borsellino definendo con espressione metaforica il dossier mafia- appalti come il “cacio sui maccheroni”.

Ma Fiammetta Borsellino ha anche ricordato che suo padre, il 25 giugno 1992, volle tenere un incontro riservato presso la Caserma dei Carabinieri Carini di Palermo con gli ex Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno, ai quali chiese di sviluppare le indagini mafia – appalti riferendo esclusivamente a lui. Durante la trasmissione, il giornalista Andrea Purgatori ha tentato di muovere obiezioni, purtroppo prive di fondamento. A partire dal fatto che il dossier mafia appalti, archiviato dopo la morte di Borsellino, sarebbe stato privo dei nomi dei politici. E che solo successivamente, i Ros avrebbero presentato la lista dei nomi. Non è così. Parliamo della teoria della doppia informativa smentita dall’ordinanza dell’allora Gip Loforti. Punto confermato anche dalla sentenza Mannino dove la Corte ha rispedito al mittente tale teorema.

Fiammetta, come un fiume in piena, ha aggiunto il particolare, mai raccontato, che Borsellino sentì anche il pentito Leonardo Messina, il quale gli riferì che la Calcestruzzi Spa (all’epoca del gruppo Ferruzzi – Gardini) sarebbe stata in mano a Totò Riina. In sostanza, anche se non era titolare dell’indagine, trovò un ulteriore riscontro a ciò che compariva nel dossier dei Ros. Ed è Antonio Di Pietro a sostenere Fiammetta ricordando che avrebbe dovuto sentire proprio Gardini su tutti questi aspetti, ma non fece in tempo perché quest’ultimo si suicidò. Lo stesso Di Pietro ricorda quando si incontrò con Borsellino ed ebbe una conversazione con lui proprio sull’indagine sulla gestione illecita degli appalti siciliani che si sarebbe dovuta unire all’indagine su Tangentopoli. «Bisogna fare presto, perché non c’è più tempo», gli disse Borsellino.

Mentre i presenti in studio, tranne ovviamente Di Pietro, cercavano di buttarla sulla presunta Trattativa, c’è Fiammetta che ha contestualizzato le parole di sua madre Agnese, manipolate nel tempo. Innanzitutto ha chiarito l’episodio di Borsellino che si sarebbe sentito male perché avrebbe scoperto che il generale Subranni (l’allora capo dei ros) era punciutu, ovvero affiliato alla mafia. Nient’affatto. Fiammetta ha riportato l’esatta frase e ha contestualizzato. Prima volta che accade nella televisione italiana, perché si è sempre speculato su questa frase riportata da Agnese. La figlia ricorda che sua madre disse, a verbale, esattamente questa frase: «il 15 luglio 1992, verso sera, conversando con mio marito in balcone lo vidi sconvolto. Mi disse testualmente: ho visto la mafia in diretta, perché mi hanno detto che il generale Subranni era punciutu». Nella frase «ho visto la mafia in diretta», Borsellino si riferiva al suo interlocutore, avendo capito la sua intenzione di infangare i Ros. Ed è Fiammetta a ricordare che, casualmente, Borsellino, proprio il giorno prima aveva partecipato alla sua ultima riunione alla Procura di Palermo dove chiese conto e ragione del procedimento mafia appalti, facendo sue le lamentele dei Ros.

Ricordiamo che la sentenza d’appello del Borsellino Quater, la quale spiega che l’accelerazione della strage di Via D’Amelio è da ritrovarsi nell’interessamento sugli appalti, è stata categorica nell’evidenziare che all’interno della procura di Palermo di allora c’erano delle anomalie da mettere al vaglio. Viene citato il fatto che l’arrivo di Borsellino nel nuovo ufficio della Procura di Palermo «era stato percepito con preoccupazione da Cosa Nostra, al punto che Pino Lipari (vicino ai vertici dell’organizzazione mafiosa) aveva commentato il fatto dicendo che avrebbe creato delle difficoltà a “quel santo cristiano di Giammanco”».

Tutto scritto nero su bianco. Fiammetta Borsellino ha chiesto una operazione di verità, senza guardare in faccia a nessuno. Ciò le costa e costerà molto in termini di consenso, soprattutto in mezzo ai tantissimi invasati che sventolano l’agenda rossa come se fosse il libro di Mao Tse Tung. Fanatismo corroborato da numerosi libri e numerose improbabili inchieste TV. Oltre ai tanti magistrati che vengono dipinti come degli intellettuali e con la schiena dritta. Essere coraggiosi nella solitudine, senza il premio di un consenso, soli davanti a sé stessi, richiede un grande coraggio e una grande forza.

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