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Gloria Watkins, la scrittrice che smonta i luoghi comuni del femminismo

DiRed Viper News Manager

Apr 29, 2021

«Non sono una donna, io?» («And ain’t I a woman?»): il punto di partenza di Scrivere al buio, intervista di Maria Nadotti a Gloria Watkins, alias bell hooks (scritto con le iniziali minuscole), intellettuale militante afroamericana nata nel Sud povero e rurale, è semplice e insieme illuminante. Si tratta di una frase enunciata nel 1851 da una schiava di colore, poi liberata, in una convention di donne nell’Ohio. Commenta acutamente Nadotti che quella frase interroga la problematicità della parola-concetto “donna” e ne suggerisce una definizione mai conclusa, “mai stabile”, uno sguardo altro che vede altre cose e “produce un pensiero critico”. Il libro si compone di testi prodotti dal 1991 al 1998 e poi da una intervista di Nadotti all’autrice. Soffermiamoci sull’intervista, uno scambio ricco di stimoli teorici e di interrogativi non convenzionali.

Ricostruendo le origini del movimento femminista americano bell hooks nota come il limite di Betty Friedan consistesse nell’identificare libertà femminile e potere di classe (le donne devono solo trovarsi un lavoro, guadagnare bene, e così acquisire un controllo sulla propria vita) mentre lei rivendica puntigliosamente un’ottica “di classe” e, tra l’altro, dichiara di credere soprattutto nel valore della condivisione, e perfino nel dare una parte dei propri guadagni ai meno fortunati (visto che il criterio che domina la vita sociale è quello della “acquisizione”). Quando andò a insegnare a Stanford non volle assimilarsi alla classe media, all’ambiente professionale-manageriale, per non voltare le spalle alla propria classe. Un equivalente maschile che mi viene in mente è Orwell. Poi se la prende con il linguaggio oscuro, metalinguistico di molta teoria femminista (ad es. Donna Haraway), nato dal desiderio di legittimazione all’interno delle strutture accademiche, riproducendo le stesse barriere gerarchiche ed elitarie. In genere diffida di libri “femministi” che non nascono dal «processo trasformativo dell’autocoscienza e della relazione con altre donne», come quelli di Camille Paglia, superficialmente provocatori e filo-patriarcali. Ancora una volta, per la diffidenza verso l’esoterismo della lingua.

A proposito della propria attività prolifica di scrittura (dalla poesia alla saggistica) fa una osservazione spiazzante. In genere si ritiene che si scriva per reagire alla depressione, per elaborare il disagio. Questo aspetto della scrittura è ineliminabile, però lei invece “scrive per pienezza”. In che senso? Colpisce in bell hooks un’attitudine costruttiva, il rifiuto di qualsiasi deriva nichilista: vorrebbe che il femminismo parlasse più di liberazione sessuale che di antipornografia o di aborto, temi questi «che costruiscono il corpo come luogo di pericolo e minaccia, invece che come sito di possibilità e di piacere».

Inoltre sottolinea la natura politica del femminismo: così sul piano individuale una donna può anche essere contro l’aborto ma come femminista, e dunque sul piano pubblico, non può che difendere il diritto alla libertà di riproduzione delle donne. Certo, la sua idea di politica riguarda più la coscienza personale che l’appartenenza a un partito politico: è anzitutto un invito alla responsabilità: «quando aprite un rubinetto provate a pensare al gesto che state facendo e alle conseguenze che può avere». Altre posizioni andrebbero discusse approfonditamente ma costituiscono pur sempre uno sguardo appunto “altro” sulle cose, come quando contrappone alla maternità la genitorialità, per impedire la sopravvalutazione della madre e la conseguente associazione patriarcale tra donne, determinismo biologico e maternità.

L’articolo Gloria Watkins, la scrittrice che smonta i luoghi comuni del femminismo proviene da Il Riformista.