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Fallito il piano della Meloni di dividere il centrodestra e far cadere il governo, Salvini salva Speranza

DiRed Viper News Manager

Apr 29, 2021

Anche il secondo attacco finisce in nulla. Anzi, può succedere che chi doveva indebolire, comunque stressare, finisca per essere indebolito. Dopo aver seminato il panico nella maggioranza sul coprifuoco nella giornata di martedì, ieri Fratelli d’Italia ha fallito anche l’attacco al ministro della Salute Roberto Speranza. Erano tre le mozioni di sfiducia “individuale”, primi firmatari Ciriani (Fdi), Paragone (Italexit), Crucioli, ex M5s ora nel Misto con “Alternativa c’è”. Tre facce della “moderna” destra italiana tutte concordi nel far fuori “l’uomo delle chiusure”, il capo dei “rigoristi”, quello che «non ha saputo fare altro che chiudere il paese mandando in rovina il lavoro autonomo e le partite Iva».

Il ministro è stato invece difeso e blindato e le mozioni sono state tutte respinte anche col voto contrario di Lega (compreso Salvini) e Forza Italia, entrambi convinti della strumentalità dell’attacco. Che il vero obiettivo della sfiducia fosse «Draghi e tutti quegli organismi, dal Cts all’Aifa, che hanno condizionato le scelte politiche negli ultimi 14 mesi». Soprattutto convinti che le mozioni fossero né più né meno che un regolamento di conti interno al centrodestra dove ormai la rivalità Salvini-Meloni condiziona quel tanto o poco di buono che può arrivare da una forza di opposizione. Di quello che è successo sulla scena politica italiana in questi tre giorni fuori dai palazzi della politica si è capito poco o nulla. Il Presidente Draghi ha tenuto gli occhi fermi sull’unica cosa che conta: il Parlamento ha approvato il Piano della ripartenza (Pnrr) a grande maggioranza. Quasi all’unanimità se non fosse per l’astensione di Fratelli d’Italia che ha lamentato di non aver avuto il tempo – in 48 ore – di leggere 270 pagine formato A4.

Lo stesso Draghi deve però prendere atto che il clima di unità nazionale invocato dal Presidente Mattarella quando a febbraio ha accettato l’incarico ha bisogno di essere registrato. E chissà che in queste ore dal Colle più alto non sia già partita quella moral suasion necessaria a riportare nell’ambito della dialettica politica la schizofrenia degli ultimi tre giorni, che ha visto tutti coinvolti compresi Pd e M5s. Il fatto è che chi spera – o sperava – che Salvini possa ripetere due anni dopo un nuovo Papeete, ha sbagliato i conti. Spiegano fonti del Carroccio al Senato che il leader della Lega, infatti, «pur prigioniero del doppio ruolo di lotta e di governo per tenere testa ai consensi in salita di Giorgia Meloni, ha capito che il nostro elettorato vuole stare seduto in ogni modo al tavolo del Piano nazionale di ripartenza e resilienza. Non potrebbe tollerare di vedere la Lega nuovamente fuori dal governo. Lo choc di agosto 2019 è ancora forte in molti dei nostri».

Non solo: Salvini ha promesso, nelle trattative per entrare nel governo Draghi, che si sarebbe ripulito degli eccessi del populismo. E che questa è la condizione imprescindibile per essere, in futuro, un partito di governo nell’Italia paese fondatore della Ue. Da qui le parole di miele pronunciate martedì al Senato verso Draghi e il suo Piano. «Lei Presidente ci restituisce l’onore e l’orgoglio di essere italiani» ha detto Salvini. Riportato a più miti consigli dopo l’autogol della scorsa settimana quando ha costretto i suoi ministri a non votare il decreto Riaperture. Un fatto bollato tre volte “grave” dal premier Draghi. Quell’astensione ha fatto andare in bestia il capo delegazione della Lega al governo, il ministro Giancarlo Giorgetti arrivato a un passo dalle dimissioni.

Compresa questa premessa – mai più il Papeete – l’attivismo spesso incoerente di Salvini nelle ultime ore va rubricato sotto la voce “duello rusticano con Giorgia Meloni” o anche “lotta per la leadership del centrodestra”. La raccolta di firme per togliere di mezzo il coprifuoco delle 22; l’ordine del giorno del governo, mediato tra Draghi e Giorgetti, approvato martedì alla Camera e rivendicato come “ennesima vittoria della Lega” che impegna l’esecutivo su un punto su cui si era già impegnato, cioè la rivalutazione delle chiusure a metà maggio sulla base delle curve del virus e dell’andamento de vaccini; il voto contrario agli ordini del giorno di Fratelli d’Italia che volevano abolire qui e adesso il coprifuoco: tutto questo si spiega solo con l’esigenza di non lasciare scalpi nelle mani di Fratelli d’Italia.

La Lega quindi chiede un po’ di spazio di agibilità politica con la sua base ma poi ieri ha blindato il ministro Speranza. «Noi diamo la fiducia a Draghi – ha ribadito Salvini ieri lasciando il Senato – Speranza non lo stimo ma noi lavoriamo da dentro per migliorare l’azione di governo. A cominciare dal Pnrr Draghi, ben altra cosa rispetto a quello di Conte anche grazie ai nostri contributi». Il capogruppo Romeo ha invitato piuttosto Fratelli d’Italia a votare insieme la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla pandemia (il testo è stato depositato ieri) «assai più utile a capir cosa è successo che non la sfiducia a Speranza». Il gioco è stato smascherato.

«La vostra mozione contro Speranza così come gli ordini del giorno sul coprifuoco servivano solo a mettere in difficoltà noi e Forza Italia» ha tagliato corto Romeo. Dividere il centrodestra. Separare Forza Italia dalla Lega. Se è anche questo il piano segreto di Giorgia Meloni, per ora è fallito. Nonostante l’aiuto non richiesto di Pd e 5 Stelle che hanno cercato di approfittare dello scontro interno per replicare in Italia la maggioranza Ursula che governa la Commissione europea: fuori la Lega, dentro Forza Italia. Nel dibattito surreale martedì sera alla Camera il Pd-M5s e Leu davano lezioni «su come si sta in una maggioranza di unità nazionale». Dai banchi di Forza Italia replicavano: «Non accettiamo lezioni da nessuno». E dire che tutti insieme avevano poche ore prima approvato con grandi numeri il Pnrr.

Insomma la maggioranza resta per ora più o meno unita. Salvini ha promesso «mai più Papeete ma devo tenere a bada Giorgia». Pd e 5 Stelle devono occuparsi della propria incerta alleanza e dimenticare l’ opzione Ursula. In tutto ciò Giorgia Meloni può consolarsi con il 46% dei senatori di Forza Italia e il 39% della Lega che non hanno partecipato al voto. Ma l’astensione di Fratelli d’Italia al Pnrr lascia perplessa una larga fetta di elettorato, quella che fa riferimento al mondo dell’impresa e delle partite Iva. Cosa succede a luglio se Draghi riuscirà a far marciare il Pnrr e l’Europa accrediterà i primi 24 miliardi? Giorgia Meloni potrebbe restare a corto di argomenti per motivare l’opposizione.

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