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Cosa è la dottrina Mitterand, no ai processi fondati solo sui pentiti

DiRed Viper News Manager

Apr 29, 2021

Non sappiamo se la retata di ieri in Francia, che ha portato all’arresto di sette rifugiati politici degli anni settanta e la ricerca di altri tre, segnali davvero la “fine della dottrina Mitterand”. Certo, le manette ai polsi di un gruppo di quasi settantenni (Giovanni Alimonti, Enzo Calvitti, Roberta Cappelli, Narciso Manenti, Marina Petrella, Sergio Tornaghi) e di Giorgio Pietrostefani, che è molto vicino a compiere ottant’anni e che non c’entra niente con il terrorismo, ha fatto gonfiare il petto al Presidente Macron. «La questione è chiusa», ha detto quasi con un sospiro di sollievo, mentre gli uomini dell’antiterrorismo stanno ancora cercando Luigi Bergamin, Maurizio Di Marzio e Raffaele Ventura. Ora inizierà la procedura per l’estradizione, e come prima cosa si vedrà se i fermati andranno in carcere o in libertà vigilata. Ma i tempi non saranno brevi.

Il sollievo del numero uno di Francia dopo l’operazione dell’antiterrorismo, è dovuto al fatto che l’insistenza di diversi governi italiani nel corso degli anni aveva messo in difficoltà un Paese con forti tradizioni di accoglienza politica. E non sono ignote in Europa certe modalità italiane di impostare i processi, quelli ordinari, come quelli per atti di terrorismo o per reati legati alla mafia. Il fatto della costante violazione del principio dell’habeas corpus, prima di tutto, e decine di processi celebrati nei confronti di persone contumaci. È il caso di tutti coloro che, fin dagli anni Settanta e Ottanta e dai tanti atti di terrorismo, avevano cercato rifugio in Francia. E lì avevano trovato la “dottrina Mitterand”. Non era stato difficile spiegare, soprattutto ai tanti intellettuali di sinistra con la puzza sotto il naso, la difficoltà di difendersi in Italia, in processi costruiti in gran parte sulla parola dei “pentiti”, i collaboratori di giustizia, che in quel tipo di inchieste, più che nei processi mafia, sono stati tanti.

Naturalmente si era sorvolato, mentre la comunità italiana a Parigi cresceva a dismisura, sul problema delle responsabilità di ciascuno, politiche e penali. L’equivoco di Cesare Battisti che, dopo aver imparato la lingua francese, si era ben inserito nel mondo culturale della sinistra parigina, e aveva anche scritto e pubblicato alcuni noir, è esemplare. Probabilmente lui ha mantenuto un comportamento un po’ ambiguo, sicuramente “riservato”, cioè reticente sul suo passato politico e sui propri comportamenti, nel corso degli anni. E sicuramente lo sconcerto, quando dopo il suo arresto nel 2019 lui non aveva avuto difficoltà a confermare di aver commesso i reati che gli erano stati addebitati, può aver fatto calare qualche simpatia francese nei confronti des italiens.

Chi ha fatto i conti sostiene che ancora oggi sono almeno duecento gli italiani rifugiati a Parigi. Sono lì da quarant’anni e in grandissima parte ben inseriti. Hanno aperto bar e ristoranti, sono fisici e ingegneri diventati tecnici e manager in aziende di rilievo, sono insegnanti e volontari nel sistema assistenziale. Non si nascondono, sono diventati altre persone rispetto a quei ragazzi che hanno sognato una rivoluzione in armi. Molti di loro non hanno rapinato, né ferito né ucciso, ma alcuni di loro sì. E la selezione attuata da Macron e dal governo francese è il sintomo di un’operazione chirurgica all’interno di un’applicazione burocratica delle norme volute dal presidente socialista che aveva saputo tendere una mano, pur mantenendosi sempre all’interno dello Stato di diritto. La mia decisione, ha detto ieri monsieur le President, «si inserisce rigorosamente nella dottrina Mitterand». Cioè diamo asilo a tutti, tranne che ai condannati per fatti di sangue.

È così. Ci sono infatti quattro condannati all’ergastolo e cinque con pene che vanno da 11 a 18 anni di carcere. Poi c’è il caso, anomalo, perché non inscritto nel quadro degli atti di terrorismo, di Giorgio Pietrostefani. È stato condannato, insieme a Ovidio Bompressi e Adriano Sofri, per l’omicidio del commissario Calabresi. Stiamo parlando di un tragico evento del 1972, quasi cinquant’anni fa. Pur se non giustificabile, si capisce come la gran parte dei cronisti ieri qualificassero anche Pietrostefani come “terrorista”, se non addirittura come “brigatista”. Su questo caso particolare forse un po’ più di attenzione avrebbe potuto dare un’applicazione meno burocratica della dottrina Mitterand: un processo meno che indiziario, costruito solo sulla parola del “pentito” Marino, le cui dichiarazioni evidentemente sono state ritenute credibili da diversi giudici. Ma resta ancora da capire, per esempio, per quale motivo il processo di cassazione sia stato sottratto alla prima sezione presieduta da Corrado Carnevale. Certo, un giudice attento e minuzioso come lui, avrebbe messo la deposizione del “pentito” sotto dieci lenti. E chissà come sarebbe andata.

E non è ancora chiaro perché, dopo il muro invalicabile che nel corso dei decenni la Francia ha alzato davanti alle richieste di diversi governi italiani, di destra e di sinistra, siano bastati oggi uno strillo di Draghi a Macron e un incontro online della ministra Cartabia con il suo omologo Eric Dupond-Moretti, per arrivare al risultato di ieri. Difficile credere che Macron si sia concesso come fanciullo riluttante al corteggiatore insistente. Sapremo presto in che cosa sia consistita la moneta di scambio. Certo, per il neo-governo italiano, gli arresti parigini sono un bello scalpo, come lo fu l’esibizione del corpo di Cesare Battisti per il governo giallo-verde, da esibire agli elettori.

Con questo colpo il governo Draghi ha conquistato l’unanimità dei consensi. Nessuna differenza tra l’entusiasmo degli uomini del Pd e le congratulazioni al premier di Giorgia Meloni. Difficile inserire qualche barlume di ragionamento in questo monolite. Qualche avvocato, come Davide Steccanella, che assiste Cesare Battisti, parla di “vendetta tardiva” che non serve nemmeno a dare giustizia alle vittime, perché non è da Paese civile “arrestare dei settantenni e un ottantenne a distanza di 40 o 50 anni dai fatti”. Il legale coglie anche l’occasione per ricordare che sarebbe bene che i francesi, prima di decidere sulle estradizioni, sapessero come viene data esecuzione della pena in Italia, visto che il suo assistito è tuttora detenuto insieme ai terroristi dell’Isis che lo avevano già minacciato di morte proprio quando lui era in Francia.

Il discorso sull’oblio, sul tempo che passa, sulle persone che cambiano, pare impossibile. E la famosa “giustizia riparativa”, che è l’opposto delle retate e delle vendette e che pareva essere la cifra del “metodo Cartabia”, sembra oggi morta e sepolta, persino nel ministero della guardasigilli. Una delusione, se ricordiamo le parole con cui proprio lei aveva introdotto sull’argomento un meeting di Rimini. Quando constatava che “non bastava soddisfare l’esigenza di giustizia, il fatto che i responsabili potessero pagare le proprie colpe con lunghi anni di carcere, né per le vittime bastava, o per i loro parenti, trovare conforto e soddisfazione nell’espiazione di questa pena”. E criticando la giustizia tradizionale, quella puramente punitiva e vendicativa, citava le parole del filosofo francese Paul Ricoeur: «È che anche le operazioni più civilizzate della giustizia, e in particolare nella sfera penale, mantengono ancora il segno visibile di quella violenza originale che è la vendetta». Appunto.

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