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“Bettini sbaglia, il riformismo non è di parte ma deve unire tutti”, intervista a Donald Sassoon

DiRed Viper News Manager

Apr 29, 2021

«Il riformismo forte è quello che semina diritti e conquiste civili che neanche i più incalliti conservatori possono rimettere in discussione: la legislazione sul divorzio, quella sull’aborto, questo è un riformismo forte». A sostenerlo uno dei più autorevoli storici inglesi e della sinistra europea: il professor Donald Sassoon, allievo di Eric Hobsbawm, già ordinario di Storia europea comparata presso il Queen Mary College di Londra, autore di numerosi libri di successo, tra i quali ricordiamo Quo Vadis Europa? (Ibs); La Cultura degli Europei dal 1800 ad oggi (Rizzoli); Intervista immaginaria con Karl Marx (Feltrinelli); Social Democracy at the Hearth of Europe. Il suo ultimo saggio ha un titolo intrigante, e uno sviluppo che ci riporta anche all’Europa e alle difficoltà nell’essere all’altezza delle sfide del Terzo Millennio: Sintomi morbosi. Nella nostra storia di ieri i segnali della crisi di oggi (Garzanti).

Quanto alla figura di Mario Draghi, vista da Londra, il professor Sassoon rimanda a un articolo apparso sull’ultimo numero dell’Economist, «il cui titolo rispecchia pienamente il mio pensiero: “Too much is being expected of Mario Draghi. The Italian prime minister is not a miracle-worker” (“Ci si aspetta troppo da Mario Draghi. Il primo ministro italiano non fa miracoli”,ndr). «D’altro canto – aggiunge Sassoon – come ricorda l’autore dell’articolo, la politica italiana ha il complesso del salvatore. Un complesso che non nasce oggi. Nel XVI secolo, Machiavelli si disperava che «l’Italia rimane senza vita e attende l’uomo… che deve curare le sue ferite».

Goffredo Bettini in una intervista a questo giornale e nella presentazione della sua “Agorà”, ha declinato così la sua idea di riformismo forte: quello che opera per accorciare le distanze tra chi sta sopra e chi sta sotto. Da storico della sinistra, considera questa definizione ancora calzante con i tempi attuali?
No. E cerco di spiegare questa risposta secca. È vero che le distanze, soprattutto quelle sociali, si sono allargate in tutto il mondo negli ultimi trent’anni e dunque è giusto cercare di riequilibrare le differenze tra i più abbienti e i meno abbienti, tuttavia non mi sembra che sia quello indicato da Bettini l’elemento centrale del riformismo forte.

E quale sarebbe questo elemento forte, professor Sassoon?
Quello di fare una riforma che l’avversario si sente costretto ad accettare. Creare, cioè, una situazione dalla quale non si torna indietro. Prendiamo alcune delle riforme in Italia. Ad esempio, la legislazione sull’aborto o quella sul divorzio: è impensabile che qualcuno si lanci, oggi come oggi, in una battaglia per tornare a ristabilire come illegale l’aborto o abolire il divorzio. Una volta che queste battaglie vengono vinte, vengono vinte definitivamente. Mentre le battaglie sulle disuguaglianze si possono vincere temporaneamente ma poi si possono anche perdere. La più grossa battaglia che la sinistra aveva vinto in Europa era quella sullo Stato sociale, di cui il Labour e le socialdemocrazie scandinave erano stati gli attori principali. Conquiste che nel caso scandinavo avvengono un po’ prima della seconda Guerra mondiale, nel caso del Labour subito dopo. Fatto sta che negli anni 50, almeno in Inghilterra, hanno dominato i conservatori, eppure loro non si sono sognati di smantellare lo Stato sociale, di ripristinare la medicina privata. Non l’hanno fatto, perché quelle conquiste erano popolari, nel senso che mettevano insieme tutti i ceti, tranne una ristrettissima élite di ricconi che però sul piano elettorale non conta molto. Tutti vogliono una pensione, tutti sanno che prima o poi si ammaleranno. Quelle acquisite erano cose che non erano di classe. Erano cose che univano la stragrande maggioranza della popolazione. Poi questo Stato sociale ha cominciato a incrinarsi, soprattutto dopo il 1980, ma malgrado tutte le storie del thatcherismo, la spesa pubblica non è diminuita. La percentuale di spesa pubblica sul Pil è rimasta più o meno quella e anzi in molti casi è addirittura aumentata. Persino il thatcherismo e il neoliberismo più spinto non sono riusciti a tornare indietro. Lo Stato rimane uno Stato che tassa e spende. Queste sono le riforme forti.

E quelle deboli? Perché sono tali?
Perché sono qualcosa che si può cambiare facilmente.

C’è stato un tempo in cui in Italia la sinistra, soprattutto quella ex comunista, ha subito la fascinazione della Terza via blairiana. Che tracce ha lasciato nella sinistra inglese ed europea quella Terza via di Tony Blair?
Come strategia era assolutamente zero. Perché l’unica cosa che voleva dire è che noi non siamo troppo di sinistra né troppo di destra. È uno degli slogan più banali della storia politica dell’ultimo secolo. Macron l’ha tirato fuori, ni droite ni gauche, anche i grillini ne parlano, ma non è una strategia. È semplicemente uno slogan politico che non dà assolutamente alcuna direzione. Oggi il Labour ha un leader, Keir Starmer, che in un certo senso è un seguace della linea di Blair. Ma perfino lui, che sta facendo una lotta feroce contro la sinistra, non parla di Blair. Perché Blair è una parolaccia. Se qualcuno viene definito blairiano si offende.

A proposito di definizioni. In Italia, specie nel Pd, abbondano. Ci sono quelli che si definiscono progressisti, altri riformisti, altri ancora democratici. Ma in pochi, una vera rarità da difesa del Wwf, usano la definizione “socialista”. È una parola che sembra far paura. Perché, professor Sassoon?
Perché tutti i partiti socialisti sono in declino da ormai vent’anni. Nei Paesi scandinavi, dove erano forti, sono diventati deboli. In Francia il Partito socialista è quasi sparito. In Germania, i socialdemocratici saranno battuti alle prossime elezioni e stando alle previsioni, perfino i Verdi dovrebbero sorpassarli. In Spagna, dove hanno cantato vittoria nelle ultime elezioni in realtà i socialisti hanno ottenuto la metà dei voti che avevano negli anni 80. C’è un declino continuo dei partiti tradizionali della sinistra. E lo sanno. Pensiamo all’ex Pci, che in tutte le sue sigle successive tutto si definisce tranne che socialista. C’è un declino non solo dei partiti socialisti tradizionali ma anche di quelli che io definirei i partiti socialconservatori tradizionali. In Italia, era la Dc: conservatore sì ma non filocapitalista, accettava il capitalismo ma non era quello il suo appeal principale. Lo stesso per i cristianodemocratici in Austria e in Germania. Quello di De Gaulle era un partito nazionale, per tutti i francesi, ma non era necessariamente un partito filocapitalista. Anche il Partito conservatore inglese era “one nation conservative”, per tutta la nazione. Questi partiti sono in declino un po’ dappertutto, pensiamo alla conquista, speriamo solo temporanea, del Partito repubblicano americano da parte dei “trumpisti”. In Italia sono spariti tutti i vecchi partiti. C’è una crisi generale della politica tradizionale, di cui i socialisti, e in Italia i comunisti, erano una parte importante.

Questa crisi delle vecchie forme organizzate della politica significa che la dicotomia destra/sinistra è ormai un reperto archeologico?
Questa dicotomia è sempre stata complicata. Se uno mi diceva nel 1914, “io sono di sinistra”. era a favore della guerra, come i socialisti francesi e tedeschi, o contro la guerra, come i socialisti italiani, nel’14? Era un modo generico per dire sono per il progresso sociale, sto con gli operai, con i poveri. Come dire “sono cristiano”. Sì, ma sei per la Santa Inquisizione o per Papa Francesco? Per capire bisogna partire dal nome e poi però scavare in profondità. Un esempio ancora: il Partito comunista cinese è filocapitalista o anticapitalista? Se è anticapitalista, mi chiedo che cosa stia facendo perché non mi sembra per nulla tale. Nel 2021 il Partito comunista cinese è filocapitalista ma nel 1960, quando c’era Mao, era anti. Sono appellativi che non ci possono e non ci devono soddisfare.

A proposito di andare oltre il nominalismo. In Italia si dibatte molto sulla figura di Mario Draghi e sulla natura del suo governo: “tecnico”, “politico”. Da Londra come la si vede?
Intanto bisogna dire che da noi si parla pochissimo dell’Italia e del governo Draghi. Io leggo il Financial Times, e il FT dedica molto spazio a Draghi e all’Italia. Così come è molto interessante l’articolo su Draghi nell’ultimo numero dell’Economist. Ma sono comunque giornali di nicchia, anche se prestigiosi. Se ascolti la Bbc, dell’Italia non gliene importa nulla. La Bbc è ormai diventata una specie di radio del villaggio, parlano solo di cose inglesi ed eventualmente di cose americane, perché siamo una succursale degli Stati Uniti. Quanto a Draghi, all’inizio c’era molto entusiasmo, come credo anche in Italia, perché aveva la fama, meritata, di essere uno competente. Non è la prima volta che un governatore della Banca d’Italia diventa primo ministro. Basti pensare a Ciampi. L’”uomo del miracolo” non esiste. Bisogna vedere che cosa è veramente in grado di fare e soprattutto cosa è in grado di fare con partiti politici. Perché lo si può pure chiamare governo “tecnico”, ma in realtà è un governo che è sostenuto, come è giusto che sia, da partiti politici ognuno dei quali sta pensando alle prossime elezioni e a come riuscire a fare le scarpe agli altri. Navigare in questo mare politico piuttosto burrascoso non sarà impresa facile neanche per un abile “nocchiero” come Draghi.

L’articolo “Bettini sbaglia, il riformismo non è di parte ma deve unire tutti”, intervista a Donald Sassoon proviene da Il Riformista.