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“Basta processi show, servono solo a Pm vanitosi”, l’accusa del giudice Nicola Russo

DiRed Viper News Manager

Apr 29, 2021

Quando era giudice della sezione penale del Tribunale di Napoli fu nel collegio che si occupò di uno dei più grandi processi per corruzione degli ultimi anni, quello sulla presunta compravendita di senatori nel 2008: un processo che fu anche uno dei casi giudiziari più mediatici del tempo. «All’epoca facemmo una scelta di controtendenza – spiega Nicola Russo che presiedeva il collegio quando, nel 2014, il processo approdò al primo grado – Scegliemmo di non ammettere le telecamere durante il dibattimento e scrivemmo un’ordinanza con la quale motivammo le ragioni per le quali ritenevamo che l’intrusione mediatica durante le testimonianze avrebbe nociuto al processo. Fu una decisione presa nonostante tutte le parti (pubblica accusa, parte civile e difesa) chiedessero invece di autorizzare le telecamere».

In quel processo l’accusa era rappresentata dal pm Henry John Woodcock, nel pool assieme ai magistrati Vanorio, Piscitelli e Milita. Tra gli imputati c’era Silvio Berlusconi che fu poi assolto nei successivi gradi di giudizio per prescrizione. Gli unici a evitare di esasperare la mediaticità del caso furono, dunque, i giudici: «Fummo gli unici a difendere questa posizione – ricorda Russo – E ancora oggi ritengo che quella fu una scelta giusta, perché quello che noi giudici dovevamo preservare nei limiti del possibile era la genuinità delle prove e del processo. L’informazione ci sarebbe comunque stata, perché avevamo consentito a Radio Radicale di ascoltare le testimonianze (che è cosa diversa dal diffondere le immagini del processo) e alle udienze c’erano anche giornalisti per cui non fu vietata la comunicazione sul processo. Fu vietata la sovraesposizione del processo che è qualcosa che si deve evitare laddove è possibile, altrimenti tutto viene enfatizzato: i ruoli delle parti, le dichiarazioni, anche la serenità di chi deve giudicare viene emessa a dura prova se si sta sotto le telecamere tutti i giorni».

Nicola Russo, oggi consigliere della Corte di Appello di Napoli, ex giudice della sezione penale e già componente del comitato direttivo della Scuola superiore della magistratura, fa con Il Riformista una riflessione sulla mediaticità dei processi, sullo sbilanciamento verso la fase delle indagini più che del dibattimento, sul cortocircuito che spesso si crea tra informazione e spettacolarizzazione quando si parla di casi giudiziari. In nome del popolo mediatico (se pure i magistrati smettono di affidarsi al processo) è il titolo di un suo intervento sulla rivista Questione Giustizia che ha destato particolare attenzione. «Purtroppo la percezione del bisogno di conoscenza nella collettività si è trasformata, è quella di dare l’informazione subito e a prescindere da ciò che avverrà dopo. Perché ciò che conta è creare attorno al fatto una comunicazione, che poi questa comunicazione venga superata da altri fatti diventa quasi irrilevante». Di qui le gogne mediatiche, gli errori giudiziari, le vittime di una giustizia sommaria.

«Si rincorre l’immediatezza della notizia invece di avere la pazienza di aspettare che sia il processo a dare le risposte e si rischia così che il fatto si risolva nel breve tempo e nel breve spazio di una notizia giornalistica finendo per sostituire il processo. La sovraesposizione – spiega Russo – è un danno che si crea all’immagine della giustizia». Ai magistrati invece può portare qualche vantaggio? «Credo che la visibilità possa servire a fare carriera più fuori dalla magistratura, magari nella politica».

L’articolo “Basta processi show, servono solo a Pm vanitosi”, l’accusa del giudice Nicola Russo proviene da Il Riformista.