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Judas and the Black Messiah, così l’Fbi uccise Fred Hampton leader delle Pantere nere

DiRed Viper News Manager

Apr 27, 2021

La sera dell’8 marzo 1971 l’attenzione degli americani e di mezzo mondo era concentrata sulla sfida tra Muhammad Alì, che tornava a battersi per il titolo di campione mondiale dei pesi massimi, e Joe Frazier. Quattro persone, membri del gruppo Citizens’ Commission to Investigate the Fbi, irruppero nella sede del Bureau di Media, Pennsylvania. Si portarono via un migliaio di documenti segreti che spedirono immediatamente, in forma anonima, ai giornali di tutto il Paese.

Quelle carte provavano l’esistenza di un programma segreto e illegale, il Counter Intelligence Program (Cointelpro), con il quale dal 1956 l’agenzia federale di Edgar J. Hoover controllava e combatteva senza vincoli di legalità o garanzie di sorta, i movimenti politici ritenuti sovversivi e pericolosi. Il programma fu sospeso, almeno ufficialmente, e reso oggetto di un commissione d’inchiesta, il Church Commitee del Senato. A quel punto, però, il Cointelpro aveva già vinto la battaglia più importante della sua storia: la distruzione del Black Panther Party.

Fondato nel 1966 a Oakland da Huey P. Newton e Bobby Seale, il Partito della pantera nera era allora la principale organizzazione politica radicale nera ed è a tutt’oggi il più importante e strutturato gruppo radicale, non solo antirazzista ma marxista e comunista, nella storia degli Usa. Eppure quando il Cointelpro, che già aveva preso di mira sia Martin Luther King che Malcolm X, rivolse le sue sgradite attenzioni soprattutto verso i neri, con il sottoprogramma destinato a diventare l’attività di gran lunga principale “Black Hate”, le Pantere non figuravano tra gli obiettivi. La direttiva di Hoover mirava a prevenire cinque minacce: “1-Formazione di un fronte politico nero. 2-Ascesa di un “messia”. 3-Violenza contro lo Stato. 4-Aumento di credibilità del Movimento. 5-Crescita di organizzazioni ad ampio orizzonte, soprattutto tra i giovani”.

Col tempo se ne sarebbe aggiunto un sesto, mai codificato ma fondamentale per spiegare una delle più efferate operazioni del programma, l’assassinio del leader delle Pantere nell’Illinois, Fred Hampton, il 4 dicembre 1969: impedire la saldatura tra le Pantere i gruppi radicali bianchi o di altre minoranze. Nel 1967 il pericolo, per i federali, sembrava provenire soprattutto dall’organizzazione Sncc, diventata il vertice del Black Power, e dalla Nazione dell’Islam. Le Pantere erano sfuggite all’attenzione di Hoover, Poco più di un anno dopo, nell’autunno 1968, le avrebbe definite “la principale minaccia interna alla sicurezza del Paese”. Il nemico da stroncare con ogni mezzo.

I mezzi dispiegati dal Bureau, in stretta collaborazione con le forze di polizia e con la Cia, furono di ogni tipo: sorveglianza illegale, infiltrazione, repressione pura, esecuzione a freddo ma soprattutto una strategia capillare che mirava a seminare discordia, diffondere sospetti, innescare conflitti quanto più estremi e sanguinosi possibile. La repressione pura e semplice, basata su arresti continui, aveva un duplice obiettivo: mettere fuori gioco per mesi o anni i leader del Bpp ma anche costringere l’organizzazione a concentrarsi sulla resistenza alla repressione, sull’assistenza legale, sulla mobilitazione per liberare i detenuti invece che sui programmi di assistenza sociale e presenza attiva nei ghetti che erano invece alla base del consenso e della popolarità del gruppo tra i neri.

La provocazione, che alla fine si rivelò risolutiva ancor più della repressione bruta, mirava invece a impedire che alle Pantere si aggregassero altri gruppi di neri, non solo quelli politici ma anche le bande che contavano già su migliaia di aderenti, a ostacolare l’unità d’azione con i gruppi radicali bianchi e ispanici, infine a spaccare la stessa organizzazione in fazioni l’uno contro l’altra armata. Lettere anonime, uso pilotato degli infiltrati, calunnie, provocazioni studiate ad arte, false informazioni: tutto fu messo in opera per distruggere le Pantere.

Nella primavera 1968 Alprentice “Bunchy” Carter, già capo degli Slauson, allora la principale banda di Los Angeles, era considerato la minaccia principale. Il programma di distribuzione gratuita di cibo nel ghetto aumentava gli effettivi delle Pantere a LA di quasi 100 nuovi iscritti ogni settimana. Quella distribuzione, sentenziò Hoover, «è la più popolare attività delle Pantere e rappresenta una minaccia per i nostri sforzi di neutralizzare il Bpp». Il Cointelpro strinse un accordo con il Dipartimento di polizia di Los Angeles per arrestare continuamente e con ogni scusa i militanti impegnati nel programma. Poi riuscì a provocare una vera e propria guerra tra il Bpp e l’organizzazione “concorrente” nazionalista nera Us, guidata da Ron Karenga, oggi professor Maulana Karenga, docente di Studi africani. La faida portò all’uccisione di Carter e di un’altra pantera, David Higgins. Karenga attribuisce oggi la responsabilità di quella guerra e dell’uccisione delle due Pantere all’opera di provocazione allestita dal Cointelpro.

Nel 1969 il pericolo principale veniva invece da Chicago. A 21 anni il responsabile del Bpp per l’Illinois, Fred Hampton, era il più brillante leader emergente del Movimento, già indicato come prossimo “capo di stato maggiore” e primo oratore del Bpp. Marxista, laureato in legge, militante prima antirazzista poi comunista sin da giovanissimo, Hampton aveva fondato una Rainbow Coalition alla quale partecipavano i neri del Bpp, i bianchi della Young Organization Patriots e i latini Young Lords. Altri gruppi tra cui l’Sds, il principale gruppo radicale studentesco bianco, si sarebbero aggiunti poco dopo. In più Hampton stava stringendo un’alleanza con i Blackstone Rangers, una enorme banda che esisteva dal 1959 . Oggi conta un centinaio di migliaio di affiliati in tutti gli States ma era già allora fortissima a Chicago. Secondo i conti allarmatissimi dell’Fbi, l’accordo con quella banda avrebbe triplicato la forza del Bpp nell’Illinois.

Contro Hampton il Cointelpro adoperò il solito armamentario. Riuscì a impedire la fusione con i Rangers, non a spaccare la Rainbow Coalition. L’Fbi decise di risolvere il problema drasticamente. Aveva infiltrato fra le pantere un giovane nero, William O’Neal. Arrestato per furto d’auto e per essersi fatto passare per agente dell’Fbi, gli furono garantiti libertà e stipendio in cambio della disponibilità a infiltrarsi nel Bpp. Il doppiogiochista fece carriera: alla fine del ‘69 era la guardia del corpo personale di Hampton. Fu lui che passò alla polizia di Chicago la pianta dell’appartamento dove il leader delle Pantere e la sua compagna incinta erano appena andati a vivere. Probabilmente fu sempre O’Neal (che però ha sempre negato) a drogare Hampton con una potente dose di barbiturici per impedirgli di reagire quando la polizia, sulla base di una segnalazione dello stesso O’Neal, irruppe all’alba del 4 dicembre nell’appartamento dove si trovavano una decina di militanti.

Hampton, ancora semiaddormentato, e Mark Clark furono uccisi, quasi tutti gli altri feriti gravemente. O’ Neal aveva abbandonato l’appartamento nella notte, con una ricompensa di300mila dollari assicurata. La polizia si giustificò accusando le Pantere di aver aperto il fuoco. I bossoli dimostrarono che gli agenti avevano sparato 99 colpi. Le pantere uno.

Nel 1982 alle vittime dell’attacco fu riconosciuto un risarcimento di 1,85 mln di dollari ma nessuno è mai stato condannato per quegli omicidi. O’Neal si è suicidato nel 1990: la storia sua e dell’uomo che aveva tradito e fatto uccidere è diventata un film appena uscito, Judas and the Black Messiah. Nei mesi successivi all’assassinio di Hampton e Clark, subito prima di essere scoperto, il Cointelpro sarebbe riuscito a provocare lo scontro violentissimo tra i vertici del Bpp, Newton e Seale da una parte, Eldridge Cleaver riparato in Algeria dall’altra, che chiuse di fatto la parabola del Black Panther Party.

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