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Da due anni la magistratura incassa, ma se messa alle strette metterebbe il Parlamento in difficoltà

DiRed Viper News Manager

Apr 27, 2021

Probabilmente una Commissione d’inchiesta parlamentare sull’uso politico della giustizia avrà luce, ma appare francamente destinata a vita breve e travagliata. Perché possa esercitare con efficacia il proprio compito la Commissione avrebbe la necessità di aver ben chiari i propri obiettivi. Ma individuarli non è cosa semplice. Mettere mano alla macchina giudiziaria, dopo l’affaire Palamara, è diventato politicamente più agibile di un tempo, ma tecnicamente l’opera appare molto più complessa. Alle storiche abrasioni e incrostazioni che hanno reso da sempre scosceso il piano delle riforme si aggiunge il fatto che, per la prima volta, si coglie con nitidezza che la crisi del sistema affonda le proprie radici non solo in un panpenalismo esasperato del legislatore o in sistemi processuali farraginosi o in strutture organizzative collassate, ma si nutre e si alimenta per effetto di una sorta di cedimento morale della corporazione, di una stagnazione etica da cui le viene difficile risollevarsi in modo credibile.

Se riformare i codici, rafforzare gli apparati, ritoccare le strutture era già un compito arduo da portare a compimento in tempi normali, mettere mano contestualmente alla riforma del Csm, alla destrutturazione correntizia della magistratura, alle carriere, alle nomine e a quant’altro appare – come avrebbe detto De Gaulle – un programma di vasto respiro ossia destinato a rimanere un libro dei sogni. Per evitare che ogni iniziativa riformatrice inciampi nell’ennesimo, periodico “sfogo” della politica verso la magistratura italiana, occorrerebbe avere un preciso ordine di priorità e disporre di un tempo sufficiente per realizzarlo. Nel Parlamento, al momento, mancano sia l’uno che l’altro. Si odono possenti i rigurgiti di un risentimento, tuttavia tanto sterile quanto dannoso per ogni iniziativa realmente riformatrice e di cui è ultimo segno tangibile lo sfogo mediatico di un padre affranto per le sorti processuali del proprio figlio. Un mare ribollente che sembra alla ricerca di un’improbabile resa dei conti.

Com’è già successo, d’altra parte, con il referendum voluto da Craxi sulla responsabilità civile dei magistrati. La politica trascura di considerare che lo scontro all’arma bianca, il corpo a corpo, è il terreno prediletto da settori cospicui e non marginali della magistratura italiana. Se proprio dobbiamo adoperare un’immagine, è come se si affrontassero sul ring di Kinshasa Muhammad Ali e George Foreman con il primo che incassava una raffica di pugni rabbiosi del secondo, ma che, dopo essersi sfiancato, venne giù in pochi minuti («…quando lo picchiavo con tutto quello che avevo l’ho sentito sfottermi: “Tutto qui, George?”. Era la settima ripresa»). Ecco, a occhio e croce, è questo lo scenario prevedibile dei prossimi tempi. Le toghe incassano da circa due anni (lo scandalo è esploso nel maggio 2019) colpi su colpi, le tifoserie avversarie urlano e strepitano convinte di aver sfibrato il contendente, ma non hanno a disposizione alcun pugno decisivo, né molte altre riprese da disputare e la corporazione ha un’enorme capacità di incassare. Senza contare il malaugurio che evoca la triste sorte toccata a Craxi, morto in esilio da latitante, o a Berlusconi, finito ai servizi sociali o ad altri sfidanti e proprio per mano di quelle toghe che si volevano punire o riformare duramente.

E dunque. Dunque pochissimi propositi di riforma sarebbero una benedizione. Proposte da elaborare con calma – anche in una apposita sessione parlamentare – dopo aver riposto l’ascia di guerra, e sforzandosi per avere un colloquio ravvicinato con quegli ampi settori della magistratura che, come ha scritto Sabino Cassese sul Corriere, sono sempre più insofferenti verso il duopolio mediatico-processuale di alcuni pubblici ministeri e di opachi settori del giornalismo giudiziario. Servirebbero costruttori di ponti (come esortava il presidente Mattarella a inizio d’anno) da una parte come dall’altra per concordare un percorso di riforme di medio termine e per mettere mano alla modifica delle regole sulla giustizia a partire dalla Costituzione e dall’ordinamento giudiziario, ossia dalle norme che regolano la carriera delle toghe.

Dovrebbe essere ormai chiaro che mettere mano al processo civile o penale, alle intercettazioni o alle cause condominiali, senza ripensare alla collocazione costituzionale della magistratura inquirente, senza riconsiderare il modello di gestione della polizia giudiziaria, senza deflazionare la selva dei reati, senza uscire dal monolite sanzionatorio del carcere servirà a ben poco. Si tratta di rimodulare dalle fondamenta un sistema che, in molte sue componenti, è del tutto consapevole che la conservazione dello status quo produrrebbe solo ulteriori danni e ulteriori distorsioni, ma che se malamente aggredito è pronto a indossare i guantoni e ad aspettare la fatidica settima ripresa.

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