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“Clan gestiva il bar del Tribunale”, l’inchiesta che ha dell’assurdo: scattano arresti e sequestri

DiRed Viper News Manager

Apr 27, 2021

Un’operazione, scattata all’alba, che ha fatto molto rumore, quella della Polizia di Stato e coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Potenza. Obiettivo un’associazione criminale di stampo mafioso con base a Pignola, comune a una ventina di chilometri dal capoluogo lucano, e con affiliati non solo in Basilicata. Due i provvedimenti di sequestro, 17 le ordinanze cautelari personali. A fare rumore è il sequestro di una società che avrebbe gestito il bar all’interno del Palazzo di Giustizia del capoluogo lucano. Qualcosa di assurdo e grottesco allo stesso tempo.

Undici le persone in carcere, tre ai domiciliari, tre sottoposte all’obbligo di firma. Destinatari delle misure presunti appartenenti al clan Riviezzi, attivo in tutta la provincia e vicino alle associazioni del Vulture, della Calabria e della Campania secondo l’inchiesta. Un’indagine durata circa due anni e sviluppata con “copioso materiale investigativo” corredato da intercettazioni, dichiarazioni di testimoni di giustizia e collaboratori, sopralluoghi, acquisizioni documentali, riscontri, pedinamenti.

Tra gli arrestati in carcere Saverio Riviezzi, 57 anni, considerato il capo storico, insieme con il figlio Vito Riviezzi, 37 anni. Tra le attività illecite contestate intimidazioni ed estorsioni a commercianti e imprenditori. E quindi rapine, collaborazione in un omicidio, pressioni sugli appalti boschivi, traffico di stupefacenti. Non resta fuori la politica: indagato l’ex sindaco di Pignola Ignazio Petrone ma per fatti risalenti al 2010 e quindi non passibili di richiesta di misura cautelare perché troppo datati nel tempo. A fare rumore è soprattutto il caso del bar del Palazzo di Giustizia.

BAR – Oltre alle misure cautelari sono scattati anche i sequestri preventivi delle quote e del complesso aziendale delle società “Bar del Tribunale Srl” e “Gioca e vinci srls”. A fare rumore è soprattutto il caso del bar all’interno del Palazzo di Giustizia di Potenza. Secondo le indagini le società a partire dal 2017 che si sono succedute nella gestione del servizio di bar-caffetteria erano intestate a semplici prestanome e quindi gestite da personaggi vicini o affiliati all’associazione. Sollevata anche la grave condotta estorsiva nell’aprile 2018 di un affiliato contro l’esponente di una società aspirante assegnataria al fine di farla recedere dal ricorso al Tar proposto avverso l’aggiudicazione. “È lo stesso soggetto, il cui arresto, avvenuto due mesi dopo, unitamente al boss e ad altri esponenti del clan per traffico internazionale di droga, destò scene di pianto e commozione proprio all’interno del bar-caffetteria immortalate dalle intercettazioni video-­ambientale installate all’interno del locale”, si legge nel comunicato.

Fin dal 2017 si erano infiltrat “quale segno di audace auto-affermazione in un luogo simbolico – si legge ancora – oltre che di disponibilità economiche, nella gestione del bar-caffetteria del Palazzo di Giustizia, dando così una eclatante dimostrazione della propria forza verso l’esterno e allo stesso tempo garantendosi un’ osservatorio privilegiato all’interno di un palazzo nevralgico nel sistema di tutela e ripristino della legalità”.

OMICIDIO – L’operazione della Dda avanza anche il coinvolgimento di due esponenti dei Riviezzi in un omicidio di mafia del 2 aprile 2008. Vittima Giancarlo Tetta. Lo scenario è quello di una lunga e sanguinosa faida tra due clan del melfese, Di Muro e Cassotta. Attraverso dichiarazioni e sopralluoghi l’inchiesta ha ricostruito la complicità di Saverio Riviezzi e di un affiliato nell’omicidio. Al clan Cassotta avrebbero fornito una Fiat Croma rubata qualche giorno prima a Potenza. A bordo di quell’auto Tetta sarebbe stato raggiunto e quindi freddato con otto colpi di pistola calibro 7,65. L’automobile venne poi data alle fiamme.

LA NOTA – “L’attività fin qui svolta, con gli sbocchi cautelari personali e reali che ne sono conseguiti, rappresenta un risultato di assoluto rilievo nel contrasto alla criminalità organizzata (che opera in modo rilevante e significativo in Basilicata ed anche in provincia di Potenza nonostante si registri non di rado una sottovalutazione del fenomeno) sforzo invece quotidianamente perseguito da questa Direzione Distrettuale Antimafia con l’indispensabile ed essenziale supporto della polizia giudiziaria”, si legge nella nota. “Le risultanze investigative raccolte anche nel contesto di operazioni precedenti, quale quella a cui si è già fatto cenno per traffico internazionale di cocaina, sono state analizzate, valorizzate e messe a confronto con una serie di ulteriori elementi e riscontri che hanno permesso di ricondurre all’azione criminosa del clan, anche la tentata rapina a mano armata perpetrata nel settembre 2017 ai danni dell’Ufficio Postale di Potenza – Via Grippo e il furto aggravato perpetrato nel giugno 2018 ai danni dell’Ufficio Postale di Potenza – Via Messina, da dove vennero asportati 235.000,00 euro”.

L’OPERAZIONE – Circa 150 gli agenti impiegati tra personale della Questura di Potenza, Reparti Prevenzione Crimine Basilicata, Puglia, Campania e Calabria. Inviati a Potenza equipaggi delle squadre mobili di Matera, Avellino, Cosenza e Salerno che, con l’ausilio di personale della Squadra Mobile di Napoli, Bologna ed Ascoli Piceno, procederanno alle attività di polizia giudiziaria anche in Campania, Lazio ed Emilia Romagna. Ha collaborato anche il ROS dei Carabinieri.

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