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Intervista a Stefano Sollima: “Vi racconto il mio John Kelly e il lato oscuro della guerra”

DiRed Viper News Manager

Apr 25, 2021

Dopo il successo delle sue avventure hollywoodiane e internazionali come Soldado (sequel di Sicario) con Benicio Del Toro e la serie ZeroZeroZero, l’attesa per l’uscita del nuovo film americano di Stefano Sollima è stata lunga ma sta per finire. Il 30 aprile infatti su Amazon Prime Video arriverà finalmente Senza Rimorso, storia delle origini dell’action hero John Clark, uno dei personaggi più noti creati da Tom Clancy, appartenente all’universo di Jack Ryan. A interpretare colui che assumerà il nome di John Clark, l’ormai inarrestabile Michael B. Jordan che, grazie alle sue interpretazioni in Il Diritto di opporsi e Creed, ha rapidamente scalato le vette di Hollywood.

Michael B. Jordan è il Sr. Chief John Kelly, un esperto Navy seal che, quando una squadra di soldati russi uccide sua moglie incinta per quella che si crede essere una rappresaglia, alla ricerca di giustizia e vendetta si imbatte in una cospirazione internazionale. L’universo diviso tra bene e male, buoni e cattivi per cui Kelly credeva di combattere si sgretola velocemente dinanzi a un meccanismo molto più grande di lui: le dinamiche perverse della politica internazionale e un forse finto conflitto fra Russia e Stati Uniti. Incontriamo Stefano Sollima due volte per farci raccontare il suo Senza Rimorso, una in diretta dalla sua casa di Roma e una insieme all’intero cast che oltre a Jordan, del film anche co-produttore, vede la presenza di Jodie Turner-Smith nei panni di una comandante dei Navy Seal.

Quali sono le opportunità narrative che offre il raccontare le origini di un personaggio conosciuto e amato da molti?
Diciamo che è stato molto delicato il processo di lavorazione sul romanzo di Tom Clancy perché è stato scritto nel ‘93 ed era ambientato a fine anni 70. Nessuno di noi voleva fare un film d’epoca e c’era tutta una serie di temi che andavano riportati all’oggi. C’era una duplice difficoltà, una era rispettare lo spirito del romanzo di Clancy e l’altra era raccontare un mondo e dei personaggi che fossero rilevanti per il mondo di oggi, cioè che avessero un senso nel mondo in cui viviamo.

Nel film si rileva una verità inquietante, alla base di molti conflitti armati e non: “Un grande Paese ha bisogno di un grande nemico”. Che riflessione avete fatto su questo tema?
È una delle cose che abbiamo tenuto del romanzo di Tom Clancy perché era tra quelle che mi avevano colpito di più e più universali. Mi piaceva l’idea di fare un film su un soldato che non fosse un film di guerra ma più un film sulle ragioni delle guerre. È un principio che ha mosso molti conflitti negli ultimi cento anni, è uno strumento di coesione sociale: la creazione di un nemico e l’andare in guerra. Un modo per riunire un popolo che ovviamente in alcuni momenti rischia, come è stato per gli Stati Uniti lo scorso anno, di essere lacerato e completamente diviso. Per un soldato, quello disponibile a perdere la propria vita, questo è forse il più alto tradimento perché perde completamente qualsiasi senso o scopo. Poi c’è stata una coincidenza: ci sono state le elezioni negli Stati Uniti, la crescita delle tensioni sociali nell’ultimo anno e però, appena eletto presidente, Biden per prima cosa ha ritirato in ballo i russi. In parte perché voleva dividere i repubblicani e poi anche perché voleva un po’ ricompattare un Paese lacerato.

L’ha interessata anche la possibilità di esplorare l’essere umano che cerca vendetta nei confronti di chi gli ha ucciso la moglie?
Sì, questa è l’altra cosa che mi interessava. Secondo me John Clarke è il personaggio più interessante dell’universo di Tom Clancy. Jack Ryan, che è quello più rappresentato, è un servitore dello Stato, non è un uomo incline all’azione e sicuramente è meno sfumato di Kelly. Invece Kelly è un soldato abituato a fare qualsiasi cosa pur di ottenere un risultato: mi sembrava un personaggio di partenza più intrigante anche perché legato al tema politico, all’idea del tradimento. Un uomo che parte come un fedele servitore dello Stato e che ovviamente nel suo percorso, quando perde i suoi affetti, inizia a dubitare di tutto e a non credere più nel suo paese.

Non ci sono donne a capo dei Navy Seal ma lei ha scelto una donna. Come mai?
Ne esistono, ma non così operative come le abbiamo raccontate noi. Io lo trovavo interessante perché creava una dinamica di rapporto non scontata. Secondo me è una scelta che riflette un po’ meglio la società di oggi: nel ‘93, all’epoca in cui Clancy ha scritto, non credo che ci fossero così tanti soldati donna con ruoli operativi e mi sembrava uno dei passaggi necessari per modernizzare il racconto. Mi sembrava interessante creare tra lei e John una dinamica e un rapporto de-genderizzati che non destasse mai neppure per un secondo il sospetto che ci potesse essere una relazione sentimentale tra i due che andasse al di là del rapporto cameratesco di profonda amicizia, rispetto e fiducia reciproca. Lei è un personaggio femminile che però non ha un gender, come da un certo punto di vista non ce l’ha neanche Michael, sono due soldati. Sia Michael che Jodie poi sono molto belli quindi riuscire a portarli a stare insieme senza esprimere nessun tipo di chimica è stato un lavoro non indifferente. Mi è sembrata una scelta interessante all’interno della narrazione, rispetto ai tipici film di guerra dove hai tutti questi soldati maschioni.

Che tipo di rapporto si è instaurato con Michael B. Jordan, quali le difficoltà e quali le sintonie?
Nessuna difficoltà anche perché Michael sostanzialmente era attaccato al progetto prima di me quindi da un certo punto di vista è lui che ha chiamato me. Ho spiegato a lui e alla Paramount che la mia idea era di dare un taglio più intimo. L’idea era cioè non tanto quella di raccontare tutta la storia da un punto di vista oggettivo com’era poi nel romanzo di Clancy. Ma quella di cercare di raccontare tutto dal punto di vista di Kelly. Gli ho chiesto di fare lui tutti gli stunt in modo di poter vedere come l’azione che lo circonda cambia il suo personaggio. Lui mi ha risposto come un bambino: “Si! Dai, facciamolo”. Lui peraltro era anche co-produttore e questa è stata una cosa assolutamente di aiuto. Michael è ersona squisita: ha portato sul set un’energia positiva che ha coinvolto tutta la troupe.

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