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Caso Consip, dopo 4 anni spuntano 20mila intercettazioni nascoste a Romeo: inchiesta manipolata?

DiRed Viper News Manager

Apr 25, 2021

Dalle 20mila intercettazioni tenute nascoste per anni alla difesa ai mancati rapporti stilati dai carabinieri che procedevano nelle indagini per conto prima della procura di Napoli e poi di quella di Roma. Renato Farina sul quotidiano Libero ricostruisce minuziosamente le tappe dell’inchiesta Consip, nata nel 2016, che coinvolge l’imprenditore ed editore del Riformista Alfredo Romeo e Tiziano Renzi, padre dell’attuale leader di Italia Viva.

Nel suo articolo Libero paragona l’inchiesta Consip alla sceneggiatura di un teatrante dell’assurdo volta a denigrare la giustizia italiana. Farina riprende l’esposto presentato dall’imputato Romeo alla procura di Napoli e relativo alle intercettazioni nascoste alla difesa e riemerse dopo 4 anni (un file non con un paio di telefonate, ma ventimila grazie alla potenza invasiva del trojan), mandati di perquisizione in cui si citano dichiarazioni di un reo che ci saranno dopo una settimana, camminate sui tetti di carabinieri riconosciuti come tali perché non sono vestiti da carabinieri in borghese (sul serio).

Consip è l’ente pubblico che gestisce appalti miliardari e nell’inchiesta in oggetto in ballo c’era la (presunta) corruzione di funzionari per assegnare ad alcune ditte la pulizia e i servizi di gestione di scuole, caserme, tribunali eccetera. Affari per miliardi di euro sarebbero stati affidati per la modica cifra di 50mila euro da un reo (spontaneamente o forse spontaneamente) confesso prima ancora di essere indagato e subito in grado di dar modo al pm napoletano Henry Woodcock e alla sua polizia giudiziaria, rappresentata dai carabinieri del Noe (Nucleo operativo ecologico), di procedere con la spada infuocata da angeli vendicatori, scrive Farina.

Nel corso dell’articolo, Libero mette in fila le figurine dei personaggi, muovendoli sul palcoscenico dell’indagine senza pretesa di esaurire la pratica, che toccherà (chissà mai agli ispettori del ministero inviati dal ministro Cartabia o forse in seguito dal Csm valutare).

1. Alfredo Romeo, 68 anni, avocato, imprenditore napoletano nel ramo delle utility, oggi anche editore del Riformista. È a processo a Roma. Autore dell’esposto. Cosa scopre nel corso del processo? Che in un altro procedimento connesso sono state nel frattempo depositate intercettazioni del 2016-2017 mai messe a disposizione della difesa! Ventimila file che nel corso delle indagini difensive si stanno ancora sbobinando. Sono materiale sorprendentemente tenuto occultato non solo prima da Napoli ma in seguito dalla procura capitolina. È da qui che saltano fuori i pasticci.

2. Marco Gasparri, architetto, dipendente di Consip, ha patteggiato e cosi è usato da ogni processo. Prima ancora che fosse indagato, Gasparri si reca, il 29 novembre 2016, negli unici di Romeo neUa Capitale. I carabinieri del Noe non vogliono far sapere di sospettare ci sia andato per incassare tangenti, per cui bloccano il taxi su cui era salito fingendo un controllo per terrorismo, Non trovano soldi. Ma che fanno? Anzi, cosa non fanno? Non scrivono il rapporto. Lo stendono dopo parecchi mesi. Il 16 maggio 2017. Perché aspettano tanto? Guarda un po’, l’hanno redatto dopo che Gasparri si è reso disponibile e ha incastrato Romeo. Si capisce tutto dalla trascrizione delle intercettazioni sepolte e risorte non dopo tre giorni ma dopo 4 anni. In realtà, Gasparri non è scemo, e mangia la foglia, comprende di essere nel mirino. E da chi va? Dal suo avvocato, Alessandro Diddi. Un legale di primo livello, in rapporti di lavoro con i capi della Procura (Pignatone, lelo) come difensore di Buzzi in mafia-capitale. Che fa? Chiede legittimamente se il suo cliente è sotto indagine? Ovvio. A Napoli, a Napoli!

3. Henry Woodcock (pm a Napoli), capitano del Noe Gianpaolo Scafarto (poi maggiore, ora assessore alla legalità a Castellammare di Stabia). Ipotesi. E qui siamo alla “perquisizione profetica” e favolosamente anomala. È il 7 dicembre 2016 allorché si esegue la perquisizione nell’ufficio e nell’abitazione di Gasparri. Per la prima volta nella storia dell’umanità essa è effettuata all’alba (ironia) delle 13,25 “a sorpresa”. Dalle sbobinature adesso salta fuori che proprio quel 7 dicembre la segretaria di Gasparri gli riferisce di una telefonata di un certo capitano Scafarto del Noe che lo sta cercando per «effettuare una notifica». Comunicazioni simili si susseguono. Il capitano invita in caserma Gasparri, il quale cerca l’avvocato Diddi e quello prima che possa parlare gli dice «so già tutto» e gli spiega di trovarsi – guarda un po’ – nello studio di Woodcock! Ma la faccenda è guarnita da bugie sonanti: il trojan non perdona e rivela che la perquisizione degli uffici Consip non è durata un’ora come da verbale, ma 8 minuti e 20 secondi, come un pit stop della Ferrari di una volta, un record mondiale. Non solo: si fa riferimento a «denaro sistematicamente versato in contanti direttamente nelle mani dello stesso Gasparri». Peccato – e qui sta la meravigliosa profezia – che queste dichiarazioni di Gasparri non ci sono ancora state (ufficialmente). Insomma, non ci si raccapezza, o ci si raccapezza fin troppo. Ma ecco un altro salto. Il procedimento – grazie a Diddi? – finisce a Roma. Con un escamotage giuridico. Cambia la prospettazione del reato. Corruzione vera e propria e non più qualcosa di minore come aveva fissato Woodcock per tenersi i fascicoli. Tocca alla procura di Pignatone. Peccato che il prezzo di questo passaggio sia la carcerazione preventiva di Romeo.

4. Diddi bis. Enrico Mentana lo intervista il 7 marzo 2017, poche ore dopo l’arresto di Romeo. Anche lui è molto colpito dalla sagacia dell’avvocato, cerca di capire come mai si sia recato a Napoli in tempo per far trasferire il processo a Roma e dunque fare arrestare Romeo. Intuizioni investigative che probabilmente hanno determinato la sua assunzione come promotore di giustizia (pm) in Vaticano, dove intanto Pignatone è diventato presidente di Tribunale. Riferì di aver capito che la chiave era Romeo e che bisognasse correre da Woodcock dal fatto che vide persone sospette sul tetto della sua casa assai vicina alla sede degli uffici di Romeo a Roma, e di aver dedotto che piazzavano dall’imprenditore le loro cimici. Un genio. Lo si deduce da come lo capì . «Erano carabinieri travestiti da carabinieri in borghese». Ciao giustizia.

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