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In Campania quasi mille sanitari lavorano senza vaccino: il nodo della legge sulla privacy

DiRed Viper News Manager

Apr 23, 2021

Tra i vari presidi della Asl, i grandi ospedali autonomi come l’azienda dei Colli, il Cardarelli, il Pascale e il Santobono, le due Università e le Case di cura accreditate ci sono circa 1.500 camici bianchi che ancora non hanno fatto il vaccino anti-Covid. Di questi, il 40%, quindi 621, hanno già contratto la malattia, e quindi sono immuni avendo sviluppato gli anticorpi. Questo vuol dire che circa 900 operatori sanitari che quotidianamente sono a contatto con pazienti e soggetti fragili sono potenzialmente a rischio infezione.

Per quanto riguarda quelli che sono già entrati in contatto con il virus, è previsto un richiamo immunologico appena i titoli di anticorpi rilevati durante i test sierologici scenderanno sotto una determinata soglia. Gli altri, invece, possono tutelare i pazienti soltanto con i dispositivi di sicurezza (mascherine, guanti e visiere) da un eventuale contagio diretto.

Da aprile è in vigore una legge che prevede la sospensione dell’esercizio della professione sanitaria per chi non abbia aderito alla campagna vaccinale, ma ci sono alcuni intoppi nella sua applicazione pratica. Detto che esiste una quota di non immunizzati che sarebbe pronta a porgere la spalla ma non è riuscita a entrare alla prima profilassi e sta quindi attendendo il proprio turno sulla base del piano nazionale di somministrazione, il problema sta nel possibile equivoco che ruota intorno alla privacy: per non venire multati dal Garante, che in Abruzzo ha comminato una sanzione da 50mila euro, l’Ordine professionale ha fornito agli uffici della Regione Campania soltanto i nominativi degli operatori sanitari dipendenti.

Palazzo Santa Lucia deve quindi incrociare i dati con quelli delle avvenute vaccinazioni, per individuare chi non abbia ancora ricevuto nessuna dose, e poi verificarne i motivi, magari dettati da incompatibilità delle condizioni di salute con il farmaco. Un lavoro lungo e macchinoso che intanto espone i pazienti campani al rischio contagio all’interno delle stesse strutture sanitarie che dovrebbero curarli.

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