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Il Riformista non si piega ai Pm, l’attacco a Sansonetti testimonia fastidio magistratura

DiRed Viper News Manager

Apr 23, 2021

Lunga vita al Riformista. Se non ci fosse bisognerebbe inventarlo, altrimenti saremmo privi di un quotidiano ch’è una delle pochissime voci veramente libere dell’informazione scritta e parlata. Le battaglie che sta conducendo sono sacrosante a favore dello Stato di diritto, a difesa del detenuto che vive in penitenziari super affollati, contro le ingiustizie sociali. E, comunque, non sarà mai dalla parte della lex est araneae tela.

Non sono da tutti queste battaglie, in questi anni di populismo giudiziario, in cui si è visto di tutto e di più. Da un lato, i giornalisti che stanno in ginocchio e fanno interviste, baciando la pantofola ai magistrati. Dall’altro, la corporazione togata, con un corpo malato, alle prese con nomine, spartizioni, accordi segreti fra le correnti il cui potere è tale che quelle partitiche sono quisquilie. C’è di più. Fatti e misfatti di cui solo a raccontarli si resta increduli. Il posto in cui c’è una sorta di “lavanderia”, dove tutto si lava e si asciuga, è il Csm, l’organo di autogoverno della magistratura. Al riguardo, Stefano Zurlo in Il Libro Nero Della Magistratura è riuscito a mettere insieme “i peccati inconfessati” dei magistrati italiani.

Sansonetti non si piega al potere come, invece, fanno tanti suoi colleghi, ragion per cui, ha accumulato un sacco e una sporta di querele da alcuni Pm, per essersi battuto contro la “macelleria giudiziaria all’ingrosso”. A questo punto, siamo noi che ci facciamo carico di esprimergli solidarietà e affetto e lo preghiamo di continuare la lotta per la libertà di cronaca e di critica. E, naturalmente, noi siamo al suo fianco per la giustizia giusta. Il caso Tortora è l’esempio lampante passato alla storia come “giustizia spettacolo” in cui operò, per la prima volta, il “Circo mediatico – giudiziario”, dal titolo del best seller di Daniel Soulez Lariviere.

Il popolare presentatore di Portobello fu arrestato dai Carabinieri all’alba, mentre dormiva all’Hotel Plaza di Roma, alla presenza di cronisti, fotografi e cameramen, per l’accusa di spaccio di droga e associazione di stampo camorristico. Un innocente fu arrestato e condannato, costretto a una tragica via crucis giudiziaria che, alla fine, lo portò alla morte. La premiata ditta magistrati&giornalisti lo sottopose a un processo e a una gogna mediatica malevola, i cui benefici furono tutti a favore dei magistrati che fecero, d’allora in poi, ottima carriera, e dei pentiti, anzi dei falsi pentiti che si garantirono una comoda vecchiaia. Insomma, nessuno pagò per quel grossolano errore giudiziario.
Grazie a Marco Pannella e ai suoi compagni di partito, che lo portarono come effigie della giustizia ingiusta, fu candidato nelle liste radicali ed eletto al Parlamento europeo. Per non incorrere in casi come quello di Tortora, i radicali di Pannella e i socialisti di Craxi indissero il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, l’8 novembre 1987.

La vittoria referendaria radical-socialista non sortì alcun effetto, vuoi perché la Dc si mise di traverso vuoi anche per il fatto che le forze politiche non ebbero il coraggio di portare in porto una riforma che rafforzasse lo Stato di diritto ed evitasse che la giustizia fosse usata per scopi politici e per le carriere dei togati, senza che questi pagassero mai alcun pegno. Come dire, il referendum fu furia francese e ritirata spagnola. Al dunque, diciamo che tutto restò allo status quo ante. Da quella sconfitta prese l’abbrivio l’egemonia delle Procure sulla politica, con l’appoggio dei mezzi di informazione. Difatti, ai tempi del pool di Mani pulite, entrò in azione il combinato disposto del partito dei Pm e dei mezzi di informazione, con a capo la Procura di Milano e le corazzate Corriere della Sera, Repubblica, Stampa, l’Unità e, in più, le reti televisive di Mediaset con le dirette di Brosio sotto il Palazzo di giustizia di Milano. La Rai, per non essere da meno, si adeguò. Si mossero in sincronia con la forza di uno schiacciasassi.

La magistratura ha tutt’oggi un soverchiante potere, ha messo in crisi il sistema politico che è organizzato secondo il principio di separazione dei poteri, quello legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario. È sopportabile una situazione del genere in cui, peraltro, la giustizia è la mano punitiva dello Stato e, per di più, vive come Sistema, ossia come potere per il potere, al servizio di qualsiasi fine? Altro che Palamara. Preoccupati per la tenuta della democrazia, per il restringimento delle libertà e per il sorgere di uno Stato etico, occorre una riforma della giustizia.

Alla luce dell’esperienze passate, si andrà incontro come sempre alla tacitiana corruptissima republica plurimae leges e al passo del Digesto: error communis ius facit. Il tentativo di mettere la mordacchia a Sansonetti – e a tanti giornalisti con le sue medesime idee garantiste, per esempio, evidenziamo il caso Salvaggiulo de La Stampa – per poi far chiudere il Riformista, non è per nulla una idea campata in aria. Per questa ragione, attorno al direttore Sansonetti bisogna raccogliere le forze che si battono per lo Stato di diritto, per indire un referendum sulla giustizia. Resta la sola e unica via praticabile.

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