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Cosa è l’avviso di garanzia, da tutela dell’indagato a condanna anticipata

DiRed Viper News Manager

Apr 23, 2021

Scomodare il profeta George Orwell è una tendenza abusata, ma certo l’intepretazione invalsa “dell’informazione di garanzia”, ribattezzata dai media “avviso di garanzia”, sembra tratta di peso dai princìpi del suo Socing, il “socialismo inglese”: “La guerra è pace”, “La libertà è schiavitù”. Nato per garantire gli indagati da eventuali abusi, l’avviso si è trasformato col tempo in garanzia opposta: quella di una pena da scontare comunque, senza bisogno di processo e tanto meno condanna. Una via crucis fatta di prime pagine strillate, dimissioni imposte, carriere troncate, gogna mediatica e popolare.

Sulla carta, o più precisamente all’art. 369 del Codice penale, l’informazione viene spedita quando il pm sta per procedere in direzioni che implicano la presenza di un avvocato difensore: l’interrogatorio, l’ispezione, il confronto. L’indagato ha così il tempo di scegliere un difensore di fiducia, in mancanza del quale si procede con quello d’ufficio, e viene informato sulle circostanza del reato contestato, in modo da poter appunto preparare la difesa. Sempre sulla carta, ma in questo caso decisamente non su quella usata per stampare i giornali, l’avviso dovrebbe essere segreto, proprio per evitare che la sola notizia del suo invio diffonda un’ombra di colpevolezza a priori, come se il solo arrivo della fatidica busta equivalesse già a una prima condanna.

Per un po’ l’informazione di garanzia ha svolto davvero il ruolo per il quale era stata pensata e decisa. Poi si è capovolta nel suo opposto. C’è un anno preciso che segna la svolta a U: il 1992. È in quell’anno, con l’esplosione di tangentopoli, che l’ avviso di garanzia diventa una specie di “lettera scarlatta” sufficiente per bollare il politico al quel veniva fatta pervenire. A riguardare la storia di quell’anno destinato a cambiare la storia d’Italia colpisce la prudenza con la quale l’arma dell’avviso veniva utilizzata almeno nella prima fase dell’inchiesta. Per mesi e mesi i cronisti attesero trepidanti che la maledetta letterina fosse indirizzata a Bettino Craxi, il pesce grosso dell’inchiesta. Era evidente che quel passo, considerato ormai da tutti inevitabile e atteso sin da settembre, equivaleva a varcare un confine, tanto che persino i magistrati di Mani pulite procedettero con inusuali piedi di piombo. Il Rubicone fu varcato il 15 dicembre. I giornali furono molto tempestivamente informati in via come al solito rigorosamente anonima. L’esplosione, per quanto prevista, fu fragorosa lo stesso. La stessa prolungata dilazione nei tempi dell’avviso la rese una mossa da scacco matto.

Da quel momento fu un tiro al bersaglio. Non passò giorno senza che un politico di prima o primissima fila non fosse abbattuto dal micidiale avviso. Il 27 marzo del 1993 arrivò il turno di Giulio Andreotti e stavolta con in ballo non solo la corruzione ma il concorso in associazione di stampo mafioso. Il 29 aprile il premier Giuliano Amato, in carica dalla fine del giugno precedente, gettò la spugna e si dimise. Era rimasto praticamente senza più ministri, abbattuti uno via l’altro a colpi di avvisi di garanzia. A quel punto, anche volendo e comunque non lo voleva nessuno, sarebbe stato impossibile ricondurre l’informazione di garanzia alla sua funzione originaria. Era e sarebbe rimasta per sempre una condanna in anticipo non solo sulla sentenza ma persino sul semplice rinvio a giudizio.

La torsione non sarebbe stata possibile senza una piena complicità dei media. Accettarono di buon grado di prestarsi al ruolo di grancassa mediatica delle procure, che distribuivano quotidianamente informazioni diventate essenziali per le principali testate. Restare fuori dalla informativa sulla caccia grossa del giorno significava prendere il temuto “buco”, perdere punti a vantaggio della concorrenza. Ma non fu solo questione di mercato e relativi interessi. Tra i principali direttori campeggiava la convinzione, a volte messo nera su bianco negli editoriali, di stare partecipando a una “rivoluzione fatta da magistrati e giornalisti”. L’alleanza era politica, non si trattò solo di un matrimonio d’interesse.

Il crollo della Prima Repubblica non rese l’arma dell’avviso meno micidiale. Doveva anzi ancora vivere la sua giornata di gloria eterna, il momento di massimo fulgore, per quanto in realtà indebito. Il 22 novembre 1994 il premier Silvio Berlusconi fu raggiunto da un “invito a comparire”, che è altra cosa rispetto all’informazione di garanzia ma sono sottigliezze giuridiche e l’effetto fu identico. Arrivò nel momento e nel modo peggiori, contestualmente all’avvio della conferenza internazionale sulla criminalità presieduta da Berlusconi stesso a Napoli, con un titolone sparato dal Corriere della Sera ancor prima il destinatario fosse messo al corrente del grazioso invito. Affermare che il governo Berlusconi cadde, appena un mese dopo, in conseguenza di quella letterina fatta pervenire al quotidiano milanese prima che al diretto interessato sarebbe esagerato. Ma certo lo sgambetto contribuì alla cacciata da palazzo Chigi in misura rilevante.

Non si può dire che da quei tempi ormai lontani le cose siano rimaste le stesse. Sono cambiate, però in peggio. La maledizione dell’avviso di garanzia è stata sostituita da quella dell’iscrizione del registro degli indagati, cioè dal “passo precedente”. L’iscrizione avviene infatti senza che l’indagato debba esserne informato. Se l’indagine si conclude con una nulla di fatto può tranquillamente non saperne mai niente. Solo quando entra in ballo la necessità di consultare un avvocato arriva l’informazione di garanzia, che di fatto è un ulteriore gradino verso il possibile rinvio a giudizio. Oggi non c’è neppure più bisogno di attendere l’avviso (o l’invito a comparire) perché la stampa si scateni e sbatta l’indagato in prima pagina, a volte con risultati tragici ma sempre circondandolo di un’aura di sospetto. Capita non serva neppure l’iscrizione: basta il dubbio che il nome possa un giorno essere vergato sul libro nero per chiedere le dimissioni di un ministro, o per indicare un politico come inadeguato.

La giustificazione, in questi casi, è sempre la stessa, rinvia puntualmente a una celebre frase fatta, quella sulla “moglie di Cesare”. I politici non sono come gli altri. Devono essere al di sopra di ogni sospetto. Per mandarli in galera ci vuole il processo ma per la gogna bastano il dubbio e la disponibilità dei media. Argomentazione tanto subdola quanto pericolosa e non solo perché introduce di fatto una lesione al principio di uguaglianza. Soprattutto perché non è immaginabile che un sovvertimento di questo tipo e di queste dimensioni, culturale prima e più che giuridico, resti circoscritto e non stravolga, come in effetti è successo nel corso degli ultimi decenni, il senso comune. Con il risultato di non scalfire nemmeno la corruzione, missione che richiederebbe strumenti ben diversi dal giustizialismo strillato e scandalistico, ma di sostituire in compenso, sempre e per tutti, la presunzione d’innocenza con quella di colpevolezza.

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