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Che pena il Pd, passato da Marx e Proudhon a Grillo e Conte…

DiRed Viper News Manager

Apr 23, 2021

Di tutta questa miserabile vicenda di Grillo, ciò che provoca maggior repulsione è la rete neuronale del Pd. Preparando l’articolo sul 1972 per il nostro giornale, ho ricordato che quello fu l’anno in cui Enrico Berlinguer diventò segretario del Pci. Il maggior partito della sinistra italiana (i socialisti erano frastornati e divisi) cercò una sua via originale e non fortunata, ma che segnò la storia di quel partito e dunque della politica italiana. Oggi i resti di quel partito, insieme a quelli della Dc e a filamenti socialisti, si contorcono su un grave conflitto ideologico: sarà meglio far razza col salvaschermo televisivo permanente in doppio petto Giuseppe Conte, oppure con il condannato per omicidio Grillo, ora sotto le luci della ribalta per un video che lo mostra tal quale è sempre stato? Altro che decidersi fra Karl Marx e Pierre-Joseph Proudhon.

Certo, Conte ha più cravatta e miglior taglio di capelli, benché zoppichi sui congiuntivi, ma con le scarpe lustre. I compagni, collegati via Skype sono dilaniati. Il Grillo è uno che gira con lo scafandro e dunque piace al popolo di Nerone. Quello di Petrolini che gridava dalla piazza “bene-bravo” prima che il tiranno aprisse la bocca. Petrolini pigliava per i fondelli Mussolini il quale però astutamente lo sponsorizzava perché da esperto comunicatore si teneva buona la “fronda”, ovvero la valvola del dissenso minimo garantito. Oggi non c’è tempo per sottigliezze. Il clown è da tempo di scena, in servizio permanente effettivo.

La questione, tracimando, investe gli intellettuali a invito del piccolo schermo, convocati secondo le appartenenze religiose dette in Italia “linee editoriali”. E così, da quattro giorni ormai, si simula – usando lo sperimentato format del dialogo fra sordi – l’ampio e approfondito dibbbattito (con tre “b”) sul nulla, il cazzeggio e la vaccinazione contro un temuto ritorno del decoro. Le donne del Partito democratico, tuttavia, sentono i nervi scoperti vedendo che dovrebbero far razza con il clown ideologo secondo cui la adolescente che giocava con il figlio smutandato del clown, non poteva che essere consenziente a una monta ruspante, perché il clown dice di possedere il video con l’esatto svolgimento delle zozzerie contestate. Questo è umorismo: tutti hanno riconosciuto la citazione di Nino Frassica ai tempi di Arbore notturno, che dovendo difendere l’indifendibile, tagliava corto: “C’ho il libro a casa”. Lui, l’ideologo, ha il video. Di qui, come potete vedere, riparte il dibattito della sinistra italiana. Dal video emergerebbe che i maschi sono forse un po’ “coglioni” a saltellare “col pisello di fuori”, ma le femmine (e questo è il punto ideologico, come i Grundrisse del giovane Marx) sono un po’ zoccole.

La linea del progresso è garantita per lo stesso Paese in cui l’ideologo Grillo ha raccomandato che il Parlamento fosse “scoperchiato come una scatola di tonno”. Così disse il clown condannato per omicidio e interdetto da cariche elettive per essersi messo in salvo dalla jeep che non sapeva guidare, lasciando che i suoi passeggeri si sfracellassero in un burrone e che poi non si fece nemmeno mai vivo con la bambina che si vide a sette anni distrutta la famiglia. Clown e gentiluomo. Scoperchiatore sì, ma con video. Ed è lui che fa e disfa, col permesso del Pd, i governi. Che caso straordinario, filosofico e culturale, Quale inattesa protesi del pensiero di Berlinguer che aveva introdotto Santa Maria Goretti, martire dello stupro, nei riferimenti etici del suo partito. Che ci sia discontinuità?

E il nostro Letta? L’esangue Enrico, che fa? Che pensa? Come si sente dopo tutto il casino per imporre le quote rosa nei gruppi parlamentari imponendo così la segregazione –capovolta – per genere, anzi gender? Come dicono giù in sezione, “cazzo, compagni, parliamone”. Noi che rappresentiamo quella sinistra che avendo a cuore prima di tutto la libertà, tanto da essere accusata di essere di destra, restiamo malgrado tutto scassacazzissimi ottimisti. E ci concediamo sogni profetici. E abbiamo sognato che un nuovo virus, buono, si avventasse sul Pd con forza la epidemica di una proteina Spike riattivando pudore e senso del ridicolo, con ripristino immunitario della dignità minima.

Non siamo moralisti, non siamo manettari, ma non siamo neanche scemi. Come può questa palude dilaniata fra la tentazione del salvaschermo Conte e il Grillo della povertà umana, rompere ancora i coglioni con Ruby nipote di Mubarak? Con quale recondito pensiero questa gente può ancora seriamente pensare che un avvocato dirottato sulla via del Quirinale dal Gatto e dalla Volpe (Di Maio e Salvini) con un curriculum sputtanato dal New York Times e pazzescamente imposto per due anni anche durante le previsioni del tempo, essere considerato un leader? Forse (e diamo una botta di retorica, va…) come leader dell’epidemia fuori controllo? Dei milioni di mascherine sfondate che hanno infettato le corsie? Dei banchi a rotelle? Dell’incapacità ignorante e arrogante che ci ha regalato ventimila morti in più? Pensate: costoro ci pensano.

Giocano a scacchi una partita in cui i pezzi sono Casaleggio figlio che è proprietario della scacchiera e reclama gli arretrati; il matto con lo scafandro che si riproduce in fase di colpo apoplettico per difendere un figlio che lo preferirebbe sedato; l’avvocato con in tasca un partito immaginario prodotto dall’illusione dei teleschermi (successe anche a Dini e a Monti) e un pallottoliere per conti ridicoli, malfermi, indegni della sinistra, indegni della democrazia, indegni della storia che si portano nello zainetto.

Il sogno dicevamo. Sì, abbiamo fatto un sogno, Un sogno senza speranza, ma un bel sogno in cui una ventata di decenza, di umorismo e rossore benefico, produca un recupero di dignità e di rispetto per la democrazia. Il pagliaccio con lo scafandro, fa ricorso a una delle sue figure retoriche a lui più care: quella dei “calci in culo”, come boost o propellente. Ecco. Il popolo della sinistra potrebbe partire da lì. Dal calcio in culo. E poi, vedere l’effetto che fa.

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