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“Super Lega ha fatto flop, finalmente i ricchi sono stati sconfitti”, intervista a Renzo Ulivieri

DiRed Viper News Manager

Apr 22, 2021

«Chi ha vinto davvero in questa brutta storia? Ha vinto il sentimento popolare. Il popolo. E ora se si vuole davvero riformare il sistema calcio, c’è una strada da seguire: una patrimoniale per i ricchi». È un fiume in piena, Renzo Ulivieri, 80 anni, una vita nel calcio. Dal 1965 ha allenato in tutte le serie, in tante piazze calcistiche che a elencarle tutte ci vorrebbe una intera pagina. Tra le tante: Bologna, Fiorentina, il Lanerossi Vicenza dei tempi d’oro, Perugia, Ternana, Modena, Reggina, Sampdoria, Napoli, Parma, Torino… Dal 2006 è presidente dell’Associazione Italiana Allenatori di Calcio. Sull’abortita Super Lega ha idee molto chiare. E le dice a Il Riformista.

“Colpo di Stato”, “Una rivoluzione dei ricchi fallita”. Sulla vicenda della Super Lega si sono sprecate metafore e cimentate persone che un campo di calcio non l’hanno visto neanche col binocolo. Lei invece ci ha passato una vita intera. Cosa ne pensa di questa storia?
Che sia una rivoluzione dei ricchi che fallisce, mi emoziona. Io non l’avevo letta in questi termini. Però se me la racconta così, mi emoziono. Sarebbe una delle poche volte che la rivoluzione dei ricchi fallisce, perché vincono sempre. Di chi è la vittoria? È la vittoria del popolo. È la vittoria delle passioni popolari. È la vittoria dei sentimenti popolari. Dietro sono andati i politici, a cominciare dall’Inghilterra e anche in Italia. I politici sono soliti muoversi così: sentono l’aria che tira e poi si schierano. Il primo ministro inglese, Boris Johnson, ha detto “sai cosa c’è, voglio consensi e quindi provo a cavalcare il sentimento popolare”. Una storia vecchia. Vuol dire che il calcio è del popolo. Per chi lo va a giocare nelle piazze e si diverte, per i bambini che giocano. Per i tifosi. Per coloro che guardano la partita e si emozionano. Il calcio produce passione. E se c’è un errore che ha fatto la sinistra anche in passato è stato di demonizzare il calcio spettacolo. Un errore, sì. Perché al calcio spettacolo ne ha diritto anche il popolo. Il calcio ha una funzione sociale, per chi lo pratica, per chi lo gioca. E per i tanti che lo guardano. Perché se non garbasse, quello spettacolo, la gente non lo starebbe a guardare. I gusti della gente li puoi indirizzare in politica o da qualsiasi altra parte. Meno che nel calcio. Perché se non garba, la gente non lo guarda. Non voglio fare una gerarchia dei popoli partendo dal calcio: agli americani garba meno, a noi latini molto di più. Abbiamo altri gusti, via. Se avessero parlato di questo in Sud America, di una Super Lega per pochi ricchi, lì avrebbero fatto una rivoluzione, una rivoluzione vera.

In diverse interviste fatte in queste convulse giornate, il presidente della Juventus, Andrea Agnelli ha molto insistito sul fatto che il calcio professionistico è ormai una industria e come tale ha le sue regole. Ma si può ridurre il fenomeno-calcio solo a questo?
Intanto non è così. Poi se si vuole ridurlo solo a questo, dentro un sistema capitalista vi sono leggi di mercato che coloro che hanno pensato a questa genialata hanno abbondantemente disatteso, per non dire altro. Il calcio è una industria che ha creato debiti: quelle che hanno provato a fare questa Super Lega, sono società alla disperazione. Chi ha creato debiti o li paga o va a casa. E sto parlando di un sistema che non mi garba. Quando si presentano i conti agli azionisti, e sono conti in un rosso sangue, dovrebbero avere la decenza di ammettere di aver sbagliato e farsi da parte. Se poi vogliono davvero calmierare, lo facciano seriamente. Le società si mettano d’accordo e calmierino i prezzi. Noi come sindacato allenatori non ci opporremo mai a un’azione del genere. In questo periodo di pandemia, noi ci siamo dati da fare per salvaguardare i contratti sotto i 50mila euro lordi. Che voleva dire difendere gente che lavora in quel mondo e che usa quei soldi per tirare avanti una famiglia, per fare la spesa mattina. Quello del calcio è un mondo dorato, sì, ma per pochi. In questo mondo ci sono milioni di lavoratori che lavorano per queste cifre qua. E non sono solo allenatori: custodi, giardinieri, che lavorano per 300-400 euro al mese che oggi sono una cifra per sopravvivere. Ma questi sono discorsi troppo lontani dal presidente del Real Madrid o di quelli della Juve o del Milan o dell’Inter.

A proposito del presidente del Real Madrid. Florentino Perez si è precipitato in televisione per dire che i giovani non guarderebbero mai una partita con squadre sconosciute nei gironi di Champions o Europa League.
È tanto che è nel calcio, ma del calcio non ha capito nulla. Guardiamo a casa nostra. La crisi della Juve ad esempio: se succede che perde in casa tre a zero con la Fiorentina, della quale sono tifoso e che naviga in brutte acque, ciò accade perché questa è la bellezza del calcio. La Juve che perde con il Benevento… Dice: ma noi non ci vogliamo giocare col Benevento, e ci hanno pure perso. Se si voleva fare un discorso giusto, si doveva arrivare a livello interno a una suddivisione diversa delle risorse, a cominciare da quelle dei diritti televisivi, come avviene in Inghilterra.

E adesso? Dopo il rientro di questo “colpo di Stato” calcistico adesso cosa scatta, la resa dei conti?
Io non credo che sia tempo di resa dei conti né ci si può limitare a una riflessione interna alle singole società. C’è da fare una riflessione seria sul sistema, che come tutti i sistemi in questo periodo è andato in difficoltà. Ci vuole la patrimoniale. Che nel mondo del calcio vorrebbe dire che quando siamo alla disperazione, e a questo siamo, chi più ha bisogna che aiuti. Poi ripartiremo. Ci sarà tempo per fare grandi progetti. Ora la necessità vitale è governare l’emergenza del sistema, di una società e di un campionato come quello di serie A. In un momento come questo deve prevalere la solidarietà. Probabilmente c’è stata una politica dissennata su stipendi e sui contratti per cercare di accaparrarsi giocatori di alto livello. C’è da ridimensionare, che escano meno soldi. Basta che si mettano d’accordo tra loro. C’è bisogno di aiutare chi sta sotto.

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