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Perché anche se sbagliano i Pm vengono sempre promossi?

DiRed Viper News Manager

Apr 22, 2021

L’archiviazione dell’inchiesta per bancarotta a carico degli ex manager di Bagnolifutura segue le vicende giudiziarie che, negli anni, hanno coinvolto l’ex sindaco e governatore Antonio Bassolino, l’ex parlamentare Lorenzo Diana, l’ex presidente dell’Autorità portuale Francesco Nerli, la sindacalista Lina Lucci e tanti altri appartenenti alla classe politica e dirigente partenopea. La decisione del gip del Tribunale di Napoli, inoltre, offre l’occasione per spendere alcune riflessioni sulla necessità di riformare il sistema della responsabilità della magistratura, specialmente di quella inquirente.

Nei casi citati, le investigazioni, accompagnate da una forte risonanza mediatica, hanno prodotto nell’immediato l’effetto di sconvolgere le vite private dei diretti interessati e ne hanno travolto le carriere politiche o manageriali, salvo poi esaurirsi, a distanza di anni, in provvedimenti che, in maniera silente e nella pressoché totale indifferenza collettiva, hanno accertato l’infondatezza della notizia di reato. Naturalmente non può ignorarsi come ciò cui si assiste con maggiore clamore quando il cognome dell’indagato suscita il pubblico interesse, a ben vedere, riguardi ciascun cittadino che, per propria sventura, dovesse incappare nelle maglie di un procedimento penale. Sennonché, non sarà sfuggito agli amanti della carta stampata che la pubblicazione della notizia di un arresto o di una indagine che coinvolge personaggi più o meno noti è sempre accompagnata dall’indicazione del nome del pm inquirente, mentre in caso di archiviazione, e a maggior ragione di assoluzione all’esito del dibattimento, l’ufficio torna a essere, come dovrebbe, impersonale. Spontaneamente viene da domandarsi la ragione per la quale, fra tutte le categorie professionali, soltanto i componenti della magistratura non siano chiamati a rispondere dei propri errori, tanto più nel caso in cui questi abbiano avuto una portata deflagrante nella vita, privata e pubblica, di un cittadino.

È una distorsione non più tollerabile. Nel nostro Paese la carriera dei magistrati progredisce in maniera sostanzialmente automatica, atteso che oltre il 90% delle “valutazioni di professionalità” si conclude con esito positivo. Viceversa, sarebbe doveroso che la progressione di carriere non prescindesse da una valutazione del merito della attività svolta dal singolo magistrato, che potrebbe attuarsi, per esempio, attraverso l’analisi degli esiti delle indagini condotte da ciascun pm, oltre che attraverso necessarie verifiche periodiche sulla preparazione di inquirenti e giudicanti. I criteri di giudizio in tale ultima direzione, infatti, sono del tutto inadeguati: raramente, all’interno di un ufficio si leggono relazioni che mettano in luce lacune o impreparazioni dei magistrati.

Anche la lungaggine processuale, i cui effetti ricadono sull’indagato/imputato innocente che si deve presumere tale fino alla condanna definitiva, non rappresenta l’obiettivo professionale dell’avvocato, ma un’ulteriore spia della disfunzione degli uffici giudiziari, in special modo di quelli della Procura. La ragionevole durata del processo e la responsabilità della magistratura sono un problema dello Stato che deve disporre degli idonei strumenti per dare una risposta di giustizia ai suoi cittadini. Solo così potremmo evitare di stravolgere le vite di tanti malcapitati e si potrà restituire ai cittadini credibilità nei confronti del sistema giustizia.

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