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Napoli, boom di querele e minacce contro giornalisti: a rischio la libertà di stampa

DiRed Viper News Manager

Apr 22, 2021

Quando non è la minaccia, che da queste parti proviene quasi sempre da personaggi legati alla camorra, sono le querele temerarie, quelle dei politici o di altri centri di potere, a porre ostacoli al lavoro dei giornalisti, al diritto di cronaca e di critica. Negli ultimi sei anni il fenomeno è enormemente cresciuto. Basti pensare che la spesa affrontata dallo sportello antiquerele del Sindacato unitario giornalisti della Campania, nato a metà del 2015, è aumentata del 900%.

«Nel 2016 la spesa sostenuta per dare sostegno ai colleghi querelati o minacciati ammontava a 2mila euro – spiega Claudio Silvestri, segretario del Sugc – Nel 2017 era già schizzata a circa 10mila euro e oggi rappresenta quasi il 10% del nostro bilancio, circa 20mila euro, una cifra altissima». Il 2020, l’anno del lockdown, è stato paradossalmente l’anno del boom delle minacce ai giornalisti: il dato è emerso nel corso del più recente incontro con il prefetto di Napoli Marco Valentini. Attualmente il sindacato sta dando sostegno a venti giornalisti vittime di querele temerarie e in dieci processi è parte civile al fianco di cronisti minacciati e costretti a vivere sono scorta o sotto tutela.

Le venti querele che, in meno di un anno, alcuni magistrati hanno presentato contro il nostro direttore Piero Sansonetti per gli articoli di critica nei confronti di una parte della magistratura italiana pubblicati su Il Riformista, oltre quella che nei giorni scorsi il presidente della Regione Vincenzo De Luca ha presentato contro il quotidiano la Repubblica per gli articoli di inchiesta sull’affidamento del servizio tamponi durante la prima fase dell’emergenza Covid, sono soltanto gli ultimi episodi in ordine di tempo. Le statistiche evidenziano quanto, in questo periodo storico, l’indipendenza e l’autonomia dei giornalisti siano minacciate e ostacolate. «In Campania le querele arrivano soprattutto da politici – spiega il segretario del Sindacato unitario dei giornalisti – Nella quasi totalità dei casi si tratta di querele temerarie, che non si basano su nulla e servono solo a fermare i giornalisti per fare in modo che abbandonino il loro lavoro di inchiesta. La querela – aggiunge Silvestri – è uno strumento semplicissimo da utilizzare e un bavaglio a costo zero: chi denuncia non rischia niente e non spende niente, mentre chi viene denunciato è costretto ad affrontare una serie di spese per difendersi da accuse destinate a essere archiviate oppure a finire al centro di processi che durano anni e anni e sono come una spada di Damocle. Purtroppo questa delle querele temerarie non è l’eccezione, ma la prassi. E le vittime sono spesso i colleghi più fragili, quelli che lavorano sui territori, i corrispondenti dai piccoli Comuni. L’effetto è devastante perché rischia di ledere il diritto di cronaca del giornalista e il diritto del cittadino di essere informato».

Sul piano normativo la situazione è arenata. «Tutti i progetti di legge per limitare le querele temerarie sono finiti in un cassetto e quelli che vengono discussi non arrivano in Parlamento, non vengono messi ai voti, perché c’è una volontà della politica di non occuparsi della questione», afferma Silvestri che con il sindaco ha più volte sollecitato una legge contro le querele temerarie. «Ma le iniziative vanno a cadere. – aggiunge il segretario del Sugc – Quando si tratta di apparire sui giornali, il politico di turno è sempre pronto a sostenerci, ma quando si tratta di votare e portare una legge al completamento dell’iter per essere votata in Parlamento, tutto diventa complicato». Dalla querela al carcere il passo per i giornalisti può non essere tanto lungo. Il Sindacato unitario della Campania è stato il primo a sollevare una questione di incostituzionalità della norma che prevede il carcere per il giornalista condannato e l’ha fatto in un processo per diffamazione a Salerno.

Quell’iniziativa ha poi stimolato altri ricorsi, ma anche in questo caso una modifica alla legge sulla stampa non è arrivata. A giugno dello scorso anno la Corte Costituzionale, presieduta proprio dall’attuale ministro Marta Cartabia, aveva rilevato profili di illegittimità della norma rimandando al Parlamento un’iniziativa legislativa. Il termine scade tra due mesi. «Il paradosso – conclude Silvestri – è che le proposte alternative che stanno circolando in Parlamento sono altrettanto rischiose per i giornalisti perché prevedono maxi-risarcimenti con cifre che non stanno né in cielo né in terra».

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