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Il racconto del blitz contro Rocco Femìa: “Dormivo con papà, vennero e lo portarono via”

DiRed Viper News Manager

Apr 22, 2021

Non vorrei cominciare con il solito inizio di una favola. Perché la nostra non lo è stata. Eravamo felici e spensierati, sotto le coperte a giocare a lupo cattivo. A fare finta di dormire mentre di dormire non ne avevamo proprio voglia. Avevo otto anni e il mio papà era proprio vicino a me, a farmi sorrisi grandi come spicchi di luna, sdraiato a un millimetro dal mio cuore. Perché io come ogni bambina avevo paura del buio e a pensarci bene anche adesso mi terrorizza. Mentre noi stavamo facendo sogni da giganti, quello che ci fece attirare l’attenzione fu un “DRIIN” del citofono. “Alle 4:00 di notte chi poteva essere?” ci chiedemmo. Vidi omoni entrare nella stanza da letto, pensai che assomigliassero a “l’uomo nero” di cui tanto si parla nelle storielle.

A un tratto vidi mio padre vestirsi di fretta, con scarponi e giacca. Ricordo che mi avvicinai a lui, ma di quella sera mi rimase solo un abbraccio e un bacio sulla fronte. Chiesi a mia madre se stavamo partendo per andare a trovare mio fratello, ma lei mi rispose di tornare a dormire perché era tardi. Tornai a dormire, proprio al suo posto, proprio dove qualche minuto prima lui era sdraiato. Il mattino dopo vidi tutte le persone accanto a me piangere ma allo stesso tempo coprirsi per non farsi vedere, non avere accanto papà ci stava distruggendo. Passarono giorni, ma io non sapevo dove fosse finito, lo chiamavano “carcere”. Io cosa ne potevo sapere? Ero una bambina. Non sapevo potesse esistere un posto così penetrante e morto. Ricordo il nostro primo giorno di colloquio. Per vederlo abbiamo dovuto aspettare ben tre ore, ma vidi arcobaleni e disegni sulla parete, allora pensai che fosse un bel posto, ma poi attraversammo un cancello alto di ferro per ritrovarci sedute su delle sedie incollate al pavimento e un tavolino di marmo. Suonò un allarme al dir poco spaventoso, ma alla fine fu proprio quell’allarme che fece entrare mio padre nella nostra stessa saletta. Quando lo vidi, lo abbracciai subito e mi sedetti sulle sue gambe a ingozzarmi di dolci mentre lui teneva strette le mani di mia madre e guardandola negli occhi le disse: “Andrà tutto bene “.

Dopo un’oretta sentii di nuovo quel suono e dovetti salutarlo di nuovo, con le lacrime agli occhi e il cuore a mille.
Speravo fosse il nostro primo e ultimo colloquio, ma sfortunatamente non lo fu, dopo il primo ci fu il secondo, dopo il terzo e poi altri ancora. Andare in quel posto mi terrorizzava, vedevo sempre visi tristi e distrutti fare la solita vita.
E pensare che non adoravo stare con mio padre, strano per una femminuccia, ricordo i giorni che sceglievo mamma a papà, che volevo mi portasse mamma a scuola, che volevo mamma al mio risveglio, ma le cose sono cambiate, il tempo mi ha fatto piangere, riflettere ma anche capire che ho un padre fantastico con cui ancora ho tanto da fare.
In un attimo i miei compleanni si trasformarono in incubi e ogni giorno che passava, sembrava un film già visto. Le giornate erano tristi ed io ero me stessa ma forse un po’ più cresciuta. Non mi accorsi subito del tempo passato ma quando trascorri tante nottate rubate al cielo ti accorgi che qualcosa è cambiato.

Lo spostavano continuamente in un posto sempre più brutto, dove gli alberi erano spogli e quindi erano un po’ meno alberi e le foglie talmente secche da sbriciolarsi diventando polvere. Tante volte eravamo separati da un vetro spesso che solo io potevo scavalcare e sedermi accanto a lui e se ci abbracciavamo troppo a lungo ci richiamavano di sederci perché non era possibile. Avevo paura anche di alzarmi per buttare la carta perché non potevamo e per andare in bagno dovevamo chiamare la guardia per farci aprire. Era così brutto quel posto. Anche se quando lo guardavo, pensavo sempre a qualcosa di migliore, da poter sorridere. Magari al posto di quel cemento un prato, al posto delle mosche le farfalle, anche solo qualcosa di colorato andava bene, ma non c’era. Tante volte mi è capitato di piangere, ma no! Non davanti a tutti… Da sola, in un posto tranquillo dove immaginavo razzi spaziali e sogni giganti come lo facevo con lui, dove tutto per me aveva un senso.

Ma anche dopo aver buttato mille gocce d’acqua io non ci credevo, non ci credevo che quella grande pancia rotonda fosse lontano da me. Alla fine anche le stelle sono destinate a stare lontane una dall’altra ma forse sono anche loro legate dentro a un infinito invisibile, la loro luminosità aumenta quando la mancanza è troppa da spezzarsi e la stella magicamente diventa una stella cadente. Alcune volte ci chiamava ma sempre dopo aver aspettato che qualcuno prima di lui finisse di parlare con la propria famiglia, non potevamo stare tanto al telefono, giusto qualche minuto per dire “papà mi manchi, torna” anche se lui tornare non poteva. Tante volte mi arrivavano lettere con disegni tutti colorati, con scritte e pupazzi ma forse non li aveva fatti nemmeno lui anche perché non è proprio bravo con la matita, ma li aveva fatti fare per me. Anche essendo lontano, mi ha fatto trovare una ragione per un sorriso. Lui è così. Nei momenti brutti riesce a trovare sempre qualcosa di bello.

Il 12 maggio ero in gita con la scuola, stavamo facendo la nostra ultima visita prima di ripartire per tornare a casa, mi chiamò mia madre e mi disse: “Brenda stiamo andando a prendere papà”. Io iniziai a piangere perché è questo che succede quando una persona è così felice da scoppiare. Per tutto il tragitto non smettevo di sorridere, erano finiti i giorni dai lunghi viaggi, dalle mille lacrime nascoste, dagli abbracci mancati e delle favole mai lette… Appena ritornai a casa vidi un sacco di gente, ma a me non importava nulla di loro, io corsi subito tra le sue braccia a stringerlo forte come se ci fossimo solo noi due. A dire la verità pensavo che non arrivasse mai quel giorno, ho sentito tante volte dire “ci sono buone probabilità che papà esca” ma quelle volte non è mai uscito e quindi sono rimasta sempre con un piede sopra un filo come un’acrobata.

Ho sempre pensato che non l’avrei più rivisto, che appena sarei diventata grande non potevo più scavalcare quel vetro e mi toccava solo stringere le sue mani. Invece è tornato e per la prima volta dopo cinque anni mi sentii felice proprio come quando giocavamo sotto le coperte a lupo cattivo. Prima di andare a dormire mi disse che mi vuole bene e mi dette un bacio sulla fronte, coricandosi accanto a me fino al giorno dopo.

Ed eccomi qui, mio padre è tornato a casa da due anni, adesso non ha più la pancia rotonda che aveva una volta e non fuma più, va a correre ogni domenica e quasi sempre appena torna dal lavoro mi porta lo yogurt a casa, non giochiamo più a nascondino perché sono cresciuta ma qualche volta ci facciamo il solletico a vicenda e guardiamo serie tv fino a tardi. Non è una favola, ma una battaglia.

 

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