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Coprifuoco, Draghi dice no a Salvini e la Lega esce (un po’) dalla maggioranza

DiRed Viper News Manager

Apr 22, 2021

Matteo Salvini fa il “grosso” per non perdere la faccia con le sue piazze. Manda ultimatum al premier via sms. Minaccia il voto contrario in Cdm. I suoi ministri, Giorgetti, Garavaglia e Stefani che poi fisicamente siedono nel Consiglio dei ministri, alla fine optano per una più mite astensione. Che apre comunque una importante crepa nella maggioranza. A cui il premier Draghi risponde denunciando “il mancato rispetto degli accordi” visto che in cabina di regia, la scorsa settimana, con la Lega presente, gli accordi sono stati altri. Ovverosia ristoranti aperti solo negli spazi esterni e coprifuoco alle 22. Un “gioco scorretto” che non risponde ai patti della legislatura.

Quello di ieri è stato un Consiglio dei ministri che va segnato nei taccuini del governo Draghi. A settanta giorni dall’insediamento la “luna di miele” – che in effetti non c’è mai stata – è stata definitivamente archiviata. Alla fine ha deciso il premier. Punto. In scienza e coscienza, come si dice. Ma la giornata di ieri disegna sullo sfondo anche un potenziale rischio per il leader della Lega, rintracciabile nei volti, raccontati dai presenti, imbarazzati e silenti dei tre ministri leghisti e del capodelegazione Giancarlo Giorgetti. Se Salvini continua ad alzare l’asticella delle richieste per non farsi superare a destra da Giorgia Meloni, può finire nell’angolo buio di chi abbaia alla luna e perde credibilità. Essere di lotta e di governo può logorare. E l’incoerenza diventare un fardello. Ieri la Lega si è astenuta nel Cdm venendo meno a una decisione assunta una settimana fa in modo collegiale. Al tempo stesso però a domanda precisa, “allora cercate una crisi?”, la risposta è stata: “Assolutamente no”. Tanto che il 28 aprile, giorno in cui è stata messa in calendario la mozione di sfiducia al ministro della Salute Roberto Speranza presentata da Fratelli d’Italia e Alternativa c’è, ex M5s, la Lega non voterà contro il ministro.

Il 26 aprile, una settimana prima del previsto, l’Italia dunque torna “gialla”, apriranno ristoranti a pranzo e a cena (fino alle 22), ci saranno spettacoli ed eventi sportivi all’aperto e con pubblico, si potrà circolare nel paese con il pass verde (l’autocerticazione anti Covid). Questo tanto per cominciare. Poi, con “proporzionalità e gradualità”, è già fissato il calendario per aprire tutto il resto entro e non oltre il primo luglio. Nella speranza di tenere a bada i contagi e procedere spediti nelle vaccinazioni. Già questa decisione è un “rischio ragionato e calcolato” come aveva spiegato Draghi una settimana fa. E siccome non può diventare un azzardo, il coprifuoco deve restare almeno per ora alle 22. Più in là, tra qualche settimana, si vedrà. Il Comitato tecnico scientifico ha messo in queste ore le mani avanti e ha tenuto a sottolineare che quella sul coprifuoco “non è stata una nostra indicazione”.

In effetti, è vero: il Cts aveva sconsigliato, dividendosi, di anticipare le riaperture per quanto parziali. Di aspettare ancora un paio di settimane per consolidare la decrescita dei contagi e il numero dei vaccinati (ieri superata la soglia dei 16 milioni almeno con una dose e cinque milioni già “richiamate”). Gli epidemiologi concordano su una cosa: servono almeno quattro settimane per valutare gli effetti delle riaperture con un occhio particolare alle scuole. E, a piccoli passi e appellandosi alla responsabilità di ciascuno, per evitare successive chiusure o marce indietro. La decisione di ieri nel Cdm è stato uno stop forte e chiaro a chi ancora cerca, nonostante tutto, di fare campagna elettorale sul Covid e di aumentare, o non perdere, consenso.

Draghi ha tenuto duro non solo sul coprifuoco. Con buona pace di molti quotidiani che ieri mattina in prima pagina titolavano su “dietrofront del governo”, “il governo che cede alle pressioni”, la scuola “riapre solo a metà, abbiamo scherzato”. Anche sulle scuole il premier ha mal sopportato di dover riscontrare che in tredici mesi di pandemia non è stato fatto praticamente nulla in merito ad adeguamento aule e trasporti pubblici. Nonostante il coro di presidi, insegnanti e sindacati (“non possiamo riaprire, ci sarà un nuovo picco di contagi”) e la fuga in avanti di regioni come la Puglia dove il presidente Emiliano ha firmato un’ordinanza che lascia la libertà alle famiglie di decidere cosa fare, Draghi ha confermato le lezioni in presenza da un minimo del 70% fino al 100% nelle regioni gialle e arancioni (era al 60% ed è stato modificato) e ha imposto l’obbligo del 50% di presenze nelle zone rosse.

Il Consiglio dei ministri è iniziato con un’ora di ritardo (alle 18 invece che alle 17) per via di una riunione informale proprio sul nodo del coprifuoco. Salvini l’aveva preceduta con alcune dichiarazioni di fuoco: «Non voteremo questa decisione, le riaperture così non servono a nulla». Intanto, dalle varie piazze italiane, i comitati di “Io apro” rassicuravano: «Salvini ci ha promesso che i ristoranti potranno aprire anche al chiuso e fino alle 23». Il leader della Lega, durante il giorno, avrebbe più volte interloquito con il premier. «Abbiamo fiducia in te ma la Lega non può votare questo decreto». Draghi a quel punto ha deciso di andare avanti. «Il premier ha detto che non comprendeva il senso di quella decisione e ha tirato dritto. Ha ritenuto valido il compromesso raggiunto tra le forze di maggioranza e si è riservato di lavorare ad un nuovo decreto a metà maggio con maggiori aperture di quelle previste se i dati lo consentiranno».

Il Pd punta il dito contro la Lega e classifica come “incidente di percorso” l’astensione dal voto. «Il decreto – dicono i ministri – è un punto di equilibrio tra l’esigenza di ripartenza e la tutela della salute. L’atteggiamento della Lega è la conseguenza di una contraddizione e del continuo susseguirsi di ultimatum che portano a questo tipo di incidenti di percorso». Più duro Federico Fornaro, capogruppo di Leu: «Salvini da alcuni giorni ha continuato ad alzare l’asticella delle riaperture ed è apparso più preoccupato della competizione con Meloni che della solidità della compagine di governo. Con l’astensione la Lega mina la credibilità del governo e Salvini, nei fatti, sconfessa la sua delegazione di ministri». Una giornata da segnare in rosso nella storia del governo Draghi.

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