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Le opere di Dylan Thomas, il poeta gallese tutto genio e sregolatezza

DiRed Viper News Manager

Apr 21, 2021

Una delle più grandi opere letterarie del Novecento è quella specie di radiodramma composto da Dylan Thomas nel 1953, poco prima di morire a New York, neppure quarantenne, forse per un’iniezione sbagliata, certo a causa della sua vita consumata senza risparmio, intitolato Under Milk Wood. A Play for Voices, vale a dire “Sotto il bosco di latte”, reso nuovamente accessibile, dopo la storica versione in lingua italiana di Carlo Izzo del 1992, nelle edizioni Einaudi, splendidamente curato da Enrico Testa. Ottanta pagine, giustamente leggendarie, da leggere o recitare?

Non si può rispondere seriamente a questa domanda, sarebbe come pretendere di ragionare sulla natura di William Shakespeare. Fatto sta che “il Rimbaud di Cwmdonkin Drive”, come una volta si autodefinì l’antico ragazzo di Swansea, nel Galles atlantico, dove nacque nel 1914, “fra rocce, sabbie, corvi e gabbiani, pascoli e palme” – è una bella evocazione di Alfredo Giuliani – compresse in questo collage di versi, prose, battute e didascalie, tutto ciò che gli restava da esprimere. Per farlo inventò il microcosmo di Llareggub, ispirandosi a Laugharne, cittadina costiera non distante dalla sua natale, “piccolo manicomio in riva al mare”, così leggiamo in Molto presto di mattina, la folgorante raccolta autobiografica delle conversazioni pubbliche che la Bbc gli aveva sollecitato nel 1945. Un posto che lui conosceva assai bene per esserci stato più volte restando impressionato dalla natura eccentrica dei suoi abitanti. Quella “cittadina sudicia”, dove “l’umile gente, misconosciuta e indimenticabile aveva vissuto e amato ed era morta, e sempre era stata sconfitta”: così si chiudeva Un sabato d’estate, in Ritratto dell’autore da cucciolo (1940).

Poi però quando si mise a scrivere le battute, gridi di dolore, monologhi, nostalgie, sentenze, vaneggiamenti, striduli falsetti, inni e barzellette, filastrocche e canzoncine, da attribuire ai personaggi schierati in pompa magna, una sessantina fra vedove, maestre, marinai, panettieri, droghieri, lattai, ciabattini, organisti, ubriachi, postini e vecchie zitelle, qualcosa lo interpellò nel profondo. Il demone, ritmico e sonoro, che cominciò ad agire dentro di lui dagli Eighteen Poems (1934) a The Map of Love (1939), s’impossessò della sua anima trascinandolo in un gorgo speciale: dalle interiora in cui s’impiastra Leopold Bloom nell’Ulisse di Joyce alle melodie ancestrali della tradizione popolare. Sappiamo cosa fosse quel luogo, al medesimo tempo oscuro e luminoso. Ce lo aveva annunciato, tanti anni prima, il giovane poeta: il caos primordiale mischiato all’annuncio biblico dove “la morte non avrà più dominio” e “i morti nudi saranno una cosa / con l’uomo nel vento e la luna d’occidente; / quando le loro ossa saranno spolpate e le ossa pulite scomparse, / ai gomiti e ai piedi avranno stelle; / benché ammattiscano saranno sani di mente, / benché sprofondino in mare risaliranno a galla, / benché gli amanti si perdano l’amore sarà salvo; / e la morte” – per l’appunto – “non avrà più dominio.” Cito dalla vecchia traduzione di Ariodante Marianni compresa in un Oscar Mondadori ormai sciupato che comprai da adolescente alla modica cifra di seicento lire.

Chiunque pretendesse di scendere in questa cantina universale dove muschio e cenere si mischiano, i morti e i vivi parlano e si abbracciano, usando le scalette attrezzate predisposte da Sigmund Freud e compagni, sarebbe un illuso. Siamo inclini a credere che persino Robert Allen Zimmerman, il menestrello d’America, nel momento in cui decise di chiamarsi Bob Dylan, l’avesse compreso. Colui che di certo aveva piena contezza del rischio capitale insito nel desiderio di rovistare nella notte dell’umanità era proprio l’autore di Milk Wood. Dylan Thomas infatti respinge la tentazione di voler governare il flusso delle voci venute su dal basso come nenie, melodie, ghigni e latrati, preferendo affidare la bacchetta magica a uno del coro, il mitico Capitan Gatto, “il capitano di mare cieco e a riposo, addormentato nella cuccetta di una cabina della Casa del Brigantino, la cabina migliore tutta incrostata di conchiglie e a forma di nave dentro una nave in bottiglia”, il quale dialoga coi suoi antichi annegati chiamandoli “Oh, miei cari morti!”

È lui, con ogni evidenza, il maestro d’orchestra di tutta la pièce, una fantastica carrellata di defunti emersa in un giorno di primavera, intorno a Coronation Street, nei pressi del fiume Dewi, come riporta la guida turistica incastrata in mezzo ai cani che abbaiano e ai galli che cantano, nella “sovranità del cielo” percorso da “lenti rintocchi di campana” che svegliando i dormienti, tirano tutti giù dal letto. Capitan Gatto, amico del vecchio marinaio di Samuel Taylor Coleridge, così come di Arthur Gordon Pym, indimenticabile avventuriero di Edgar Allan Poe, sodale dei pirati senza un occhio di Robert Louis Stevenson, compagno segreto di Daniel Orme, che agonizza sulla rupe di fronte all’oceano fra cannoni e bandiere, protagonista dell’ultimo racconto di Herman Melville, idealmente questo vecchio bacucco fa le pernacchie ai troppi seriosi capitani di Conrad.

Oggi sembrano cose da pochi intenditori, ma un tempo erano queste le letture della cosiddetta borghesia occidentale. Salutiamo quindi con ogni riguardo, nella solitudine della vera grande letteratura, il ritorno di Capitan Gatto, eminenza grigia del tessuto verbale, “il mio cocco baleniere d’alto mare” – così come lo chiama l’amata Rosie Probert – “il mio paparino e dolce melarancia / il mio tesoro tutto da mangiare / che porta il mio nome sulla pancia” – perché, ricordiamolo, l’uomo s’era tatuato proprio lì, nei pressi del pube, il nome della sua preferita, in modo da non dimenticarsela più – “il mio bene e il mio sollazzo”. Anche se poi la parola definitiva, sono d’accordo con Enrico Testa, dobbiamo lasciarla alla preghiera serale del reverendo Eli Jenkins: “Oh, ti prego, lasciaci vedere un’altra giornata! / e benedici questa notte consacrata.”

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