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L’antipopulismo di Draghi: rischio ragionato e ritorno alla politica

DiRed Viper News Manager

Apr 21, 2021

Difficile nascondere l’incredulità davanti ad alcune reazioni alla nuova fase di gestione della pandemia avviata dal Governo Draghi, finalmente improntata al progressivo e speriamo incontrovertibile ritorno alla normalità. Alcuni evocano imminenti tragedie sanitarie, altri lanciano imbarazzanti paragoni tra il Presidente del Consiglio e Bolsonaro e c’è soprattutto chi dice “la scienza dice di non aprire” facendo leva su questa o quella analisi dell’esperto di turno. Vengono al pettine gli stessi nodi di un anno fa, quando il Governo Conte avviò la timida fase 1,5 di piccole aperture dopo la clausura forzata di marzo e aprile: il primo riguarda il rapporto tra politica e scienza e il secondo attiene al grado di fiducia nella capacità degli italiani di rispettare le regole approvate e darsene autonomamente di proprie. Con alcune rilevanti differenze però che salutiamo con soddisfazione.

Il Governo ha preso una decisione politica di fondo ossia mettere nelle condizioni il Paese di superare la fase di compressione dei diritti e di rilanciare le attività sociali, culturali ed economiche. Non si tratta di una scelta solamente politica ma prima di tutto culturale. Essa afferma la centralità della politica rispetto alla tecnica con quest’ultima in grado di dare elementi valutativi e non di sostituirsi alla prima. L’espressione utilizzata è molto bella oltre che molto chiara: “rischio ragionato”. In queste parole c’è molto della voglia di mettere al centro la politica che ragiona e assume un rischio proprio perché fa a pieno il proprio mestiere ossia decide e lo fa ragionando, mettendo in bilanciamento interessi diversi che devono convivere, come accade in tutte le democrazie pluraliste.

Guardare oltre la sola parte della società dei “garantiti” (compreso il sottoscritto) che lo stipendio lo ricevono comunque, andare oltre la politica dell’indebitamento e della spesa pubblica ad oltranza, puntare oltre la visione di chi crede esista una verità o un valore che prevale sugli altri legittimando una visione paternalista dove lo Stato spiega ai cittadini cosa è bene per loro mentre questi cercano di tenere fermo il banco a rotelle che si muove ad ogni ovvio sussulto di reazione. La scienza è per alcuni un modo facile per non decidere, per farsi sostituire e deresponsabilizzarsi. Nella logica costituzionale la scienza è un mezzo per mettere nelle condizioni la politica di fare le proprie scelte.

C’è poi il tema della fiducia nelle persone rispetto al nuovo quadro regolatorio (che si presume rispettato) e alle vaccinazioni. Non si introduce l’obbligo di vaccino (da valutare più avanti se le sacche di astensione saranno sensibili), ma si pone l’individuo davanti ad una scelta motivata: se ti vaccini non solo riduci i rischi personali della malattia (come dice la scienza, pensa tu!) ma puoi svolgere alcune attività altrimenti meno accessibili: girare liberamente sul territorio nazionale e partecipare ad alcuni eventi. È come dire agli italiani: se anche tu non superi la paura e scegli un “rischio ragionato” con pericoli che la scienza ti dice essere minimi se ti vaccini e maggiori se non lo fai, allora questa tua scelta comporta minori libertà per proteggere il benessere degli altri e della comunità.

Uno schema che ci dice un’altra cosa: anche in questo caso la scienza – quella che studia gli effetti positivi e collaterali dei vaccini – è al servizio della scelta politica. Il Governo ha un atteggiamento coerente con la tecnica, mentre alcuni commentatori la usano alla carta: se la scienza asseconda la mia paura e mi conforta sul fatto che se riapriamo si riaccende la circolazione del virus e sul dato se mi vaccino rischio effetti collaterali personali pur minimi (non esistono vaccini a rischio zero) allora aderisco alla scienza e mi deresponsabilizzo invocandola a modo mio. La endemica ignavia individuale di alcuni che non vogliono scegliere si nutre di questo impasto di parzialità tecnica (in salsa fake news) e assenza della politica che – per echeggiare la “società emotiva” evocata da Chiara Moroni – colloca la gestione del rischio in un ambiente emotivo e non razionale, quindi non libero.

Dopo la lotta al virus della “anti-politica” dobbiamo combattere l’assenza di politica, l’“a-politica” appunto, che altro non è che la versione della prima nel momento in cui i suoi fautori sono entrati nella stanza dei bottoni senza trovarli o senza sapere come spingerli. Il modo in cui il Governo Draghi ha affrontato la riapertura non solo è degno della migliore politica (riesce un tecnico a farla rinascere meglio di un “avvocato del popolo”… pensa un po’!) ma è anche un modo “anti-populista” di guidare il Paese, mettendo al centro la libertà dell’individuo e la irreversibile presenza del “rischio” da gestire con raziocinio. Un “rischio ragionato” per l’appunto. Un motivo in più per salutare con estrema fiducia questa fase delicata che speriamo ci porti al superamento sia del virus Covid-19 che del virus del populismo.

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