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Il dramma di Marina: non ha tentato di uccidere le figlie ma per i magistrati non può vederle

DiRed Viper News Manager

Apr 20, 2021

Non ha mai avvelenato le figlie versando droghe nel loro biberon. E a dimostrarlo ci sono ben due sentenze – la prima del Tribunale di Roma e la seconda di quello di Napoli – che l’assolvono con formula piena dall’infamante accusa di tentato omicidio. Eppure quelle bambine non può riabbracciarle, almeno secondo il Tribunale per i minorenni partenopeo che l’ha dichiarata decaduta dalla responsabilità genitoriale. Marina Addati, 33enne di Napoli, è la protagonista di un caso che ha dell’incredibile: assolta per due volte, ma ugualmente colpevole per la giustizia italiana.

La vicenda risale a gennaio 2016, quando una delle due figlie di Marina viene ricoverata all’ospedale Santobono di Napoli per una sospetta epilessia. Alla bambina vengono somministrati acido valproico e barbiturici, dopodiché la piccola va in coma e i medici decidono di sottoporla a dialisi e di sospendere la cura. Ciononostante tracce dei farmaci restano nelle urine della bambina, tanto che la posizione di Marina finisce al vaglio della Procura. Trascorrono dieci mesi e la giovane mamma è costretta a ricoverare al Santobono l’altra figlia. La piccola ha le vie respiratorie infiammate e, all’improvviso, accusa un arresto cardiaco e viene sedata con benzodiazepine. Si riprende ma, una volta uscita dalla terapia intensiva, il suo cuore si blocca nuovamente e i vertici dell’ospedale dispongono il suo trasferimento al Bambin Gesù di Roma. Qui, nelle urine della bambina, mentre nelle sue urine vengono rinvenute tracce delle benzodiazepine.

Tanto basta perché, a gennaio 2017, mamma Marina venga arrestata su richiesta dei pm di Roma. Un mese più tardi la donna, in quel momento in cella a Benevento, riceve una seconda ordinanza di custodia cautelare, stavolta firmata dal gip di Napoli. E, ovviamente, la sua responsabilità genitoriale viene sospesa: le figlie vengono affidate prima a una casa famiglia e poi ai nonni paterni. La vita di Marina, assistita dagli avvocati Domenico Pennacchio e Manuela Pascucci, è distrutta. Le prime due figlie versano in precarie condizioni di salute, ma non può nemmeno avvicinarsi a loro. Stesso discorso per la terza, nata proprio a ridosso dell’inizio dell’odissea giudiziaria. Nel carcere di Pozzuoli, dove è stata inizialmente rinchiusa, la giovane mamma riceve minacce di morte che impongono il trasferimento a Benevento. In cella resta per 20 mesi, ai quali se ne aggiungono altri dieci ai domiciliari.

Un vero e proprio strazio al quale, tuttavia, non riescono a mettere fine nemmeno le sentenze di assoluzione pronunciate dal Tribunale di Roma e da quello di Napoli rispettivamente a luglio e a novembre 2019. Già, perché, a marzo 2021, il Tribunale per i minorenni partenopeo nega a Marina e al marito la possibilità di riabbracciare le figlie. Per il giudice la donna non è idonea a prendersi cura delle bambine. E poco importa che due Tribunali l’abbiano assolta e che ben due perizie psichiatriche abbiano escluso che sia affetta da sindrome di Münchhausen per procura, disturbo tipico delle madri che fanno del male ai propri figli per attirare attenzioni su di sé. Per i giudici minorili le sentenze dei colleghi di Roma e Napoli sono praticamente carta straccia e le bambine, il cui sistema metabolico non riesce a espellere i farmaci, devono crescere lontano dalla madre. Contro questa decisione Marina ha già proposto appello: «Sono innocente e perfettamente in grado di crescere le mie figlie, non desidero altro che riabbracciarle».

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