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Gli italiani sono per la pena di morte, ecco perché

DiRed Viper News Manager

Apr 20, 2021

Abbiate il coraggio di dirlo, se volete seppellire in un buco nero quel vecchio che un giorno fu ragazzo crudele. Se volete condannarlo alla morte sociale senza tenere in nessun conto il suo cambiamento, allora siete per la pena di morte. È così. In Italia c’è una parte della classe politica e della magistratura favorevole alla pena capitale. Non lo dicono, ma lo pensano. Vogliono eliminare dalla società civile coloro che hanno commesso gravi delitti o che comunque per reati di mafia o terrorismo siano stati condannati. Li vogliono togliere di mezzo, nasconderli dietro l’ergastolo ostativo e non vederli più, cancellarli, annientarli. Esprimono una forma di ferocia vendicativa, anche se ben nascosta, nel momento in cui negano alla persona l’esistenza come individuo e fanno coincidere il reo con il reato. Per questi soggetti – esponenti politici o pubblici ministeri che siano – non esistono il mafioso o il terrorista, ma solo la mafia e il terrorismo. Chiudendo le porte del carcere con il “fine pena mai”, hanno così chiuso la vita stessa del condannato.

Mi ha colpito l’intervista (Sole 24 ore, 18 aprile) alla dottoressa Alessandra Dolci, coordinatrice della Dda di Milano da quando è andata in pensione Ilda Boccassini. Un magistrato che, ne sono certa, si considera di sicura fede democratica e contraria alla pena di morte. E anche, persino, a un eccessivo uso delle manette. Tanto da dire che «in un mondo ideale sarei pure d’accordo nel destinare il carcere solo a pochi criminali a elevatissimo tasso di pericolosità. Purtroppo però non viviamo in un mondo ideale». Anche perché, in un mondo “ideale”, o forse anche soltanto in una società liberale, dovrebbe essere soprattutto il concetto di prigione come unica forma di pena, a essere messa in discussione, prima ancora che il numero di persone da catturare. E tralasciamo una questioncina piccola piccola, che è quella del carcere preventivo, cioè quella custodia cautelare che riempie le carceri del 40% del totale dei detenuti e che è semplicemente una forma di pena anticipata, nei confronti di colpevoli e innocenti.

Ma guardiamo alla qualità della detenzione. Non è ammissibile che magistrati ed esponenti politici ignorino due riforme essenziali dell’ordinamento penitenziario del passato, quella del 1975 e la Gozzini del 1986. Cui andrebbe aggiunta quella che ha cambiato radicalmente nel 1989 il codice di procedura penale. Stiamo parlando di cose del secolo scorso, certo. Ma se hai vinto un concorso per entrare in magistratura o se hai vinto le elezioni e sei entrato in Parlamento non puoi ignorarle. Proprio come siamo tutti obbligati, dal momento che abbiamo almeno il diploma della scuola dell’obbligo, a saper leggere scrivere e far di conto. Ma pare non essere così. È vero che nel corso degli anni nessun Parlamento ha avuto il coraggio di abolire l’ergastolo come era stata abolita (per due volte, dopo che il fascismo l’aveva ripristinata) la pena di morte, ma l’insieme delle riforme del secolo scorso l’aveva nei fatti reso inoffensivo, fissando allo scadere dei 26 anni di carcere il momento per poter chiedere l’accesso alla liberazione condizionale. E le mura dei penitenziari erano state rese valicabili anche dalle misure alternative. Questi importanti cambi di passo erano stati una vera rivoluzione copernicana, che metteva al centro il detenuto, prima del reato. Il “trattamento” è l’apriscatole per il percorso di cambiamento della persona. Il reato è lì, fermo e immutabile, fa parte della storia da cui non si può tornare indietro. Ma l’individuo cambia.

Nel suo discorso programmatico alle Commissioni giustizia di Camera e Senato la ministra Marta Cartabia ha messo l’accento con particolare passione sulla necessità che nel processo penale entri la “giustizia riparativa”, punto di incontro tra chi ha rotto il patto con la comunità e chi ne è rimasto vittima. L’opposto del concetto di pena eterna, di carcere senza speranza. Un inno al cambiamento. Vorrei chiedere ai vari Salvini o Meloni (tralasciamo per un attimo la banda dei Cinquestelle) o Grasso, o ad altri di sinistra, piuttosto che alla dottoressa Dolci e a tutti i suoi colleghi “antimafia”, se riescono a volgere i propri occhi all’indietro per un attimo e a guardare se stessi come erano dieci o venti o trent’anni fa. Che cosa vedete, quale persona vedete rispetto a quel che siete oggi? Rispondete con sincerità e poi riflettete.

Quando nel nostro ordinamento furono introdotti l’ergastolo ostativo e l’articolo 41-bis, erano appena stati ammazzati dalla mafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, il che determinò (cosa che non dovrebbe mai accadere) una reazione emotiva da parte del Parlamento e la conseguente approvazione di norme incostituzionali. Cosa che l’Alta Corte non ha mai fino a poco tempo fa voluto constatare. Ma i tanti piccoli passi cui ci sta conducendo oggi, insieme a una serie di sentenze della corte di cassazione, dovrebbero servire a far aprire gli occhi anche a chi finora non ha voluto vedere. Per esempio, quando vengono sbloccati il divieto di saluto tra detenuti, o l’impossibilità di tenere cibo o di leggere un giornale o di sottoporsi alla fisioterapia se si è gravemente malati, mi domando, quanti leader politici che straparlano di buttare la chiave, conoscevano l’esistenza di questi divieti vessatori? O c’è ancora qualcuno che pensa che il carcere speciale, o anche quello normale, siano hotel di lusso?

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato più volte l’Italia per i suo trattamenti inumani e degradanti nelle carceri. Tra questi c’è il “fine pena mai” dell’ergastolo ostativo. Oso dire che la gran parte dei detenuti al carcere a vita è profondamente cambiato. Non è l’intuizione di un’ottimista sognatrice, è la realtà scritta nero su bianco da decine e decine di operatori e volontari che ogni giorno si dedicano al “trattamento” dei detenuti. E anche da tanti giudici di sorveglianza, categoria di magistrati spesso sottovalutata. Vede, dottoressa Dolci ( e con lei i tanti suoi colleghi “antimafia”), quando lei dice “in assenza di elementi di collaborazione, come è possibile arrivare a dire con esattezza che il detenuto ha rescisso i legami con l’associazione criminale di provenienza?” è a questo mondo carcerario che dovrebbe chiedere. A persone che trattano con altre persone. Con quei detenuti che non sono la fotografia di quel che ciascuno di loro era alla data in cui hanno commesso il delitto, ma che sono i protagonisti di un film che si è evoluto nel corso del tempo. Se lei, se voi, guardate solo quell’immagine fissa, se volete seppellire in un buco nero quel vecchio che un giorno fu ragazzo crudele, allora dite chiaramente che volete la condanna a morte. Siate sinceri e ditelo, almeno.

L’articolo Gli italiani sono per la pena di morte, ecco perché proviene da Il Riformista.