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Strage di Bologna: Fioravanti, Mambro e Ciavardini rinviati a giudizio per essersi difesi…

DiRed Viper News Manager

Apr 16, 2021

Se le richieste di rinvio a giudizio a carico di 12 testimoni della difesa verranno inoltrate, come è quasi certo, e poi accolte, si tratterà di una vera svolta nel sistema giudiziario italiano ma non nella direzione migliore: una sorta di tacita codificazione del celebre Comma 22. I testimoni che siano sotto processo in diverso procedimento o già condannati per lo stesso reato, pur professandosi innocenti, dovranno dichiararsi colpevoli. Oppure gli resterà solo la scelta tra essere inquisiti per falsa testimonianza o, se proveranno a cavarsela restando quanto più possibile in silenzio, per reticenza.

Per sei dei dodici denunciati i pm hanno dichiarato chiuse le indagini. Dunque le richieste di rinvio a giudizio dovrebbero arrivare a stretto giro. Tra i sei ci sono Valerio Fioravanti, Luigi Ciavardini e a sorpresa anche Francesca Mambro, che sino all’ultimo sembrava invece non essere incappata nella raffica di denunce per falsa testimonianza. Dunque tutti i condannati per la strage, ciascuno dei quali si è sempre dichiarato innocente, sono accusati di menzogne “finalizzate a depistare un processo penale in materia di strage”. È evidente che ogni elemento portato dai condannati a sostegno della loro innocenza può essere visto, a condanna passata in giudicato, come una menzogna e dunque come una “falsa testimonianza”. Un’altra delle bizzarrie di queste denunce e degli eventuali rinvii a giudizio è che le “bugie” in questione i testimoni tutti le ripetono non da anni ma da decenni. Si trovano quindi nella scomoda situazione di dover dichiarare falso quanto raccontato decine di volte oppure finire sotto processo per falsa testimonianza. Anche questo fa parte della logica da “Comma 22” che ispira queste denunce.

Tra le nuove accuse a carico di Fioravanti, ad esempio, c’è la “calunnia” ai danni del comandante dei carabinieri di Padova Ganzer. Fioravanti ha sostenuto in numerose occasioni, in libri e interviste, che Ganzer voleva lasciarlo morire dopo che era stato arrestato, ferito gravemente. Lo ripete da trent’anni. Ganzer non lo ha mai querelato. Da oggi è capo d’accusa. Mambro invece è sotto accusa per aver detto che i Nar avrebbero potuto provare a cavarsela scaricando ogni responsabilità su Giorgio Vale, anche lui membro dei Nar ucciso dalla polizia. È chiaro che qualcuno doveva averle suggerito quella scappatoia: perché non dice chi? A processo! Ciavardini è sotto accusa per non aver rivelato i nomi di alcuni amici di Cavallini che lo avrebbero ospitato e di un medico che lo aveva curato dopo essere stato ferito in un precedente attentato.

Non mene grave e assurda è la messa in stato d’accusa di praticamente tutti gli altri testimoni della difesa. Il giudice, naturalmente, ha tutto il diritto di decidere se credere o meno a una testimonianza, a meno che non sia supportata da prove incontrovertibili. Nei processi per la strage i giudici hanno quasi sempre deciso di non credere a chi supportava le tesi della difesa. Non era mai successo però che quei racconti finissero per diventare capi d’accusa. O meglio, era certamente successo. Il caso di un teste inquisito per falsa testimonianza non è una rarità. Inedito e inaudito, però, è il caso di un intero plotone di testimoni denunciati. Nel processo a Ciavardini, ad esempio, aveva assunto un certo rilievo l’ipotesi di una telefonata fatta dallo stesso Ciavardini all’allora fidanzata Elena Venditti per chiederle di spostare l’arrivo da Roma dal primo al 3 agosto. La circostanza sarebbe comunque tutt’altro che probante. L’eventuale telefonata si potrebbe spiegare con motivazioni diverse da quella di voler proteggere la ragazza dall’attentato in programma. Quella telefonata comunque non è mai stata provata. La Venditti nega da sempre che sia mai arrivata ma solo ora quella negazione rischia di riportarla sul banco degli accusati.

Il caso più clamoroso è quello di Stefano Sparti, figlio del supertestimone Massimo Sparti sulla cui deposizione, per molti versi discutibile e anzi cui veridicità dovrebbe essere impossibile non nutrire dubbi, si basano le condanne. Il figlio sostiene di aver saputo dal padre, sul letto di morte, che l’accusa che portò alla condanna dei Nar era falsa. Ricostruisce inoltre gli eventi della data della strage sbagliando però gli orari. Essendo all’epoca un bambino e non essendo chiaro perché dovrebbe mentire consapevolmente l’errore sembrerebbe comprensibile. I pm Gustapane e Scandellari ravvedono invece il dolo. È opportuno ricordare che anche la moglie di Massimo Sparti confutò subito la sua ricostruzione di quei giorni. Non le credettero ma almeno evitarono di portarla alla sbarra.

L’ultima testimone in procinto di essere rinviata a giudizio è Giovanna Cagolli, per aver negato di conoscere il neofascista veneto Massimiliano Fachini, che all’epoca la avrebbe avvertita di allontanarsi da Bologna il 2 agosto. Non essendo Fachini mai stato condannato per la strage l’accusa ha in questo caso un pizzico di surrealtà in più. In attesa di chiusura delle indagini restano gli altri 6 testimoni denunciati, tra cui l’allora compagna di Cavallini Flavia Sbrojavacca e il generale dei carabinieri Mori. In un processo normale quello che appare come un tentativo sfacciato di intimidire la difesa non passerebbe liscio. Le proteste fioccherebbero, al di là del colore politico. I commentatori si sbizzarrirebbero nel discutere se e quanto in questo modo si limitino o annullino i diritti della difesa. Ma quelli per la strage di Bologna non sono mai processi normali. Sono processi con il Comma 22.

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