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Non è nostalgia della Democrazia Cristiana ma solo voglia della vera politica

DiRed Viper News Manager

Apr 16, 2021

Le cronache politiche napoletane ci informano che all’interno del Consiglio regionale si è “spontaneamente” formato un intergruppo tra tutti quelli che hanno riferimenti e radici democristiane. Lo statuto della Regione Campania non prevede la costituzione di un intergruppo ma, al di là dei problemi formali, viene in evidenza una “nostalgia della Dc” che ha un valore importante. Questi richiami alle passate esperienze politiche avvengono in qualche modo spontaneamente, ma è pur sempre necessario un suggeritore, un animatore: l’onorevole Annarita Patriarca – che è figlia d’arte, e tanti di noi conoscono la passione politica democristiana del padre Francesco – ha sentito il richiamo delle sue origini immaginando la formazione di un gruppo trasversale.

Annarita ha scoperto, nella sua prima esperienza regionale, insieme ad altri suoi colleghi l’inconsistenza politica a livello istituzionale dei gruppi costituiti e ha constatato che, nelle tante liste che si sono presentate alle elezioni regionali, vi erano tanti candidati che avevano militato nella Dc o che avevano comunque collegamenti. In verità, dopo le elezioni del settembre scorso, Clemente Mastella, in termini polemici e per attribuirsi giusti meriti, disse che insieme alla lista presentata da De Mita si raggiungeva il 15%. Gli replicai che, a esaminare le 16 liste, presentate alle elezioni del settembre scorso per il presidente Vincenzo De Luca oltre quelle di Forza Italia, dell’Udc e altre, mettendo insieme tutti i “figli” della diaspora democristiana si sarebbe raggiunta la percentuale del 34%. Sbagliavo, perché l’intergruppo che si è costituito è formato dal 50% dei consiglieri regionali.

Orbene la nostalgia è sentimento nobile, ma risulta in qualche modo sterile se non è accompagnato da un’azione positiva che guardi al futuro. Le ragioni della disgregazione della classe dirigente della Dc e poi dell’allontanamento dell’elettorato sono complesse e sono state esaminate in questi lunghi anni, ma certamente la modifica del sistema elettorale negli anni ‘90 con il famigerato “Mattarellum” ha contribuito a offuscare l’identità del partito e a generare partiti personali “indistinti”, senza anima. La mia convinzione è che non si può vivere a lungo in un limbo senza partiti identitari e consistenti e per questa ragione assistiamo a un corale riconoscimento come quello espresso dall’intergruppo campano, finora appena accennato, della necessità di riscoprire quei valori politici e culturali che hanno tenuto insieme la nostra società.

Sono convinto che, man mano che superiamo un pregiudizio negativo sulla Dc e diventa consistente il significato storico che il partito ha avuto per lo sviluppo della democrazia nel nostro paese, la nostalgia di quei valori può inspirare una nuova azione politica più adeguata. Io ho lavorato utilmente, in tutti questi anni, per ricomporre tutte le schegge della diaspora e, dopo trent’anni, la costituzione di una Federazione Popolare dei Democratici Cristiani da me organizzata ha una sua consistenza e un suo richiamo politico. Non siamo più abituati alla democrazia, cioè a stare disciplinatamente in un partito, in maggioranza o in minoranza, perché oggi il personalismo ci ha abituato a rifiutare il confronto che è inutile quando non è riferito a questioni generali.

Questa sì è la mancanza di democrazia. L’ impegno da molti anni è stato quello di mettere insieme i “moderati” perché l’unità fa la forza, come amava dire Alcide De Gasperi, e la divisione porta all’irrilevanza. L’idea di determinare un comune impegno politico ha avuto quindi un ostacolo nella formazione di partiti personali, nella rigidità delle singole persone, che non esprimono idee né programmi ma rappresentano solo se stessi, sintomo appunto di una fragilità identitaria che scoraggia il dialogo. La prospettiva di un’aggregazione al centro è quindi possibile dopo tanti anni di depressione politica e culturale per tradursi in realtà e va verificata con una tempistica diversa da quella elettorale. Il “Centro” implica la capacità di individuare le questioni “centrali” che un Paese ha davanti  non solo nell’immediato, ma nel futuro prossimo; la capacità di analizzarle, di comunicarle credibilmente e di organizzare una risposta efficace che sarà basata su un pensiero, su un’idea di Italia: una risposta che ambisce a costituire un baricentro politico per il Paese, per individuare le questioni  sulle quali costituirsi come forza trainante.

Aldo Moro, già nel 1944, precisava che «il centro non è statico ma dinamico, importante non solo come luogo fisico o geografico, ma come funzione politica a condizione di essere alternativo alla sinistra e alla destra». Se l’intergruppo regionale della Campania lontano da interessi elettorali, costituisce un laboratorio per risvegliare la politica e approfondire e praticare comuni valori istituzionali per l’unica finalità del bene comune a cui deve attendere la Regione, darà un contributo importante per superare la crisi d’identità comune a tutti ai movimenti presenti nel nostro paese che non riescono a diventare partiti. Il compito nostro è quello di rianimare, sul piano culturale e politico, il cuore e la mente dei cittadini.

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