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L’Italia riapre, riduciamo i rischi con i bus privati

DiRed Viper News Manager

Apr 16, 2021

È ormai noto a tutti che gli assembramenti a bordo dei mezzi pubblici e nelle stazioni metro rappresentano un enorme pericolo perché in quei luoghi il rischio contagio è altissimo. Secondo il monitoraggio del Ministero dei Trasporti, nei primi mesi dell’anno, i mezzi pubblici hanno viaggiato al 55% della capienza con momenti di criticità determinati da due fattori: le ore di punta e le grandi città, in particolare nelle fasce orarie del mattino in cui coincidono gli ingressi di scuole e uffici. E ora, con il passaggio in zona arancione della maggior parte delle Regioni, sono tornate anche le scene di gente accalcata che tenta di salire a bordo della metropolitana o di un autobus.

La capienza massima, come detto, dovrebbe essere al 50% (quindi inferiore a quella registrata dal monitoraggio del ministero), ma nelle ore di punta, soprattutto la mattina, tutto è lasciato al caso o al buon senso dei cittadini che magari decidono di saltare una corsa troppo affollata per prendere la successiva sperando in condizioni di viaggio più accettabili. È prevedibile, insomma, che, con il piano delle riaperture, il caos su autobus, tram e metropolitane sia destinato ad aumentare, mentre non sono venute a mancare le ragioni che raccomanderebbero invece di limitare la concentrazione nell’uso dei mezzi pubblici.

Da tempo è stato messo in luce, non solo dai rappresentanti del settore, che le aziende private, impegnate nel trasporto pubblico non assistito da fondi statali e regionali, potrebbero avere un ruolo assai rilevante per aiutare il nostro paese a uscire dalla pandemia. I mezzi di queste aziende potrebbero infatti contribuire ad allentare il carico di utenti, aiutando ad esempio a portare le persone ai centri vaccinali, i ragazzi a scuola e i pendolari al lavoro. Si pensi, anche alla luce delle decise scelte del governo sulla garanzia dell’istruzione in presenza, al problema, che doveva essere affrontato, ma non risulta sia stato risolto, relativo a una riorganizzazione del trasporto scolastico su tutto il territorio nazionale, promesso nel Conte 2, ma mai attuato.

Inoltre, misure chiare che incentivino le amministrazioni locali a organizzare trasporti dedicati con bus turistici e Ncc (noleggio con conducente) per integrare quello pubblico, darebbero sollievo a un comparto ormai allo stremo delle forze a causa del calo di fatturato che ha raggiunto picchi negativi fino al 90%. Servizi dedicati agli studenti, “Door to school”, utilizzando le migliaia di autobus e veicoli Ncc disponibili, garantirebbero sicurezza e tracciamento e probabilmente, se si fossero organizzati da quando si è iniziato a proporli, ovvero quasi un anno fa, le scuole non sarebbero state costrette alla chiusura più lunga in Europa. Ma perché non si fa?

Il sospetto è che, anche per il notevole ammontare di risorse garantite al trasporto pubblico locale, vi siano enormi resistenze da parte degli interessi costituiti, i quali temono l’ampliamento della rosa di operatori con i quali condividere tutte le risorse disponibili. Stiamo parlando di 12/13 miliardi di fondi pubblici erogati ogni anno ai concessionari del trasporto pubblico locale, ai quali si sono già aggiunti altri 2 miliardi per i mancati ricavi a causa della pandemia. Così, mentre le aziende di trasporto pubblico non assistite possono perdere il 95% del fatturato e chiudere, ci sono altre aziende che fanno trasporto pubblico locale con ingenti risorse pubbliche, e che hanno visto garantiti i ricavi e la propria sopravvivenza sul mercato. Così è previsto anche dal Decreto Sostegni.

A ciò si aggiunga che molte imprese concessionarie di trasporto pubblico locale, svolgono anche attività nel settore turistico (non finanziato) con la conseguenza che, in prospettiva, si delineano profili di alterazione della concorrenza in questo specifico mercato, perché mentre le imprese non assistite muoiono, quelle che svolgono anche attività in concessione vengono mantenute in vita proprio grazie ai fondi statali. La confederazione che rappresento ha da oltre un anno individuato nel trasporto pubblico locale l’ostacolo principale al ritorno dei ragazzi a scuola in sicurezza e più in generale alla normalità. E la recente operazione dei Nas ha confermato quanto tutti già sapevano, ovvero che il Tpl (trasporto pubblico locale) non garantisce sicurezza. Per questo abbiamo proposto (anche in commissione trasporti alla Camera lo scorso giugno) servizi dedicati che avrebbero fatto risparmiare miliardi derivati dalle chiusure. Il silenzio che ne è seguito è stato assordante. Forse qualcuno teme possiamo realizzare un servizio migliore a costi uguali o addirittura inferiori a quelli che pesano su tutta la collettività, indipendentemente dal fatto che si usino o meno i mezzi pubblici?

La crisi in atto ha dimostrato la carenza di idee, di progetti innovativi, di strategia di comparto e di sistema capaci di mettere l’Italia al passo con gli altri Paesi. Oggi ci sono tutti gli strumenti tecnologici per fornire una mobilità efficace, sostenibile, commisurata alla domanda e addirittura predittiva, ma l’Italia, nel Recovery plan, prevede il trasporto pubblico esattamente come è oggi, con l’unica differenza del passaggio da gasolio a energia elettrica, per il quale pensa di spendere centinaia di milioni. Chiamiamola come vogliamo, ma nel rapporto costi/benefici, pensare solo all’alimentazione dei veicoli rappresenta un modo per guardare soltanto a uno spicchio della grande partita dell’innovazione e della sostenibilità. E, ciò che è peggio, allungherà la vita del virus e le relative sofferenze sanitarie ed economiche. La speranza è che, finalmente, qualcuno batta un colpo.

L’articolo L’Italia riapre, riduciamo i rischi con i bus privati proviene da Il Riformista.