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Produrre in vaccini in Campania risolverebbe il problema delle forniture

DiRed Viper News Manager

Apr 15, 2021

In un’intervista a Repubblica, il professore Alberto Mantovani, direttore scientifico della clinica Humanitas di Milano, chiarisce che si dovranno fare richiami di vaccini per anni ed è perciò  necessario tornare a produrne in proprio. Non a caso è già in corso di sperimentazione, in una fabbrica laziale, il vaccino “tutto italiano” Reithera.

In un’atra intervista, il direttore della società farmaceutica svizzera Novartis – che ha nella mia città, Torre Annunziata, un grande stabilimento – si era appunto offerto di riconvertirlo allo scopo, ma chiedeva per gli adeguamenti degli impianti venti milioni di euro. In quel modo, però, si sosterrebbe una produzione annuale in grado di vaccinare periodicamente l’intera Italia. Sugli aiuti pubblici alle industrie farmaceutiche, che pure realizzano profitti enormi, ci si può stare. Perfino le norme dell’Unione europea nella necessità li prevedono, ma ovviamente a patti chiari. È interesse pubblico che lo Stato non solo chieda vaccini, ma entri con un suo rappresentante nei consigli di amministrazione e così (sempre, per le grandi aziende) che lo faccia il sindacato. Nessuna rivoluzione e nessuna statalizzazione: accade anche alla Volkswagen.

Le aziende private possono essere aiutate, ma in un contesto di programmazione dell’economia, a fini di utilità generale e non consentendo permettere loro di imporre prezzi e condizioni di erogazione: i brevetti vanno socializzati, i prezzi calmierati. Si vogliono fondi pubblici? Sia, ma non si impongano allo Stato condizioni unilaterali: il disastro dei rapporti dell’Ue con le aziende produttrici di vaccini è evidente. Nessun regalo, insomma: l’iniziativa economica privata va «indirizzata e coordinata a fini sociali», in base «alla legge (che) determina i programmi e controlli opportuni». A stabilirlo è il secondo comma dell’articolo 41 della Costituzione. Basta, insomma, coi profitti sulla pelle della gente: comprensibile il riconoscimento degli investimenti precedenti e dei costi della ricerca privata, ma sulla salute non si fa mercato. Il liberismo sfrenato ci ha portati nel baratro, come non capirlo?

Quanto a privilegi e possibili penetrazioni della camorra (aggiungerei, tra i mali, il clientelismo politico: anche la politica va sorvegliata da cittadini adulti, consapevoli degli interessi in gioco), legge seria e controlli ben pensati e reali servono per l’appunto a evitare questi “effetti collaterali indesiderati” che, ovviamente, vanno stroncati da una vigilanza operativa rigorosissima. L’amministrazione locale e quella regionale, i parlamentari campani e la ministra per la Coesione sociale, senza distinzione di colore e di collocazione rispetto alle questioni di schieramento, nonché le associazioni culturali, promuovano e appoggino, dunque, una battaglia non divisiva (come legittimamente dev’essere la politica), ma istituzionale, non a pro della mia città o della nostra regione, ma del Paese. Nel Recovery Plan, ormai quasi giunto al traguardo dovendo essere presentato all’Ue entro la fine di questo mese, trovino spazio considerazione positiva e forte sostegno a questa richiesta

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