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Nando Dalla Chiesa esalta le retate flop di Gratteri, altro che rinascita

DiRed Viper News Manager

Apr 14, 2021

Ci sono tanti modi di fare un “santino” al procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri. Sul Fatto quotidiano di qualche giorno fa il sociologo Nando Dalla Chiesa coglie l’occasione della lettera di un cittadino di Lamezia Terme per dedurre che in Calabria si stiano palesando “spiragli di rinascita”. Ma non di una rivoluzione politica che risvegli la classe dirigente con un piano di riforme straordinario in grado di prendere a calci il parassitismo e la criminalità organizzata, si tratta. E neanche del risveglio improvviso di un sistema sanitario da troppo tempo nelle mani di commissari venuti dal nord che spariscono il venerdì sera. O del fatto che le scuole sappiano produrre cultura e formino generazioni di giovani capaci di sogno e di progetto. Questi sarebbero “spiragli”.

Niente di tutto ciò sta accadendo in Calabria, purtroppo. E la lettera commentata da Nando dalla Chiesa –si tratta di un quarantenne dell’associazione Libera– lo dimostra in modo, oserei dire, tragico, indicando con chiarezza quanti danni abbia prodotto sui giovani, non solo in Calabria, la pubblicistica che santifica gli eroi dell’antimafia. Come punto di partenza per gli “spiragli di rinascita” per la Calabria, c’è infatti l’esaltazione del blitz “Rinascita Scott” del 19 dicembre 2019, quello in cui il procuratore Gratteri dispose una vera retata di centinaia di persone, gran parte delle quali fu poi scarcerata da diversi giudici e di cui si sta celebrando a Lamezia il processo nella famosa tensostruttura voluta dal procuratore capo e generosamente donata dalla Regione. Nessuna delle persone arrestate quel giorno è stata ancora giudicata colpevole o non colpevole.

Pure, dopo pochi giorni da quel blitz, il 24 dicembre ci fu una manifestazione di giovani, racconta la lettera, «quando migliaia di persone si sono ritrovate unite dalla parte dello Stato». Cittadini che erano esasperati dal clima di sopraffazione di famiglie mafiose? Può essere, ma anche persone con le idee un po’ confuse, se pensano che le retate indiscriminate, le confische e gli scioglimenti del Comuni siano utili a riportare in primo piano quella questione sociale che da tempo è stata trasformata in pura questione criminale. Lo dimostra la stessa storia della Calabria, dove, come dice Ilario Ammendolia nell’introduzione al suo libro La ‘ndrangheta come alibi, «in Calabria chi sfida il potere mafioso rischia la vita, ma chi dissente dal “pensiero unico”, espressione dei poteri dominanti, rischia la libertà».

Provate a chiedere a un cittadino calabrese, magari uno di Nardo di pace, il paese più povero d’Italia, che cosa vorrebbe vedere nella propria vita per sperare che in Calabria appaiano “spiragli di rinascita”. La risposta potrebbe essere un fiume in piena, ma di sicuro i concetti sarebbero più o meno questi: vorrei vedere una classe politica che facesse propria la questione sociale, vorrei che la mia terra e le persone, povere e senza potere, che la abitano, non fossero trattati come criminali, vorrei che funzionassero le scuole e gli ospedali, vorrei essere libero dai poteri criminali e dalla loro sopraffazione. Ma non vorrei neanche vedere i rastrellamenti nel mio paese. Perché dalla antica storia di Platì fino a “Rinascita Scott” è successo proprio questo, con la politica che ha abdicato al proprio ruolo e lasciato campo libero, in contemporanea, alla mafia e alla retorica dell’antimafia. Il procuratore Gratteri è frutto e protagonista proprio di questa retorica.

Perché non possono essere le toghe, e neanche la divise, a rimettere in piedi una Regione. E neanche i mafiosi furbi, come i “pentiti”. È proprio anche su questo che scivola il quarantenne di Lamezia nella lettera a Dalla Chiesa. La seconda speranza per la sua terra è quella dei collaboratori di giustizia, che lui interpreta come qualcosa che «si sgretola nel mondo maledetto». Magari fosse così. Magari, ogni volta che un assassino di quelli che sciolgono i bambini nell’acido tratta con lo Stato per avere i propri vantaggi (economici e processuali) si stesse “sgretolando” una famiglia mafiosa e insieme cessasse o diminuisse la forza intimidatrice delle organizzazioni criminali.

Non è così, fin dai tempi di Totuccio Contorno in Sicilia (fatti che Dalla Chiesa conosce molto bene), perché chi spara e uccide senza pietà prima, e poi vende i propri amici, non è una persona diversa, è solo uno che continua a fare il proprio tornaconto. Molto diversi dal “pentimento” processuale sono i sinceri percorsi di revisione della propria storia e della propria vita che molti detenuti avviano in carcere attraverso la costruzione di nuove forme di comunità, come è accaduto nel carcere di Opera dove è stato girato il docufilm “Spes contra spem” del regista Ambrogio Crespi. Questi sono veri spiragli di rinascita.

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