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Ingiusta detenzione: vite distrutte risarcite con pochi spiccioli

DiRed Viper News Manager

Apr 14, 2021
Un indennizzo per ingiusta detenzione non può superare la somma di 516.456,90 euro e può essere calcolato con riferimento a un periodo massimo di sei anni, cioè il tetto che la legge prevede per la custodia cautelare. In media, quindi, ogni giorno trascorso in cella da innocente può valere fino a 235,82 euro, mentre si scende a 117,91 euro per un ogni giorno trascorso da innocente agli arresti domiciliari. Nell’ultimo anno la Corte di Appello di Napoli ha liquidato indennizzi per circa due milioni e 900mila euro. I casi stimati nel 2020 nell’area napoletana sono stati 101. In media, dunque, quasi 29mila euro a caso spesi per riparare ai danni di indagini sbagliate, di accuse infondate, di intercettazioni interpretate male, di piste investigative che non hanno trovato riscontri in sede processuale.
Sullo sfondo si consideri che in media dalla Procura di Napoli partono ogni anno oltre 2mila richieste di misure cautelari personali. Circa un centinaio all’anno sono misure cautelari a cui seguono assoluzioni o proscioglimenti, cioè sono arresti che non davano eseguiti. Sono incubi giudiziari. In genere l’incubo comincia sempre all’alba di un nuovo giorno. Qualcuno suona al campanello, si presenta, anzi più corretto dire che si qualifica, perché in genere si tratta di poliziotti, carabinieri o finanzieri. Esibiscono dei fogli spillati tra loro, un’ordinanza, pagine che nemmeno si riescono a leggere in quegli attimi. È la rituale formalità che precede l’arrivo all’inferno, cioè in carcere. È’ la procedura con la quale si segna una linea sottile tra il prima e il dopo. E si finisce dritti in carcere. Dalle stelle alle stalle. Da una carriera in ascesa al buio di una cella. Dall’agone politico alla branda di un letto umido e sporco. Dalla libertà alla prigione.
Un passaggio che equivale a una tortura quando avviene senza che vi siano prove concrete, sufficienti riscontri, accuse fondate. Non resta che aggrapparsi alla fiducia nella Giustizia, e a quella, talvolta più concreta, nei propri avvocati. Da lì comincia il cammino per chiarire la propria posizione, difendersi, spiegare a pm e giudici gli eventuali equivoci. In alcuni casi possono essere necessari giorni o settimane, in altri trascorrono mesi o addirittura anni. Intanto la gogna mediatica c’è già, come il titolo in prima pagina e la giustizia sommaria a cui sempre più spesso si lascia andare l’opinione pubblica. Solo quando tutto l’iter giudiziario si conclude e il giudice dichiara l’assoluzione, con una di quelle formula che sgombera il campo da ogni dubbio (non aver commesso il fatto oppure il fatto non sussiste, non costituisce reato, non è previsto dalla legge come reato) ci si sente fuori dall’incubo, come naufraghi dopo una tempesta, come sopravvissuti dopo una catastrofe.
E si torna alla vita di prima sapendo che molte cose non saranno più come prima, perché l’inchiesta della Procura e l’esperienza delle manette e del carcere non passano nella vita di una persona senza lasciare segni. Per alcuni quei segni si traducono in una carriera politica stroncata, per altri in un matrimonio naufragato, per altri ancora nel fallimento della propria azienda. L’impatto che un arresto o un processo ha nella vita di un individuo può essere dei più diversi. Per questo gli indennizzi sono diversi anche a parità di giorni trascorsi in carcere da innocenti.
Premettendo che ogni caso va analizzato a sé, sono due i criteri fondamentali a cui si attengono i giudici della Corte di Appello chiamati a pronunciarsi sulle procedure per ingiusta detenzione: un criterio è qualitativo, l’altro quantitativo. Il primo è un criterio che tiene conto della durata della custodia cautelare ingiustamente patita, quindi del numero di giorni che l’innocente ha trascorso in carcere prima dell’assoluzione o del proscioglimento. Il secondo criterio considera invece le conseguenze negative che la privazione della libertà personale causa nella vita della persona valutando ciascun caso singolarmente. Si arriva così a stabilire il quantum dell’indennizzo che ovviamente è simbolico perché spesso il danno della malagiustizia è irreparabile.

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