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Diritto di voto per i fuori sede, al via l’iter del disegno di legge

DiRed Viper News Manager

Apr 14, 2021

Forse non è un caso che di questi tempi si sia ritornato a parlare di diritto di voto, della sua titolarità e del suo effettivo esercizio. Si ha, infatti, netta la sensazione che, per rispondere alla sua crisi, la democrazia torni ad interrogarsi sui propri fondamentali, a partire proprio dalle regole sull’attribuzione del diritto politico più importante.
Così, se negli Usa, gli Stati repubblicani cercano di rendere più difficoltoso il voto delle minoranze etniche “responsabili” della sconfitta di Trump, fino all’assurdo divieto di portare da bere o da mangiare alle persone in coda ai seggi (così l’Election Integrity Act entrato in vigore lo scorso 26 marzo in Georgia), da noi – al contrario – si cerca di estendere il diritto di voto.

Da qui la riforma costituzionale che, equiparando il diritto di voto per le due Camere, abbassa da 25 a 18 anni l’età richiesta per votare al Senato; riforma che la Camera dovrebbe approvare il prossimo 19 aprile, a distanza di sei mesi dal rinvio a “breve termine” disposto dal Presidente il 15 ottobre. In questa prospettiva può anche inquadrarsi la proposta, avanzata dal segretario del Pd Letta, di diminuire ulteriormente da 18 a 16 anni la maggiore età richiesta per votare, con problemi di coordinamento nelle altre ipotesi in cui essa è richiesta, come ad esempio per il conseguimento della patente.

È in questo contesto che si inserisce il disegno di legge, presentato in Commissione affari costituzionali della Camera a prima firma del suo Presidente Brescia (M5S), che, anche in vista delle prossime elezioni regionali e amministrative, intende facilitare l’esercizio del diritto di voto a quanti si trovano fuori dal Comune di residenza. Tale disegno di legge – che il sottoscritto ha contribuito a redigere, con il prof. Roberto Bin, su impulso di alcuni ragazzi calabresi riuniti nel “Collettivo Peppe Valarioti” – prevede infatti che i cosiddetti fuori sede per votare non debbano più far ritorno nel loro Comune ma possano farlo recandosi presso il più vicino Ufficio territoriale del Governo (le ex Prefetture). Oggi, infatti, la regola generale vuole che si voti nel luogo di residenza. Di conseguenza l’elettore domiciliato altrove per fondati motivi (ad esempio studio, lavoro, salute) per votare deve rientrare nel proprio Comune di residenza perché iscritto nelle sue liste elettorali. Il che, come intuibile, significa di fatto negare il diritto di voto a quanti – e non sono pochi – si trovano lontani dal luogo di residenza e incontrano serie difficoltà nel rientrarvi, specie oggi in tempi di pandemia.

Il legislatore, invero, ha ben presente il problema e per rimediarvi ha introdotto finora deroghe parziali. Così possono votare in un Comune diverso da quello di residenza determinate categorie di elettori: i presidenti e segretari di seggio; gli scrutatori; i rappresentanti di lista; i candidati; gli ufficiali e gli agenti della forza pubblica; i militari; i vigili del fuoco; i naviganti; i degenti in ospedali e case di cura (artt. 48-51 Testo unico legge elettorale Camera). Analogamente, il voto dei fuori sede è stato consentito in occasione del recente referendum costituzionale nella qualità di rappresentanti del comitato promotore (art. 19 l. 352/1970).

Piuttosto, com’è noto, sono tutti gli elettori italiani all’estero che possono votare tramite posta o recandosi presso i loro consolati per eleggere i loro specifici rappresentanti (dalla prossima legislatura 8 deputati e 4 senatori). Disposizione che è stata estesa nel 2015 anche a quanti, pur non essendo residenti all’estero, vi si trovano da almeno tre mesi per motivi di lavoro, studio o cure mediche. Pertanto, ed in certa misura paradossalmente, un elettore all’estero può votare dove si trova per le elezioni politiche mentre, per esercitare il medesimo diritto di voto, un elettore domiciliato a Torino e residente a Palermo vi si deve recare, spesso interamente a proprie spese.

Per consentire l’effettivo esercizio del diritto di voto ai fuori sede nelle elezioni politiche ed europee nonché nei referendum, il 28 marzo 2019 il gruppo parlamentare del Partito democratico ha presentato alla Camera una proposta di legge (primi firmatari i deputati Madia e Ceccanti), abbinandola anche alla delega al Governo per sperimentare sistemi telematici di votazione. Innovazione, quest’ultima, che certamente risolverebbe molti problemi applicativi e che, in futuro, potrebbero financo portare a sostituire il domicilio alla residenza come criterio di base per l’esercizio del diritto di voto. Non è, infatti, irragionevole chiedersi se, specie nelle elezioni amministrative locali, sia preferibile che un fuori sede debba votare nel Comune dove ha mantenuto la residenza oppure in quello in cui di fatto vive perché vi lavora o studia.

La proposta di legge appena depositata si pone in senso complementare, vertendo per l’appunto sulle elezioni regionali ed amministrative. Poiché le Regioni hanno autonomia legislativa sulle prime regionali (e quelle speciali sulle seconde) la proposta di legge le obbliga a varare disposizioni che favoriscano il diritto di voto dei fuori sede, prevedendo, però, nel frattempo, disposizioni immediatamente applicative in modo da evitare che il principio così introdotto resti inapplicato, come recentemente accaduto in Puglia a proposito della doppia preferenza di genere, costringendo lo Stato ad esercitare il suo potere sostitutivo (d.l. 86/2020).

La speranza è che su tale proposta di legge si realizzi un ampio consenso tra le forze politiche e che, grazie ad una positiva interlocuzione con il Ministro dell’Interno, esso possa essere approvato in tempo utile da garantirne l’applicazione fin dalle elezioni regionali ed amministrative che si terranno nel prossimo autunno. In certo senso paradossalmente, l’attuale emergenza sanitaria e la conseguente impossibilità di muoversi facilmente all’interno del territorio nazionale, potrebbe finalmente spronare il legislatore ad approvare una innovazione da tempo attesa che consentirebbe a decine di migliaia di cittadini di poter esercitare di fatto il proprio diritto politico di voto. Perché votare è il diritto fondamentale su cui la democrazia si basa, il cui esercizio il legislatore, per imperativo costituzionale, deve sempre garantire e favorire in tutti i modi.

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