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Onore delle armi a Bettini, ma non ha fatto mea culpa su Conte

DiRed Viper News Manager

Apr 13, 2021

Quando, dinanzi alla sconfitta, un politico ferito riprende la sua battaglia, per di più riproponendo la stessa agenda che pareva averlo destinato all’oblio, merita sicuramente l’onore delle armi. E Bettini che ritorna in trincea ancora incerottato rivela una tempra che nessuno degli ex Pci mostra di possedere. I leader più anziani, ormai fuori dal Pd, non dispongono di consistenti forze proprie e sono caduti «in tanta disgrazia popolare che, nonostante infinite buone opere passate, vissero più per umanità di coloro che ne avevano autorità che per alcuna altra cagione che nel popolo lo difendesse». Questa, descritta da Machiavelli, è in fondo la condizione di D’Alema, Veltroni o Bersani che non hanno più un popolo da dirigere e vivono ormai di ricordi di cose lontane.

Scegliendo di nuovo “l’attione” dopo la fresca ritirata Bettini non ha fatto come il più giovane Orlando che, sull’esempio contagioso di Franceschini, quasi mai dà un affondo, media con il vincitore del momento per venire a patti attorno ai dettagli gestionali e preferisce per vocazione «procedere lentamente». Le sue «opinioni gagliarde» Bettini le rimette invece presto in campo e questo cocciuto accanimento va riconosciuto come una dote politica. Possono però le sue credenze rispolverate portare in luoghi diversi da quelli che già gli hanno lasciato assaporare il gusto della retromarcia forzata? Con una ripassata di melodie veltroniane («giustizia e libertà», citazione di Rosselli) e l’aggiunta di motivi più consoni al corrente tempo populista (scontro non sociale di classe ma zuffa secondo lo schema «sotto e sopra», non partito strutturato bensì «partecipazione deliberativa» oltre «il luogo del circolo»), le Agorà di Bettini intendono fornire una base ideale all’incontro con Conte (da indirizzare però verso un preliminare periodo di espiazione tra i verdi per scongiurare la sconcezza di un passaggio acrobatico da Farage alla socialdemocrazia europea) rimpianto come un antipolitico ancora forte di un sostegno della pubblica opinione.

L’esaltazione nostalgica dell’avvocato del popolo come risorsa della coalizione, e l’ossessione per la alleanza strategica con i grillini come momento prioritario dell’agire, evitano una analisi rigorosa dell’effettiva natura del M5S. Si danno per acquisite mutazioni di cultura politica (dalla via della seta al west, dalle Ong taxi del mare al moderatismo liberale, dall’impeachment contro Mattarella alla responsabilità istituzionale) che richiedono una risorsa di tempo per essere considerate plausibili. Il giustizialismo (abolizione della prescrizione, accanimento contro l’eccezione Del Turco), la diffidenza verso le regole della democrazia rappresentativa (limitazione del numero dei mandati, rievocazione del vincolo imperativo quale argine del cambiamento di casacca), ostilità verso misure di carattere economico-finanziarie (nei consigli dei ministri la connessione sentimentale con la Lega si rivela più forte di quella con il Pd), l’estraneità alla cultura dei diritti (pregiudiziale rigetto di ogni ipotesi di ius soli) costituiscono degli scogli identitari che difficilmente saranno rimossi da un movimento che è pur sempre erede (ancor più illiberale, se possibile) del dipietrismo.

La sola novità di rilievo che il M5S presenta oggi riguarda la possibile rimozione del legame ombelicale con la micro-impresa proprietaria (del blog, della mailing list, degli elenchi degli iscritti, del database). Se il conflitto con la Casaleggio (da cui l’avvocato del popolo si tiene assai lontano) per superare il controllo privatistico della piattaforma del voto on line (opaco divieto di conoscenza tra gli aderenti nella piazza reale) porterà alla soppressione del marchio aziendale che gestisce dati, formula quesiti, elabora algoritmi e fornisce i numeri del pronunciamento on line questa sarebbe una tappa prioritaria per la normalizzazione di un ribelle movimento proprietario antisistema. Che su questo tema cruciale (sul quale i verdi in Europa hanno assunto un opportuno atteggiamento di intransigenza) il Pd eviti ancora oggi di chiedere degli sviluppi risolutivi è un elemento di inquietudine circa la solidità della cultura politica dei democratici.

Del resto il ritorno in scena delle Agorà è possibile solo perché con Letta non è affatto mutato l’impianto analitico disegnato da Zingaretti ma sono intervenuti soltanto degli accorgimenti tattici all’insegna della cautela, sobrietà, buon senso. Lo stile che rivela il volto del nuovo segretario del Pd recupera peraltro alcune suggestioni tipiche dell’antipolitica (repressione normativa dei mutamenti di casacca, soppressione dei costi della politica). Letta insiste ossessivamente circa la bellezza della «mia vita precedente», si rifugia su politiche dell’immagine e senza costi perché intende afferrare l’eterno, abusato e sbiadito storytelling. Il copione prevede ancora una volta il mito dell’estraneo che viene da Parigi, del galantuomo maltrattato a suon di campanello che proprio su invocazione dei malfattori di un tempo rientra in scena e combatte in solitudine contro i cattivi per condurre il suo esercito smarrito verso il trionfo di nuovo possibile.

La stessa immagine del “cacciavite” appartiene al repertorio classico dell’antipolitica. Fu la metafora chiave del miliardario americano Ross Perot che inventò il cacciavite (“screwdriver”) come il ritrovato di un operare concreto dell’outsider capace con il semplice buon senso di riparare i guasti dell’amministrazione e quindi di renderlo quale efficace simbolo di un fare concreto contro il chiacchiericcio della casta politica. Se si vuole tracciare una politica incisiva in un tempo che vede la rabbiosa mobilitazione dei ceti medi (quante istruttive sono le pagine del Gramsci sul «popolo delle scimmie» ovvero sulla piccola borghesia impoverita che «scimmieggia la classe operaia, scende in piazza»; ma dello stesso tenore è pure il discorso di Gaetano Mosca alla Camera del marzo 1920) non è allo storytelling che occorre affidare le sorti della democrazia.

Servirebbe (anche all’impresa, alle culture liberaldemocratiche così fragili) una robusta rappresentanza sociale, un partito del lavoro per ricalibrare il nesso mercato-società dopo il crollo del trentennio neoliberista. E invece prosegue la chiacchiera leggera dell’Agorà. Mentre crescono i serbatoi di rabbia e di rancore alimentati dalla destra sovranista convocare i riti della partecipazione deliberativa rischia di essere un puro ed edificante esercizio retorico.

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