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Ci fu accordo tra Sala e la Procura? Il sindaco deve fare chiarezza

DiRed Viper News Manager

Apr 13, 2021

Questa volta non c’è moratoria per Beppe Sala, e non c’è un presidente del consiglio che venga a Milano per porgere i propri complimenti alla Procura della repubblica. La tegola c’è ed è pesante. Certo, è solo giornalistica, e oltre a tutto di un giornalismo di nicchia, come è quello delle Iene. Ma molto popolare. Tanto che se ne sta parlando parecchio a Milano, pur se non sui “grandi” giornali, che mantengono un atteggiamento ancora piuttosto british, con la deferenza dovuta al primo cittadino. In fondo non è neanche indagato, questa volta. Ma la tegola c’è.

È la storia di quel licenziamento del capo dei vigili urbani Antonio Barbato nell’estate del 2017 e del velocissimo rimpiazzo del medesimo con il capo degli agenti del Palazzo di giustizia Marco Ciacci, braccio destro di Ilda Boccassini. C’è qualcosa di opaco in quella vicenda, protestano le opposizioni in consiglio comunale, e chiedono al sindaco di dare spiegazioni pubbliche. Che lui non dà, per non concedere palcoscenici agli oppositori politici, ma anche perché la situazione è molto imbarazzante, come lui stesso ha dimostrato sfuggendo nervosissimo davanti al giornalista delle Iene che lo aveva braccato con una certa insistenza, come è nello stile (un po’ scortese) della trasmissione.

Certo, siamo in campagna elettorale, e il sindaco ha già messo su addirittura otto squadre per giocare al raddoppio. Non ha proprio bisogno di avere casini di questo tipo tra i piedi. Gli è già andata bene una volta, ed era molto più pesante, perché la tegola era giudiziaria, e riguardava il suo ruolo e alcuni suoi comportamenti nella veste di commissario di Expo. Una vicenda che va raccontata tutta, anche perché, dalla lunga “Nota dell’amministrazione comunale” diffusa alla stampa domenica pomeriggio traspare una certa astuzia non degna degli uffici del primo cittadino. Per replicare ai sospetti avanzati dall’ex comandante dei vigili Antonio Barbato, il quale ha esplicitamente denunciato un accordo tra il Comune e la procura della repubblica per far entrare al suo posto Marco Ciacci, la nota sostiene che «la procura di Milano ha chiesto l’archiviazione per tutti i fatti connessi alla gestione dell’Expo nel gennaio 2016, oltre un anno e mezzo prima che scoppiasse il caso Barbato».

In cosa consiste l’astuzia? Nel fatto che in quella richiesta di archiviazione non c’era affatto il nome di Sala, ma altri cinque indagati. E lasciamo perdere quel che è successo in quel periodo al palazzo di giustizia, con il conflitto Bruti Liberati-Robledo, proprio intorno ai fatti di Expo, quelli per cui il presidente del consiglio ha ringraziato per due volte il procuratore della repubblica. Rimane il fatto che, se è vero quel che dice Barbato, e che gli avrebbe riferito l’ex assessore alla sicurezza Carmela Rozza, sulla preoccupazione di Sala per l’inchiesta giudiziaria, tale da non poter rifiutare una richiesta della procura su Marco Ciacci, è perché era nel frattempo intervenuta la procura generale a sanare una grave ingiustizia. E cioè il fatto che si fosse consentito a un candidato alle elezioni comunali di avere una lunga moratoria, con le indagini messe su un binario morto fino a che lui non era stato eletto. Fino a che, non necessariamente “allo scopo di” farlo eleggere. Ma come si fa a non chiedere chiarezza?

E siamo sicuri che, con il moralismo imperante anche nella laicissima Milano medaglia d’oro della resistenza, Beppe Sala sarebbe stato eletto sindaco, se si fosse saputo che era indagato per aver falsificato un atto pubblico? Perché del fatto che ci fosse un’inchiesta che lo riguardava tutti noi comuni mortali l’abbiamo saputo solo il 15 dicembre 2016, sei mesi dopo il suo ingresso a Palazzo Marino, quando la procura generale, che nel frattempo aveva avocato a sé l’inchiesta, evidentemente mostrando agli occhi di Matteo Renzi meno “sensibilità istituzionale”, aveva chiesto una proroga alle indagini. Ma l’estensore della “Nota” non demorde. Solo che trae dal ragionamento una conclusione sballata. Soprattutto perché pare ignorare il pesantissimo conflitto che proprio sulla vicenda giudiziaria di Beppe Sala ci fu tra procura della repubblica e procura generale. Semplificando rozzamente, l’una innocentista, l’altra colpevolista. E, se Barbato ha ragione, visto che non abbiamo mai visto una smentita dall’ex assessore Rozza, se amorosi sensi ci sono stati, non fu certo tra il sindaco e chi l’aveva indagato e aveva sostenuto l’accusa nei suoi confronti fino alla condanna (e in seguito la prescrizione).

Per dovere di cronaca, ecco le conclusioni su questo punto della Nota: «Dunque è del tutto evidente che, poiché la procura di Milano ha chiesto l’archiviazione molto prima che Sala diventasse sindaco e la procura generale ha invece portato avanti il rinvio a giudizio nei suoi confronti, la tesi dello “scambio di favori” risulta totalmente fantasiosa, infondata e a dir poco pretestuosa, quindi diffamatoria. E verrà perseguita in sede legale». Finale non molto elegante, pensare di chiedere a un giudice se è vero che un suo collega si è messo d’accordo con un sindaco per imbrogliare un vigile urbano. Ma sono tanti gli elementi di questa storia che non convincono. Anche perché gli interessati non rispondono, né in sede giornalistica né in quella politica. Ci hanno già provato a palazzo Marino nel passato e stanno insistendo in questi giorni. Il capogruppo in consiglio di Forza Italia Fabrizio De Pasquale, che vorrebbe vedere in volto (o in collegamento) il sindaco per chiarire come mai alle dimissioni di Barbato del 10 agosto sia seguita l’11 agosto la fulminea richiesta del Comune al questore per avere l’autorizzazione al comando di Marco Ciacci senza fare un bando. Analoghe richieste della presenza in aula del primo cittadino sono avanzate da Andrea Mascaretti, capogruppo di Fratelli d’Italia e il consigliere della Lega Max Bastoni.

Sono tante le spiegazioni che la città si aspetta. Per esempio, se Antonio Barbato, per esser finito nelle intercettazioni di un’inchiesta di mafia in cui sarà sentito dalla pm Boccassini solo come persona informata sui fatti, non era più adatto a dirigere la polizia municipale, perché dopo le dimissioni è stato spostato in una società partecipata del Comune con lo stesso ruolo e le stesse mansioni? Insomma, era degno o indegno? E siamo così sicuri che il suo successore Marco Ciacci non abbia tratto, come dice la Nota, nessun vantaggio nel passare dalla polizia di Stato a quella locale? Neanche il vantaggio economico di veder triplicare la propria retribuzione? E siamo sicuri che questo passaggio così vantaggioso non sia stato anche un premio per il passato e anche in vista del futuro?

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